"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)

20 dicembre 2010

Piccoli, ma significativi, passi per una riforma del welfare (quando il crimine paga). [di Lurtz]

1 commenti
Il "socializzare le perdite, privatizzare i profitti" di leniniana memoria pare calzare a pennello con l'iniziativa di cui parliamo.
"Milioni di incentivi alle imprese per la sucirezza dei lavoratori", recita lo spot pubblicitario che occupava per intero l'ultima pagina della Stampa di qualche giorno fa. Incuriosito ho letto anche il resto del testo: "Vai su inail.it e scopri, entro il 12 gennaio, se la tua impresa può ottenerli. A partire da questa data avrai un mese per presentare la domanda, fino all'esaurimento dei fondi. Se il tuo progetto è adeguato riceverai un finanziamento a fondo perduto per coprire fino al 75% delle spese per nuovi macchinari, impianti, sistemi gestionali e corsi di formazione destinati alla riduzione dei rischi per i lavoratori. Perché solo un'azienda sicura può correre più veloce.
E far correre tutto il Paese".
Sorpresa?
Indignazione?
Disgusto?
No, niente di tutto questo è possibile.
Perché è questa la "società civile".
In Italia, stando alle statistiche arcinote, ogni giorno 7 persone (persone.....bipedi utensili, piuttosto) muoiono sul luogo dove si recano per lavorare. Più di 200 ogni mese. Più di 2500 ogni anno.
Cifre spaventose. Al punto che anche la parola "morte" appare insufficiente a descriverle.
E' una vera e propria strage! Un massacro. Un olocausto.
Si, un olocausto!
Sembra un'esagerazione, vero?
Allora (anche se l'immaginazione non riuscirà a dare una forma equivalente) immaginiamo di passeggiare lungo una via di una qualsiasi città. All'improvviso una fila di dieci palazzi, alti ognuno dieci piani, crolla. Rimangono macerie e corpi senza vita.
Chiediamo ad un passante cosa sia successo, e questo ci risponde: "E' la scadenza di un anno di lavoro, 2550 persone".
L'iniziativa Inail è, per me, inspiegabile.

Qualche giorno fa, finalmente, il giudice Guariniello ha determinato un precedente nei casi di morti sul lavoro: la condanna, per l'amministratore delegato della Thyssen Krupp, a 16 anni con l'accusa di omicidio volontario.
Ecco perché, partendo da qui, risulta inspiegabile l'iniziativa Inail.
Nel momento in cui si determina l'esigenza di migliorare, riparare e/o sostituire macchinari non perfettamente funzionanti o che comunque potrebbero recare danno fino, come abbiamo visto in moltissimi casi, alla morte a coloro che li usano, non si stabilisce anche una responsabilità?
Si, è evidente!
Ma qui sorge un problema.
Infatti, se ogni volta che un lavoratore (bipede utensile) muore il titolare dell'azienda venisse ritenuto colpevole di omicidio volontario, una consistente percentuale di aziende sarebbe costretta alla chiusura.
Così l'Inail, ossia un ente dello Stato, trova una soluzione: con il denaro che i contribuenti versano all'erario (anche quei contribuenti che hanno lavorato nelle aziende prima di schiattarci!) offre ad aziende private l'occasione di sostituire i vecchi macchinari tramite un finanziamento pari al 75% del costo complessivo a fondo perduto, meglio ancora che a "babbo morto".
La cosa mi pare tanto assurda da fare ancora riferimento alla capacità di immaginazione.
E mi chiedo: il cittadino s'indignerebbe se sapesse che lo Stato per limitare feriti e morti durante il corso di rapine, scippi e furti in genere, mettesse a disposizione dei birbaccioni un fondo di alcuni milioni di euro ricavati dalle tasse?
Questo è il sogno della società liberale.
Uno Stato in cui il denaro pubblico viene regalato all'impresa privata.
Quella stessa impresa privata i cui imprenditori evadono il fisco con percentuali scandalose, perché ritengono che le tasse siano un furto!
E così si chiude il cerchio. Con la vendita dei cadaveri dei bipedi utensili al mercato della necrofilia affinché, col ricavato, si paghino la propria sepoltura.
Read more...

