Raccogliere i frutti è inutile se sono marci.

Che i delinquenti non siano tutti uguali davanti alla legge e davanti all'opinione pubblica, ormai, è un fatto.
Nell'ignoranza dilagante, quindi non più situazione periodica ma determinazione culturale acquisita, ci si muove a tentoni e la luce guida è il luogo comune, la generalizzazione.
Ma anche la generalizzazione, appunto, deve rispettare canoni precisi.
Vedremo più avanti, però, che esiste una categoria che ha diritto a privilegi e questo avverrà a rischio di apparire banali.
Sfogliando il giornale, davanti ad un paio di fotografie si è sviluppata questa mia convinzione.
Nel primo caso, una serie di fotografie ritraevano Stefano Cucchi in tre diverse situazioni: una normale fototessera, quella segnaletica fatta dalla Polizia (in cui sono evidenti i segni delle percosse) e quella in cui è già cadavere prima dell'autopsia.
Ecco, se guardiamo la foto segnaletica con gli occhi del pregiudizio e senza ammettere alcun tipo di giustificazione giungiamo senza difficoltà alla conclusione lombrosiana e affermare: "Ma guarda che faccia da delinquente!", viso scavato, mascella pronunciata, eccetera, tutta una serie di caratteristiche "tipiche" del pregiudicato, del criminale abituale.
Se invece proviamo a spogliarci dei pregiudizi e la guardiamo con gli occhi della persona, ci accorgiamo che è semplicemente la foto di un essere umano. Che magari aveva problemi con l'uso delle droghe e che può anche darsi che abbia commesso qualche piccolo crimine (furtarelli, ecc.), ma comunque semplicemente una persona. Nè più, nè meno.
Il secondo caso, invece, ritrae alcuni giovanotti che sistemano uno striscione su cui è scritto: "Il prossimo potresti essere tu!", con la relativa didascalia che recita: "Uno striscione di protesta contro la violenza degli zingari nelle strade di Alba Adriatica", probabilmente opera dell'articolista Ferruccio Sansa.
Qui più che la foto, desta sdegno la didascalia.
Interrogato al termine "Zingaro", lo Zingarelli (ironia della sorte...) recita:" 1. Appartenente a una popolazione originaria dell'India, diffusasi in Europa sino dal XII secolo, caratterizzata da nomadismo, attività saltuarie e ricche tradizioni etniche.
2. (spregiativo) Persona dall'aspetto sciatto e trasandato."
Potremmo fare molti giri di parole giustificativi, ma sappiamo bene che l'uso di quel termine è effettuato esclusivamente con accezione negativa, non casualmente, infatti, il titolo dell'articolo è: "I rom spariti dopo l'omicidio di Emanuele".
Il titolo, a due colonne, rimane nell'ambito del politicamente corretto, la didascalia, meno evidente, invece è di stampo razzistico e discriminatorio. Attenzione però, perchè la discriminazione è, in questo caso, verso un'intera etnia e non rivolta a episodi delinquenziali (risulterebbe, forse, meno fastidiosa ma ugualmente scorretta).
A questo punto, mettiamo sull'altro piatto della bilancia un Lapo Elkann che, nonostante l'abuso di droghe non ha mai soggiornato nelle patrie galere ma anzi ha trasformato la sua "disavventura" in punto di forza e redenzione, oppure un Vittorio Sgarbi che, di tanto in tanto, usa anche le mani per far valere le proprie ragioni ma ciò nonostante non ci si sogna nemmeno di additarlo come appartenente ad una infima razza di "maneschi lombardi".
Anzitutto si badi che qui nessuno vuole giustificare in nessuna maniera alcuna forma di delinquenza, semplicemente si vuole sottolineare la mancanza di giudizio indipendentemente dalla provenienza sociale e o etnica, consapevoli però, che questo non è possibile in una società di tipo capitalistico.
In secondo luogo, nonostante appaia banale o scontata, la questione da considerare non è così semplice.
Diversamente da quel che può sembrare il problema, a mio parere, non rientra più nell'ambito dell'apparenza, marchio di fabbrica della società moderna mediatica, ma è un "naturale" frutto di un'inseminazione perversa.
Tutto ciò rientra nella visione ultranichilistica dell'Ultimo Uomo di nietzscheana memoria la cui parola d'ordine è "Si salvi chi può!".
Giovani che crescono col mito del "volere è potere" ed "educati" da adulti che non hanno altro scopo che la carriera, che cercano di prendersi (in molti casi anche e soprattutto con la violenza) ciò che credono gli spetti e nessuno gli dà; trenta e quarantenni disillusi da anni di sacrifici e di duro lavoro che finiscono col decidere di rovinarsi la propria e/o rovinare la altrui vita; vips che alla faccia di tutto e tutti stragodono e vengono deificati mentre sputazzano e scoreggiano addosso agli stessi che li venerano; poliziotti a cui, dopo tanto lavoro per dare la caccia ai criminali, viene scippato il merito in nome di "immunità" varie.