13 dicembre 2010

Non esistono più i dogmi di una volta.....

0 commenti
Roberto I. Zanini, Avvenire


Il cosmo «plurale»

Non un solo universo, ma una molteplicità di universi. Coesistenti, paralleli, sovrapposti, l’uno figlio dell’altro. Tutti figli di un loro e autonomo Big bang. Tutti in espansione costante. Stiamo parlando della recente lettura cosmogenica alla quale è stato dato il nome di "Multiverso". Uno dei campioni di questa teoria è il matematico e cosmologo dell’Università di Cambridge John David Barrow.

Lo stesso scienziato che alla fine degli anni ’80 sviluppò con Frank Tipler la cosiddetta Teoria del principio antropico, con la quale dimostrava che le condizione poste all’origine dell’universo sono così accurate e precise che una sola minima variazione avrebbe portato a qualcosa di molto diverso da ciò che conosciamo e incapace di generare la vita. Ieri, nella conferenza su "Le origini dell’universo", che si è tenuta presso il Pontificio consiglio per la Cultura, Barrow ha illustrato come nella sua ricerca sia passato dall’una all’altra teoria, «studiando cosa può essere accaduto nell’attimo che ha preceduto il cosiddetto Big bang».

La Conferenza è il primo di una serie di incontri promossi dal progetto Stoq ("Science, Theology and the Ontological Quest"), col quale il dicastero guidato dal cardinal Ravasi si propone di mettere a confronto scienziati, filosofi e teologi sui grandi temi che coinvolgono scienza e fede. Insieme a Barrow e allo stesso cardinale, l’incontro di ieri sera ha visto la presenza dell’astronomo della Specola Vaticana José Gabriel Funes e dell’astronomo dell’Università di Padova Piero Benvenuti. Barrow è partito dal principio, oggi inconfutabile, dell’universo in movimento.
«Un processo di espansione del quale la cosmologia ha scoperto le modalità uniche e irripetibili grazie alle quali si è resa possibile la vita nei modi e nelle forme che noi conosciamo. Quello che noi abbiamo chiamato il "principio antropico"». Indagando però l’attimo precedente al Big bang, ha detto Barrow si è arrivati alla cosiddetta «teoria dell’"universo inflazionario" (dall’inglese to inflate, gonfiare) che comporta una serie di conseguenze tutt’altro che scontate. Una di queste è per esempio la possibilità che il nostro universo, cioè quello in cui viviamo e che possiamo osservare con gli strumenti a nostra disposizione, non sia il solo esistente.
In teoria potrebbero coesistere infiniti universi, dei quali il nostro sarebbe soltanto un esemplare
». In soldoni, la teoria dell’universo inflazionario prevede una fase di espansione che non sarebbe avvenuta omogeneamente, con la possibilità che all’interno della prima bolla in espansione se ne possano essere formate altre e all’interno di queste altre ancora, che, espandendosi alla velocità della luce, avrebbero dato vita non a uno ma a tanti universi insieme, «in un processo continuo e illimitato di cosmogenesi». Insomma, secondo Barrow «è possibile che il nostro universo non sia altro che uno fra i tanti».
E se la teoria si porta alle estreme conseguenze si arriverebbe a concepire che questi mondi a loro stanti, pur essendo fra loro privi di nessi di causa ed effetto, sarebbero in qualche modo collegati da "cunicoli", capaci di connettere diverse regioni dello spazio-tempo che altrimenti resterebbero separate... Attraversandoli si supererebbe quella barriera spazio-temporale tanto cara a decine di scrittori di fantascienza. Una teoria, questa del Multiverso, che, come ha detto lo stesso Barrow, «apre le porte a una molteplicità di letture del prima e del dopo, nelle quali la possibilità che ci sia stato un "disegno intelligente" non mi vede affatto convinto».
Anche se, ha sottolineato, «le nuove scoperte della scienza, soprattutto in questo campo, sono sempre qualcosa di incerto e non sempre le prove che vengono portate a loro conforto vengono poi confermate». Nei fatti Barrow non si è sbilanciato sulla questione teologica. Secondo Benvenuti, del resto, non si può fare altrimenti, anche se «in se stessa la teoria del Multiverso offre una visione quasi metafisica, perché della possibilità che esistano altri universi non posso in alcun modo avere un’evidenza sperimentale. È come ipotizzare l’esistenza di vita biologica intelligente nell’universo. È plausibile ma non verificabile». 

Secondo monsignor Gianfranco Basti, decano della facoltà di Filosofia della Laternense, responsabile del Portale di Cosmologia su internet, nato dalla collaborazione fra Agenzia spaziale italiana e Pontificio consiglio per la Cultura, il Multiverso offre una lettura cosmologica che può anche non contemplare Dio: «Lo diceva già San Tommaso: se c’è una freccia sola e questa prende il bersaglio si prevede la presenza di un arciere; se le frecce sono tante e il bersaglio viene casualmente colpito da una sola, dell’arciere non c’è alcun bisogno».
Ma il Multiverso mette in crisi le modalità della Rivelazione? 

A smontare la domanda ci pensa monsignor Melchor Sánchez de Toca, sottosegretario del Pontificio consiglio: «Lo stesso problema, se mai si dovesse porre scientificamente, si era posto al momento della scoperta dell’America o al passaggio dalla teoria tolemaica a quella copernicana». Read more...

6 dicembre 2010

"Parlar bene dei briganti, una moda che fa male alla riflessione storica"

0 commenti
Di Luciano Canfora, Corriere della Sera, 2 dicembre 2010

«Il sangue del sud» di Giordano Bruno Guerri: i falsi fondamenti di un'operazione culturale

Dopo i libri di Pansa, sembra una ricetta di successo scrivere saggi di storia o di ambiziosa «antistoria» fondati sullo schema «il sangue di...».
Dopo quello dei «vinti», ora c' è quello «del Sud». Il sangue del Sud è il titolo del volume garbatamente narrativo, ma storiograficamente non innovativo, che Giordano Bruno Guerri ha dedicato alla riesposizione sommaria della ben nota vicenda del brigantaggio meridionale contro lo Stato unitario italiano (Mondadori, pagine 300, 20).
Al tempo nostro abbiamo avuto un gigantesco esempio di «brigantaggio» sanfedista-oscurantista: i talebani dell' Afghanistan. Contro di loro fallì la guerra condotta dall'Urss in nome di una liberazione che doveva imporsi dall'alto e ad opera di una minoranza (modello giacobino).Gli Stati Uniti appoggiarono quella guerriglia sanfedista pensando (e il calcolo parve riuscire) di colpire a morte l' avversario sovietico. Ma ora si trovano essi stessi alla vigilia di una ritirata umiliante dall' Afghanistan dopo una guerra decennale ai talebani, che rischia di trascinarsi ancora.

Anche per il brigantaggio meridionale non mancarono aiuti esterni miranti a mettere in difficoltà il neonato Stato unitario italiano. E anche per questo i briganti meridionali inneggianti al Papa e al re borbone si illudevano di replicare il successo di «fra Diavolo» e del cardinale Ruffo, loro capo e mentore, del 1799. Non tutte le Vandee sono destinate a vincere. La repressione della Francia, prima repubblicana poi imperiale, contro la Vandea fu ferocissima e per un certo tempo parve aver ragione dell' avversario. 