Ecco come si genera il caos.
Non è un luogo comune affermare che i media giocano un ruolo determinante nella educazione di un popolo (e non vuole essere questo un atto d'accusa verso essi). L'errore è considerare i media il solo elemento educativo corretto.
Sono strumenti d'educazione ma funzionali al sistema dominante, non potrebbe essere altrimenti e solo gli idealisti o gli sciocchi possono pensare che non sia così.
Banalità? Solita solfa? Luoghi comuni?
Forse.
Ma anche verità.
Guardiamoci intorno. E poi riparliamone.

"Cercando un modus convivendi nella nuova Babele"

"Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non vuole sentire parlare.
Il contrario del decoro.
Insistete sulla malattia, l'angoscia, lo squallore.
Parlate della morte e dell'oblìo.
Della gelosia, dell'indifferenza, della frustrazione, dell'assenza di amore.
Siate abietti, e sarete veri." (Michel Houellebecq)

"Universalismi socialmente condivisi o nietzscheana logica dell'ultimo uomo."


"[...] Siamo tutti uguali dinanzi a una morte tanto violenta quanto (per noi) insensata, più che ingiusta. La poco sorprendente conseguenza di questa livida folgorazione del terrore non è stata, per lo più, altro che una conferma della vecchia strategia: trasformazione del terrore in orrore, e dispersione dell'orrore attraverso la combinazione di un nichilismo ludico con una costruzione artificiale xenofila. L'immagine spaventosa dell'Altro viene addolcita sotto la rappresentazione dell'essere sofferente (preferibilmente un bambino o un'anziana). «Adotta un bambino»!, è l'appello che ci incalza. Senso subliminale: così quando crescerà, sarà come uno di noi, o almeno avrà pietà di noi. Non ci ucciderà, come il leone affamato il pingue agnello silenzioso.

Fine dell'arte, inizio della costruzione artificiale dell'Altro, dietro la cui immagine appare l'Altro diverso, il revenant che terrorizza. A tal riguardo, sono state date poche interpretazioni più lucide di quella di Jean Baudrillard, anche prima del fatidico undici settembre:
«Quanto più si è consapevoli che la teoria genetica delle razze sia priva di fondamento, tanto più si rafforza il razzismo; si tratta della costruzione artificiale dell'Altro, la cui base è un'erosione della singolarità delle culture (della loro alterità rispetto alle altre) e di conseguenza del sistema feticista della differenza. Finchè c'è stata alterità, estraneità e relazione duale - eventualmente violenta - non c'è stato razzismo propriamente detto, com'è testimoniato dai documenti antropologici, approssimativamente fino al secolo XVIII. Una volta perduta questa relazione "naturale", si entra in una relazione con un Altro artificiale. Non c'è più nulla nella nostra cultura che ci consenta di sconfiggere il razzismo, giacchè tutto il movimento della nostra cultura è diretto verso una incallita costruzione differenziale dell'Altro e verso un'estrapolazione perpetua del Medesimo attraverso l'altro; cultura artistica del falso altruismo».
La ragione di tanta consentita menzogna è stata già svelata: l'oblìo del dolore suppone la perdita del senso della comunità. Nella società globalizzata, il dolore dell'altro è diventato incomprensibile. Ne è conseguenza l'attuale retorica: trasformare la perdita del senso dell'alterità nell'illusione della tolleranza da un lato; mentre dall'altro si caccia inesorabilmente l'Altro nell'angolo dell'emarginazione e dell'obbrobrio.
Secondo questa desolata conclusione, forse restano ancora nuovi compiti per l'arte? O dovremo dire con un rinnegato, con un antico attivista come Günter Brus, che l'arte è pronta per essere seppellita definitivamente? Forse l'ultima caricatura dell'arte sarà quella in cui, con tratti grossolani e premeditatamente infantili, l' «io autistico» si connette a una macchina eccitante, ma non troppo, mentre intorno a lui girano pallidi fantasmi (fra di essi, la Giustizia). E' la macchina dell'ultimo uomo nietzscheano. Kunst, auf wieder sehen - leb wohl! Data: 2001.
Un universo che procede di pari passo con la propria alienazione, per evitare lo sforzo di contemplare qualcosa che svanisce: il carattere impresentabile, imprevedibile, impensabile dell'Altro? Ascoltiamo di nuovo Baudrillard:
«Di fatto, il limite paradossale dell'alienazione consiste nel prendere se stesso come bersaglio, come oggetto di cura, di desiderio, di sofferenza e di comunicazione. Questo cortocircuito dell'altro inaugura l'èra della trasparenza. La chirurgia estetica diventa universale; quella della faccia e del corpo non è altro che il sintomo di una chiruegia molto più radicale: quella della alterità e del destino».
Già risuonano le trombe della produzione mediatica di sentimentalismi di alterità intentate. Cosa c'è di più commovente delle grida d'aiuto? «Salvate le balene! E' il giorno del Bambino, della Donna, dell'Orgoglio Gay, degli Indiani, di tutto ciò che è emarginato, e che presto integreremo»! Non sia mai che torni lo spettro che noi stessi abbiamo fabbricato coi nostri incubi. Il destino, di cui Baudrillard ha nostalgia, viene così trasformato in lacrimevole melodramma. Etica della pietà (Gli dèi mani di Vattimo, il Gran Compatitore!). Etica umanitaria: l'etica delle false consolazioni. Sostituzione dell'«altro» reale (il musulmano, il sudamericano, il terzomondiale) con l'invenzione di un «altro» utilizzabile e degno di compassione. Retoriche della simulazione: Esercito della Pace, Summit dedicati alla Terra, alla Biodiversità, e chi più ne ha ne metta. Autoconsolazione - in fondo - che permette di moltiplicare all'infinito le forme di vigilanza. Simulazione e ansia. Chiunque (in fondo, io stesso, o tu, lettore) può essere un delinquente, come in quel racconto di Jardiel Poncela, investigato da uno «Sherlock Holmes» riveduto e corretto: è stato commesso un delitto in un castello isolato, e tutti i sospettati moriranno uno dopo l'altro, finchè resterà vivo solo il bravo ispettore il quale - probabilmente da buon lettore di Bacon - procede, vittorioso, ad arrestare se stesso come colpevole dei delitti.
E allora, il giorno in cui una cosa del genere accadrà, non ci sarà certamente più «terrore» nè «fanatismo». Perchè di fronte a «noi» non ci sarà più nessun «voi», e pertanto non ci sarà più assolutamente nulla che potremo chiamare nostro: neppure la morte, prima così «propria». Resterà solo Uno (Uno dei tanti) che si arresterà da solo.
Logica del duello, fine del terrore, fine dell'uomo. Fine."
Tratto da: "Terrore oltre il postmoderno. Per una filosofia del terrorismo", Felix Duque.
Capitolo 5: "Cercando un modus convivendi nella nuova Babele" (da pag. 89 a pag. 94)



Aldilà delle (mie) perplessità nei confronti del pensiero di Jean Baudrillard, è interessante rilevare le "evoluzioni" che la società contemporanea svela.
Sono d'accordo con chi sostiene che esse risultano essere così profonde culturalmente da poter essere definite addirittura antropologiche. Non si tratta più, insomma, della "deviazione" di pochi, bensì dell'assunzione di "nuovi" caratteri.
Si determina così il passaggio, la trasformazione, della sovrastruttura culturale capitalistica, il nichilismo postmodernista, in struttura che vive autonomamente all'interno della struttura stessa; un assorbimento reciproco (che Marx definiva "sussunzione").
Tutto questo è una ulteriore conferma del fatto che i mezzi idonei per affrontare (e superare!) determinate, fondamentali, questioni, grandi marxisti del passato li avevano già offerti, a partire da Josif Stalin. Ma inspiegabilmente, sono state accantonate o addirittura mistificate e buttate nella spazzatura.
(A cura di Lurtz, membro)

Il testamento filosofico e politico di Stalin.

Hans Heinz Holz





Lenin ha sempre affermato che il marxismo non è un sistema dogmatico di proposizioni rigide: al contrario, il marxismo, nella sua riflessione teorica, segue il mutamento dei rapporti reali e ne ricava conseguenze mirate alla prassi. La dialettica è quella forma di teoria che descrive, nella varietà dei suoi elementi e momenti, la connessione dell’insieme, che muta nel tempo, quale fondamento del loro svolgimento regolare. Il materialismo dialettico, per i suoi presupposti ontologici generali, è necessario per produrre interpretazioni nuove della realtà. Ogni teoria, infatti, è l’interpretazione di uno stato di fatto descritto (1).
I due scritti tardi di Stalin, compresi tra il 1950 e il 1952, ("Il marxismo e i problemi della linguistica" - "Problemi economici del socialismo nell’URSS") vanno esaminati appunto in questa prospettiva: dalla riflessione contemporanea su uno stato di fatto reale, quegli scritti elaborano una nuova situazione, sia economico-sociale che ideologica e storico-scientifica. Poichè poco dopo morì, Stalin non ebbe la possibilità di tradurre nella prassi il suo pensiero e così gli scritti in questione risultano essere, per così dire, il suo testamento teorico.