Non sappiamo quale sarà l'esito in Cecenia. 
Certo colpisce quanta simpatia susciti «il vandeano altrui»: la guerriglia cecena è guardata, non di rado, in Occidente con tenerezza da quelli stessi che orripilano dinanzi alla guerriglia talebana e ne chiedono l'estirpazione. 
Ma, nel caso della storia d'Italia, sa davvero di falso e anacronistico tutto questo rigurgito di simpatia per un fenomeno che - va ricordato - non nasceva solo dal sanfedismo duro a morire ma anche dall'incapacità della classe dirigente sabauda di affrontare politicamente i problemi derivanti dall'annessione del Sud. 
Falso, perché assunto con intento strumentale dalla «cultura» secessionista leghista; anacronistico, perché finge di non vedere che, almeno dalla Liberazione in poi, cioè da 65 anni, tutto è mutato nel Meridione d'Italia: magari in modi sconcertanti e imprevisti; ma il nostro presente, nel Meridione d'Italia, non ha più nulla a che fare col mondo e la cultura che causò la ribellione di 150 anni fa. 
E 65 anni sono un pezzo enorme, quasi la metà, dei 150 trascorsi dall' epoca di quel conflitto, nato perdente e cinicamente alimentato (e oggi strumentalmente evocato). Altri malanni si sono venuti affermando, che si ramificano tentacolarmente ben oltre le regioni meridionali. Perciò fa un po' senso vedere coloro che vorrebbero attuare, e ogni tanto minacciano di attuare, la «secessione» nordista versar (metaforiche) lacrime sui briganti anti-unitari del 1861 e seguenti. 
È oltre tutto la conferma, a tacer d'altro, di una preoccupante incultura storica. 
Questo gioco strumentale determina una insensata partita a ruoli capovolti: che vede coloro che dovrebbero essere gli eredi della riflessione gramsciana sulla «questione meridionale» (non priva di cenni, molto equilibrati, al fenomeno del brigantaggio) incapaci di riappropriarsi di tale preziosa loro matrice e ripiegare invece su di una generica, quanto acritica, retorica risorgimentale. Read more...

23 novembre 2010

"PerDavvero" una statua di Cavour a Teramo? (di Erman)

0 commenti
"Lo stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".
(Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920)                                  


"Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone".
(Fabrizio De Andrè, Il Testamento di Tito)


La siesta post-pranzo è salutare. Dopo quattro ore di imballaggio e la mensa, cosa c'è di meglio che rilassarsi un'oretta coi colleghi leggendo i giornali?
E succede che, tra commenti sul rigore di Ibra e le ruberie romaniste a Torino, la mia attenzione si sofferma su un articolo del Messaggero Abruzzo: "Politiche culturali a Teramo, secondo i "PerDavvero" è tutto da rifare".