Nella critica controrivoluzionaria di Kruscev contro Stalin e nel periodo di stagnazione che ne derivò (2), le sollecitazioni che venivano da quegli scritti furono rimosse e restarono prive di conseguenze nello svogimento della teoria marxista. Tuttavia sono del parere che in quegli scritti vi sia un patrimonio teorico non smentito, che vale la pena di riattivare. In questa occasione mi limiterò alle iniziative scientifiche e ideologiche che, circa i problemi riguardanti il marxismo, rimandano alla scienza linguistica (3).
Mi sembra che le proposizioni di Stalin si muovano in uno spazio definito da tre punti:
in primo luogo, la precisazione della descrizione strutturale del rapporto tra essere e coscienza - dunque un’espressione dell’ontologia marxista;
in secondo luogo, la critica distruttiva di certe proposizioni scolastiche, dominanti nella linguistica e proprie della Scuola di Marr; il rilancio della discussione circa i fenomeni, vale a dire un segnale nel senso della ripresa della ricerca scientifica in materie controverse;
in terzo luogo la messa alla berlina dell’atteggiamento burocratico, di cui è affetto ogni sistema di comando, nonchè l’impulso ad imprimere una svolta organizzativa sia all’attività di partito che a quella statuale.
In relazione a questi tre aspetti, accetto come giustificata la supposizione che fosse intenzione di Stalin, dopo la vittoria nella Grande Guerra patriottica e dopo la stabilizzazione realizzatasi nei primi anni post-bellici, di guidare l’Unione Sovietica a una nuova fase di costruzione del socialismo. La morte di Stalin fece cadere nel dimenticatoio questo processo, che certo solo pochi avevano intuito.
In seguito al XX Congresso del PCUS, le opere di Stalin furono gravate da un tacito tabù, che contribuì allo scadimento teorico delle scienze sociali sovietiche rilevanti dal punto di vista ideologico.
Ma passiamo ora ad esaminare nei particolari questi aspetti della discussione sul marxismo e le questioni relative alla linguistica.
Il modello fondamentale dei rapporti dell’essere con la coscienza è rappresentato nella filosofia marxista mediante lo schema della base e della sovrastruttura.
La proposizione fondamentale "l'essere determina la coscienza" è spiegata dal materialismo storico nel senso che i rapporti economici (ovvero i rapporti di produzione in cui l’uomo realizza il proprio "scambio organico con la natura", cioè la riproduzione della sua vita come individuo e come specie) costituiscono la base, la cui determinatezza formale produce le forme sovrastrutturali che le sono adeguate - l’ordinamento giuridico, i contenuti della visione del mondo, l’arte, la morale, la religione, ecc. - in quanto rispecchiamenti ideali, i quali a loro volta possono obiettivarsi in istituti e processi materiali (per esempio opere d’arte o, rispettivamente, ricerca scientifica, gare sportive, ecc.). Attraverso questa mediazione si realizza anche un effetto di ritorno della sovrastruttura sulla base: infatti la sovrastruttura è condizionata dalla base, cambia con essa e in dipendenza da essa nei diversi stadi storici (4).
Per la fondazione di una teoria dell’ideologia questo schema è sufficiente e tollera di differenziarsi in misura sufficiente a poter pensare la molteplicità dei fenomeni storici (5).
In connessione con la crescente importanza della scienza come forza produttiva, doveva divenir problema il fatto che i contenuti e le forme di coscienza - ad esempio le conoscenze naturali, le relazioni matematiche, i presupposti logici del pensiero - che nascono nel contesto delle attività sovrastrutturali, pur risultando spesso contaminate da rappresentazioni ideologiche, conservano tuttavia il loro valoro, indipendentemente dai mutamenti della base.
Il rapporto tra verità assoluta, relativa e ideologia in molti casi non deve essere determinato mediante confini univoci. Lo status ontologico di un principio logico - come ad esempio quello di identità - , di una regolarità matematica - ad esempio quella della somma degli angoli di un triangolo -, o di una costante naturale, deve ricevere in un sistema materialistico una sua spiegazione: per tutti questi problemi, lo schema del rapporto base / sovrastruttura non può bastare ad una elaborata filosofia del materialismo dialettico.
In relazione a questi problemi che si erano andati accumulando, un passo decisivo nello sviluppo teorico del marxismo fu compiuto da Stalin quando - in relazione a un caso paradigmatico - egli mise in questione la linearità dello schema del rapporto base / sovrastruttura.
In effetti, la lingua offre di primo acchito l’immagine di una variabilità storica e di una dipendenza dalle circostanze sociali. I vocabolari esibiscono mutamenti di significato, che stanno a indicare variazioni nei processi di lavoro, innovazioni tecniche o modificazioni sociali. Per esempio in tedesco il senso della parola rete, da rete da pesca si allarga a network di flussi interattivi di informazioni, mediante un precedente passaggio a rete telefonica; o ancora il termine Frau, dall’originario significato di domina passa a quello di femmina, ovvero persona di sesso femminile.
Vi sono gerghi, legati a specifici ambienti o professioni, ovvero linguaggi speciali. Vi sono modi di parlare strettamente legati a brevi momenti temporali e destinati a morire con essi. C’è la lingua colta accanto alla lingua parlata e ai dialetti regionali. In breve, abbiamo molteplici fenomeni linguistici che possiamo contare tra i fenomeni sovrastrutturali e che si lasciano mettere in relazione con specifici sviluppi dei rapporti di produzione: è questa la base fenomenica delle concezioni linguistiche della Scuola di Marr, ovvero la concezione secondo cui la lingua va studiata in quanto manifestazione della sovrastruttura.
Per tutto ciò è assai significativo dal punto di vista teorico che, proprio nel caso della lingua Stalin abbia rimarcato l’insufficienza dello schema base / sovrastruttura. Egli afferma in modo lapidario: "Ogni base ha la propria sovrastruttura, a essa corrispondente [...] Se la base si modifica e se viene messa da parte, allora si modifica anche la sua sovrastruttura e così nasce anche una sovrastruttura corrispondente alla nuova base. Sotto questo rispetto, la lingua si differenzia nella sostanza dalla sovrastruttura" (6). Per esemplificare ciò, Stalin ricorre alla lingua russa.
"In una parte determinata del suo vocabolario, la lingua russa si è modificata e lo ha fatto nel senso di arricchirsi di una accertabile quantità di nuove parole ed espressioni, che sono nate in relazione all’avvento della nuova produzione socialista, alla nascita del nuovo Stato, della nuova cultura socialista, della nuova vita sociale, della nuova morale e, infine, in connessione con lo sviluppo della tecnica e della scienza. Si è modificato il senso di una serie di parole ed espressioni le quali hanno acquistato un nuovo significato; un certo numero di vecchie parole è scomparso dal vocabolario. Tuttavia, per quanto riguarda il fondamentale patrimonio terminologico e la costruzione grammaticale della lingua russa, che rappresentano insieme la parte sostanziale di una lingua, non solo con l’accantonamento della base capitalistica non sono stati anch’essi messi da parte nè sostituiti da nuove strutture grammaticali o da un nuovo patrimonio terminologico, ma, ben al contrario, si sono mantenuti sani e salvi, nè hanno sperimentato qualche altra rilevante forma di mutamento" (7).
Stalin fissa quattro caratteristiche che differenziano la lingua dalla sovrastruttura:
- costanza del patrimonio terminologico fondamentale e della fondamentale struttura grammaticale, che va al di là dei limiti della base economica;
- origine della lingua non da una base bensì dall’intero procedere storico di una comunità linguistica;
- funzione di una lingua quale strumento di comprensione, al di là delle distinzioni di classe;
- legame immediato della lingua con la produzione.
Da ciò si ricava che, con il linguaggio, non solo ci troviamo di fronte a un ambito che si differenzia dalla base e dalla sovrastruttura, ma anche che questo ambito - dal punto di vista logico e ontico - va presupposto al costituirsi di una formazione storica determinata e al suo svolgersi.
"Lo scambio di pensieri è una necessità di vita costante e di innegabile importanza, poichè in sua assenza [...] non sarebbe possibile la persistenza della produzione sociale. Senza una lingua che sia comprensibile alla società e a ognuno dei suoi membri, crollerebbe la produzione e la società cesserebbe di esistere in quanto tale [...] La lingua appartiene a quei fenomeni sociali che sono operanti fin tanto che persiste la società" (8).
Lo schema base / sovrastruttura è un modello strutturale delle relazioni sociali. In accordo con Marx, Engels e Lenin, Stalin dimostra che la metafora spaziale non può essere intesa nel senso di una relazione unidirezionale tra i livelli, del tipo della relazione causa / effetto, in quanto essa include, in realtà, anche una relazione di reciproca influenza (9).