Uhm...mi incuriosisco, continuo la lettura e capisco che la polemica con la giunta monta per il luogo scelto per il posizionamento della statua di Garibaldi: sembrerebbe che il valente eroe meritasse ben altro luogo ed il suo fiero sguardo dovesse essere rivolto verso Roma, e non verso Giulianova... Sinceramente sorrido, credo che forse Teramo abbia problemi piu' immediati, ad esempio la questione del Teatro Romano (se vogliamo rimanere in tema culturale), e tuttavia a parer mio il vero problema non è il posizionamento della statua, ma la presenza o meno della statua stessa.
Mentre proseguo la lettura,mi accorgo che la digestione si fa difficile, forse perchè appuro che per i "PerDavvero" (questo nome ti dà una sensazione di incompletezza, come una frase a cui manca una parte, mah!) tutto cio' è un affronto al buon senso, e per nulla domi, vorrebbero che la citta' si dotasse di altre statue celebrative del Risorgimento: Cavour ed il re Vittorio Emanuele III, addirittura a cavallo. Cavour....ed un re......occupante...
Sarà stato perchè non avevo nulla da fare, e la siesta era andata a farsi benedire, ma ho cominciato a riflettere, ed ho pensato che si, tutto cio' è davvero un affronto al buon senso, una pagliacciata negazionista che falsifica la storia e la trasforma in farsa.
Ho pensato che le statue di Garibaldi, di Cavour e del re siano provocazioni gravissime per una citta' che ha pagato un altissimo tributo di sangue per celebrare la liberta' sabauda, ho pensato ai 546 morti ammazzati, ai paesini dati alle fiamme, alle donne violentate ed ai bimbi assasinati, ai 147 morti a L'Aquila, alla ferocia del generale piemontese Cialdini, criminale di guerra.
La furiosa repressione dei colonialisti, la costruzione dei campi concentrazionari per i meridionali, una cultura cancellata, il Sud in miseria ed il dramma dell'emigrazione.
Ho pensato che tutto questo non si potra' mai chiamare Risorgimento, e che la terminologia spesso adottata serve a dirottarci dal vero significato dei fatti.
In questo paese non è mai avvenuta l'Unita' nazionale, perchè il processo politico unitario che si era pazientemente messo in moto venne paradossalmente e barbaramente stroncato dall'invasione piemontese, che ha strumentalizzato l'idealismo di Garibaldi per depredare il Regno delle Due Sicilie, il Banco di Napoli, i Cantieri, l'industria, per schiavizzare un popolo.
Paradosso ed ironia della sorte: il fresco stato "unitario" veniva regolato al Nord dallo Statuto albertino ed al sud dall'infame Legge Pica!!!
Mi sono detto che è proprio vero.....la storia è come un orologio, e le lancette fanno sempre lo stesso giro, e trovo interessante notare che mentre ieri, per motivi economici, si invase il Meridione, oggi per gli stessi motivi si vuole scaricare quella meta', buttarla via.
Ma non attraverso le buffonate leghiste, quelle servono a legittimare la vera scissione che a poco a poco si compie: si condannano le sparate leghiste ma intanto la cricca di potere bipartisan procede con delocalizzazioni, privatizzazioni, federalismi di ogni sorta ed in ogni ambito.....ed il distacco di fatto è già avvenuto.
Questo pensavo in preda ad una irreversibile gastrite, accingendomi a ricominciare il mio turno di lavoro.
Ed anche alla responsabilita' che un'associazione culturale ha nei confronti dei cittadini, per non lasciarli senza strumenti di comprensione. Per non lasciarli soli.
Read more...

16 novembre 2010

"Le lotte rivendicativo-sindacali non rappresentano la garanzia di procedere in una direzione emancipativa" (a cura di Lurtz)

2 commenti
Condiviso via Facebook a cura di M.C.S.

«Non c’è dubbio che, dal punto di vista della critica economico-sociale al capitalismo da parte delle classi popolari, operaie, salariate e proletarie, queste classi siano state almeno per un secolo (e forse per due) l’insediamento storico e sociale della sinistra. Non solo non lo nego, ma lo ammetto apertamente.
L’aspetto emancipatorio di questa critica è strettamente legato all’orizzonte del superamento del capitalismo. Parlando di superamento del capitalismo non entro qui nel merito della preferibilità della via pacifica o della via rivoluzionaria, del riformismo gradualistico o dell’insurrezione, eccetera. Do per scontato che questo presupponga sempre l’analisi della situazione concreta (Lenin) e non possa certo essere “dedotto” da dicotomie bipolari. Su questo punto “concretistico” Losurdo mi darà pienamente ragione.

La questione è un’altra. In breve, la sinistra continua ad avere una funzione emancipativa se abbandona completamente l’orizzonte anticapitalistico? A mio avviso la risposta è no. Decisamente no. Ma è appunto ciò che ha fatto la sinistra reale (non quella idealtipica) dell’ultimo ventennio - trentennio. E l’aspetto più sporco di questo abbandono sta nel fatto che questo abbandono è stato fatto in silenzio ed ipocritamente, coperto da urla massimalistiche, antiberlusconismo identitario, sostituzione della classe operaia con la magistratura, simulazioni di scontri a bastonate di centri sociali con gli eterni “fascisti” eccetera.
Le classi popolari, operaie, salariate e proletarie hanno continuato a “dare fiducia” a partiti che accettavano integralmente l’orizzonte capitalistico della società. Si tratta di un fatto storico, non ideal-tipico. Qui non ci si può rifugiare nel mondo incantato e virtuale delle dicotomie. Ed ora, arrivata la crisi, non si limitano a pagare i costi della crisi (che sono strutturali, e quindi né di destra, né di sinistra), ma devono continuare a soffiare nei fischietti, battere i tamburi e salire sui tetti e sulle ciminiere, invocando l’intervento salvifico dei cinesi, degli enti locali, del Berlusca, eccetera. Mi chiedo dove stia in questo l’elemento della Emancipazione (con la “E” maiuscola).
Non mi si fraintenda. Non intendo certamente criticare la classe operaia perché mostra la sua totale e pittoresca impotenza. Ma se io affermo di essere “idealmente” al suo fianco contro i capitalisti (e tral’altro lo sono completamente), tutto ciò non elimina il problema storico oggettivo di cui stiamo parlando, che non è rivendicativo - sindacale, ma è storico. E lo formulerò così: classi totalmente impotenti possono continuare a rivendicare un ruolo attivo nella lunga lotta storica dell’Emancipazione contro la De-Emancipazione? Nei seminari filosofici di Losurdo certamente sì. Nella storia reale c’è invece di che pacatamente dubitarne.