"La sovrastruttura è creata dalla base, ma in nessun modo questo significa che si limiti semplicemente a rispecchiare quest’ultima [...] Al contrario, una volta venuta al mondo, la sovrastruttura diviene una forza attiva, nel senso che contribuisce attivamente a che la base assuma la sua specifica forma e si consolidi [...] D’altronde, non potrebbe essere altrimenti. La sovrastruttura è prodotta dalla base affinchè le serva, perchè l’aiuti attivamente, perchè ne assuma la forma e la consolidi e attivamente contribuisca a combattere la sopravvivenza della vecchia base e della sua sovrastruttura" (10).
In questa semplicità, con la quale viene sostenuta l’attiva reazione della sovrastruttura sulla base, sembra nascondersi una banalità. Ma chi conosce i controversi dibattiti circa il ruolo della sovrastruttura, dovrà riconoscere che nelle proposizioni staliniane è enucleata la quintessenza dello schema, contro tutti gli sbandamenti della discussione. Canonico è ciò che si comprende da sè. Ma la tesi di Stalin va oltre.
"In breve, la lingua non può essere accolta nè entro la base nè entro la sovrastruttura; nè può essere considerata una categoria intermedia tra base e sovrastruttura, per il semplice motivo che tale categoria non esiste" (11).
Dunque nè base, nè sovrastruttura e neppure categoria intermedia - ciò non può significare altro se non che vi è un reale il quale non è adeguatamente messo a fuoco da una metafora che nasce dall’architettura. La lingua come strumento di scambio va vista in analogia con gli strumenti di produzione. In quanto presupposto della produzione sociale, la lingua come un tutto è una forza produttiva (mentale), che consente di volgere la scienza in forza produttiva e di funzionare come medio dei fenomeni strutturali, in quanto portatrice di pensieri ("realtà del pensiero").
Intrecciata a ogni altro ambito dell’essere sociale, la lingua è una costruzione ideale nella quale si rappresentano rapporti materiali e, d’altronde è essa stessa un rapporto materiale, perchè processo di costituzione dell’universale-reale (12).
Nella descrizione funzionale della lingua, ogni realtà, che Hegel chiamava spirito obiettivo, vien colta come "rapporto materiale" e il materialismo meccanicistico dall’inizio non le riconose un’attività materiale (attività oggettiva): In relazione alla lingua si mostra una essenziale condizione costitutiva della dialettica.
A questo punto s’impone stabilire un legame indiretto con la critica di Gramsci a Bucharin.
La parte dell’undicesimo Quaderno dal carcere dedicata al "Saggio popolare" costituisce una requisitoria, penetrante e per molti aspetti riuscita, contro il meccanicismo causalistico; ma nello stesso tempo rappresenta un’orazione a favore della dialettica in quanto forma dela processualità storica reale.
La questione che, centralmente, Gramsci pone è la seguente: "Come nasce il movimento storico sulla base della struttura?" (13).
E’ appunto in questo senso che Stalin sottrae la vita della lingua al rapporto meccanico base / sovrastruttura e sottopone il rigido schema alla dinamica del movimento storico (senza, con ciò, diminuire in nulla la funzione esplicativa dello schema, in relazione alla costruzione dell’edificio sociale).
Gramsci critica Bucharin sottolineando come al "Saggio popolare" manchi "una trattazione qualsiasi della dialettica" (14).
Il marxismo esibisce una filosofia "in quanto supera (e superando ne include in sè gli elementi vitali) sia l’idealismo che il materialismo tradizionali, espressioni della vecchia società" (15). Al contrario, Bucharin si pose in continuità col vecchio materialismo metafisico.
A me sembra che gli enunciati di Stalin, nello scritto sul "marxismo in linguistica", si collochino nel contesto dell’elaborazione di una concezione filosofica dialettico-materialistica, la quale ha gli altri suoi punti nodali nel leniniano "prospetto della Scienza della logica di Hegel" e nella gramsciana "Introduzione alla filosofia" (16).
Ciò è sufficiente, ma un’adeguata concezione della dialettica, che non la tratti come un caso particolare della logica, bensì piuttosto come principio costitutivo di una visione del mondo, secondo la giusta e chiara concezione gramsciana, è l’equivalente teorico di un corretto agire politico; e in questo senso dobbiamo intendere anche le riflessioni di Stalin sulla dialettica, giusta le Questioni del leninismo.
Malgrado il significato ideologico dei problemi linguistici, ci si potrebbe meravigliare del fatto cheStalin metta in gioco la sua autorità a proposito di un argomento tanto periferico da un punto di vista politico. D’altronde lo stesso Stalin dimostra di non avere affatto l’intenzione di entrare nel dominio della linguistica, per il quale certamente non aveva competenze; piuttosto, ciò che a Stalin interessava erano certe questioni fondamentali del marxismo.
"Io non sono uno studioso di linguistica e naturalmente non posso soddisfare pienamente i compagni. Invece, per quanto riguarda il marxismo nella linguistica e anche in altre scienze sociali, sono direttamente chiamato in causa". (17).
Con ciò fa evidente riferimento alla sistematica filosofica, che abbraccia più che un solo ambito. Tuttavia, mediante questa osservazione non appare pienamente chiarito il perchè delo spettacolare intervento del capo del partito in una discussione scientifica.
Le proposizioni di Stalin, in realtà, non rimandano solo alla sistematica ontologica, ma rappresentano anche una critica diretta alla pratica della ricerca scientifica in URSS e, così, riguardano anche temi dell’organizzazione sociale.
Per comprendere l’intenzione che sta dietro l’intervento nella discussione linguistica, va tenuta presente anche l’opera successiva Problemi economici del socialismo.
Si può facilmente convenire che il problema posto a Stalin era stato concordato con lui (come d’altra parte accade, quando si tratta di interviste a personalità che occupano posti di responsabilità). La domanda intorno all’adeguatezza della discussione - controversa - sulla Pravda, dà a Stalin l’opportunità di spiegarsi con indubbia nettezza: "Prima di tutto la discussione ha reso del tutto chiaro che negli organi linguistici, al Centro e nelle Repubbliche, domina un regime che non va bene nè per la scienza nè per gli scienziati. Anche la più lieve critica allo stato di cose esistente nella linguistica sovietica, anche il più timido tentativo di una critica al cosiddetto "nuovo sapere" in ambito linguistico, risultano impedite e perseguitate dagli ambienti dirigenti in ambito linguistico. Per un atteggiamento critico nei confronti dell’eredità di N. J. Marr, per la più lieve disapprovazione nei confronti della dottrina di N. J. Marr, hanno perso il loro posto in ambito linguistico ricercatori competenti, oppure sono stati retrocessi a incarichi meno importanti. I linguisti vengono chiamati a posti di responsabilità non per la loro competenza, ma sulla base del pieno riconoscimento dela dottrina di N. J. Marr. E’ universalmente noto che nessuna scienza può svilupparsi e giungere a buoni risultati senza scontro fra opinioni e senza libertà di critica (sott. mia H.H.H.). Ma questa regola universalmente riconosciuta è stata sfrontatamente ignorata e calpestata. Si è costituito un gruppo chiuso di personalità dirigenti infallibili che, dopo essersi messi al sicuro da ogni possibile critica , hanno cominciato arbitrariamente ad amministrare, provocando però disordini" (18).
Citare integralmente questo passo era necessario per rendersi conto di quale fosse l’impulso che Stalin cercava di dare alla vita pubblica. Le situazioni da lui giudicate tutt’altro che in ordine, non erano certo specificità di una determinata disciplina scientifica, piuttosto si erano diffuse in ogni ambito della società in seguito al processo di burocratizzazione dell’attività dello Stato e del Partito. Nel corso della costruzione dell’economia socialista, che si andava completando in modo centralizzato e sotto la pressione del tempo, verosimilmente un tale processo di burocratizzazione era in una certa misura inevitabile. Il fatto che esattamente questo processo assumesse dimensioni ipertrofiche era da ascriversi alle condizioni particolari in cui la costruzione del socialismo avveniva in URSS - i problemi legati a ciò certamente non potevano essere discussi in questo testo, tuttavia abbisognavano di un’analisi (19).
La durezza con cui Stalin si espresse sta a significare che aveva compreso l’urgenza del problema e che giudicava venuto il tempo di intervenire a modificare la situazione. La stessa scelta che Stalin fece delle parole sta a dire che non si trattava solo dello scontro tra scuole scientifiche. Stalin parlò di sistema-Araktsceev (20). Araktsceev fu un uomo di Stato russo reazionario al tempo della Santa Alleanza, il quale - analogamente a Metternich ma in modo ancor più duro - costruì un regime militare e di polizia dispotico senza alcuna remora. Si vede bene che sarebbe stato del tutto sproporzionato usare simbolicamente il nome di Araktsceev se la questione si fosse limitata ai rapporti tra istituzioni universitarie.
Per dar conto, con una parola, del tono provocatorio quasi esacerbato e del paradosso, osserviamo ciò: Stalin dette il segnale a favore di un processo di cambiamento sociale che, se volessimo ricorrere al gergo giornalistico promosso dal XX Congresso, potremmo denominare destalinizzazione - termine, peraltro, falso e deviante.
L’intervento su strutture organizzative e personali consolidate, nonostante il pericolo di scosse profonde dell’ancora debole società sovietica del dopoguerra, era tuttavia qualcosa di auspicabile per spianare il passaggio a un’altra fase della costruzione del socialismo. La discussione in un ambito scientifico, marginale dal punto di vista politico-sociale, poteva dare un segnale di inizio per preparare, con cura e consapevolezza, un cambiamento nei rapporti e dare spazio a nuove concezioni nel lavoro collettivo.