E tuttavia i rilievi del paragrafo precedente toccano solo il problema della insufficienza emancipativa della sinistra, ma non giungono fino al dubbio iperbolico ed alla bestemmia massima per cui sul piano culturale (egemonico, avrebbe detto Gramsci) la sinistra non solo non è un fattore emancipativo, ma è un fattore attivo ed operante di de-emancipazione. Il passaggio dal nobile Gramsci all’ignobile Luxuria non è solo il frutto contingente delle scelte di un narcisista distruttivo fuori controllo (all’anagrafe Fausto Bertinotti), ma è il logico precipitato di trent’anni di corruzione culturale generalizzata.»

(Costanzo Preve, Sempre su Sinistra e Destra. Rilievi fraterni alla risposta a Costanzo Preve di Domenico Losurdo)
Read more...

13 novembre 2010

La storia dell'uguale più uguale dell'altro (di Lurtz)

0 commenti
Questa volta un post "anomalo", ma solo perché lo spunto, da cui traggo alcune conclusioni, mi viene dalla seguente "letterina", letta nella rubrica "Per posta" di Michele Serra sull'ultimo numero de "Il Venerdì" di Repubblica.
Scrive la signora L.C.G. di Milano: «Premetto che sono una affezionata lettrice del vostro magazine che dà un'ampia panoramica su diversissime problematiche e situazioni. E' veramente un giornale intelligente ed occorrerebbero tanti altri aggettivi per dire ciò che rappresentate, ma che non sto ad elencare, in quanto penso che siate consapevoli della vostra bravura. Mi permetto di dirvi però che non avete rispettato la "differenza sessuale" descrivendo la fotografia di una bambina, l'attrice Shirley Temple, definendola "bambino prodigio". Non potevate mettere "bambina prodigio"? Non esiste dunque un prodigio al femminile? E' come quando si scrive o si dice il ministro tal dei tali e poi si scopre che è una Maria, Giuseppine o Teresa. Forse sarebbe il tempo di usare i titoli al femminile. Buon lavoro e buone vendite. Con i miei migliori saluti.»

Invito i lettori di questa "letterina" a trattenere le lacrime che avrà suscitato la risata, perché nonostante l'apparenza, la questione che la solerte (...ma, senza offesa, anche un po' fancazzista, digiamolo....) lettrice pone è attualissima e richiede attenzione (tra l'altro, quella che l'educato signor Serra non le riserva!)

(Mi scuso in anticipo per la brevità e la sommarietà con cui tratterò l'argomento, ma la maniera comunicativa internettiana non permette approfondimenti troppo lunghi.....)

Ritenendomi comunista, non posso che criticare e avversare questa branca, della religione laica del Ventesimo Secolo (la postmodernità), meglio nota come Differenzialismo.
Nell'ottica postmoderna, appunto, la questione della "differenza", sessuale soprattutto ma non solo, svolge una funzione di primo piano in quanto primo tratto distintivo dell'individuo della società iper-individualista.
L'insieme delle peculiarità proprie di ogni singolo individuo, ovvero le caratteristiche che determinano biologicamente e psicologicamente la singolarità appunto della persona all'interno del gruppo umano, nella concezione differenzialista assumono, ognuna, un'importanza propria rispetto ad ognuna delle altre, trasformando l'essere umano, la persona, da "involucro" dell'insieme a "contenitore" delle singole peculiarità.
Per meglio intenderci, un Mario Rossi non sarà più Mario Rossi, uomo, bruno, carnagione chiara, settentrionale, miope, eterosessuale, geometra, sposato, quarantenne. Ma diventerà Mario Rossi maschio, Mario Rossi bruno, Mario Rossi bianco, Mario Rossi lombardo, Mario Rossi cremonese, Mario Rossi settentrionale, Mario Rossi miope, Mario Rossi eterosessuale, eccetera eccetera all'infinito. E, in ogni sua singola caratteristica peculiare, rientrerà in una propria categoria d'appartenenza.
Tutto ciò, a mio parere, non ha nulla a che vedere con la, giusta, richiesta di individuazione, nella totalità, della singolarità dell'individuo.
Questo modo di procedere segue perfettamente i principi della società capitalistica, al cui interno esiste una forma di eguagliamento e una forma di differenziazione. Per cui si è, tutti, consumatori e produttori, ma si è anche produttori di merci specifiche e singole e quindi consumatori di merci specifiche e singole. Ognuno con richieste e necessità proprie e particolari.
In questo modo gli esseri umani stessi sono ridotti a merci e sentono quindi il bisogno di differenziarsi dalle altre merci umane.
Ma qui, come suggerisce il proverbio, casca l'asino.
Perché in una società che spinge verso la globalizzazione dei consumi, differenziarsi equivale a omologarsi.
Read more...

4 novembre 2010

Tu ci metti solo il collo, alla corda e al sapone ci pensano loro. (di Lurtz)

2 commenti
Discorrevo con una persona del più e del meno e questa ha posto un dilemma: "Gas, Luce, Telefono, Spazzatura, Affitto, poi si deve mangiare poi la benzina per la macchina.....quante spese. Ma come fa uno in cassintegrazione ad arrivare a fine mese?"; "...bhè...", rispondo, "...è semplice! Non ci arriva. Oppure si ingegna.
Non paga le bollette o non paga l'affitto. Oppure va a fare lavoretti supplementari, ovviamente in nero col rischio di essere licenziato se lo beccano. Oppure ancora, chiede un prestito".
"...Eh, si...però il prestito poi lo deve restituire...", incalza l'interlocutore; "No problem. Vorrà dire che chiederà un prestito per pagare il prestito, e così via fino a quando non muore di vecchiaia o si suicida perché non ha più nemmeno i reni da vendere!".
Troppo cinico? Troppo duro? Esageratamente catastrofico?
Non credo.
Perché ahìnoi questi "risultati finali" sono diventati l'ordine del giorno, ma la vera catastrofe è che siano considerati come "problemi marginali".
Però l'eccesso, quando diventa quotidianità, non può più essere considerato marginalmente.

Prima che cambiassi canale a causa del disgusto insopportabile che mi ha provocato, durante la puntata della scorsa settimana de "L'Infedele", il programma di approfondimento de La7 condotto da Gad Lerner, uno degli ospiti, Giuseppe Guzzetti presidente della Fondazione Cariplo, esaltava la funzione sociale necessaria che le organizzazioni come la sua rivestono nella moderna società.
In un mondo non ipocrita la definizione corretta sarebbe: strozzini. Nella nostra società, capitalista e in perenne concorrenza, invece tutto ciò è terreno legale di profitto.
E' un'opportunità.
Dal "loro" punto di vista. 

Dall'altro punto di vista, invece, è l'anticamera della morte. 
Salvo, ed è questa la via che ci obbligano a percorrere, arrendersi ad una vita di debiti.

Per chi volesse approfondire l'argomento:
«A proposito di strozzini», di Salvatore Cernigliaro
«Il debito in busta paga», di Marco Gallicani
«Banche, strozzini legalizzati», di Raffaele Bruno


Read more...