Sono consapevole che la prima obiezione è che con le fonti date non poteva esser fatto nulla che avesse un’effettiva valenza dimostrativa. Le maggiori ipotesi storiche hanno appunto questo status congiunturale. Ma il testo su marxismo e linguistica va visto in relazione alla Costituzione del 1936 e con ciò acquista plausibilità l’ipotesi che dopo le tensioni del periodo della guerra, le forme imposte dal periodo eccezionale dovessero essere abbandonate e che si ricercasse l’inizio di un terreno caratterizzato da minore conflittualità sociale (21). Una tale interpretazione autorizza una spiegazione differenziata del periodo, più di quanto non avvenga con l’usuale pubblicistica, che tutto tratteggia in bianco o nero, dunque con rigide opposizioni.
Per concludere, dobbiamo ancora stabilire il parallelo tra questo scritto e quello, di due anni successivo, sui problemi economici dell’URSS. Naturalmente, non mi interessa fare un confronto col contenuto economico-politico, perché sarebbe un’indagine del tutto particolare. Tuttavia vi sono segni chiaramente riconoscibili che opera un nuovo stile nelle controversie pubbliche e nella maturazione dei giudizi. Il tema in primo piano è la redazione di un manuale di economia politica: ciò che si esprime nelle tesi dello scritto sono le concezioni e le strategie economiche e socio-politiche. Ma ora il problema non è più rompere forme istituzionalmente irrigidite della stagnazione per potersi guadagnare il premio del giudizio critico (22). Piuttosto, ora, si tratta di formulare un progetto, teoreticamente più corretto e limpido concettualmente, per la pratica di costruzione del socialismo.
Il tono polemico, che nello scritto sulla linguistica a volte fa capolino, manca totalmente nella trattazione economica. D’altra parte Stalin dice espressamente: "Alcuni compagni, nel corso della discussione, hanno con troppo zelo analizzato criticamente il progetto del libro e mosso rimproveri agli autori per le loro mancanze e i loro errori, decretando così il fallimento del progetto. Naturalmente è vero che nel manuale esistono errori e lacune - ma questo capita per ogni grossa opera" (23).
Solo rispondendo a Jaroscenko, Stalin si mostra ironico e violento, rimproverandogli duramente di aver riproposto alcuni errori buchariniani. (Chi, con l’occhio rivolto al successivo sviluppo storico, legge questo Stalin, può intravedere nella ripulsa di Jaroscenko un anticipo della critica a Kruscev). La constatazione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione anche nel socialismo implica l’apertura verso la cancellazione delle differenze - e nella discussione vi è anche un’aperta critica a Stalin. Ma questi osserva espressamente: "Io penso che per la correzione del progetto di manuale, era necessario costituire una commissione numericamente non grande, della quale facessero parte non solo l’estensore del manuale e i suoi sostenitori, in maniera tale da avere essi la sicura maggioranza nelle discussioni, ma anche loro avversari che fossero critici aspri del progetto" (24).
Una società diretta dalla conoscenza che il socialismo scientifico consente, non nasce d’un colpo. Essa presuppone uomini che amplino e approfondiscano costantemente il loro orizzonte culturale, per potere avere interessi generali e prendere nelle loro mani la storia. Questa sarebbe, sì, democrazia autentica e per la prima volta effettiva. In proposito citiamo ancora Stalin.
"E’ necessario pervenire a una crescita cultrurale della società capace di assicurare uno sviluppo multilaterale delle sue capacitià fisiche e mentali; crescita mediante cui i membri della società abbiano la possibilità di ottenere una formazione in grado di trasformarli in attivi coattori dello sviluppo sociale [...] Si potrebbe pensare che non è possibile raggiungere una simile crescita culturale dei membri della società senza seri cambiamenti nell’attuale condizione del lavoro. A questo scopo è infatti prima di tutto necessario ridurre la giornata lavorativa fino a sei ore e, in seguito, fino a cinque. Ciò è necessario per dare a ogni membro della società sufficiente tempo libero per costruirsi una cultura multilaterale. Per questo scopo è infine necessario introdurre, come obbligatoria, una educazione universale politecnica, in maniera che ogni membro della società abbia effettivamente la possibilità di scegliersi liberamente il lavoro e che neppure un attimo della sua vita sia dedicato a un lavoro pur che sia. Inoltre, a ciò è necessario, anche, migliorare profondamente il regime degli alloggi e aumentare almeno del doppio, se non di più, i salari di lavoratori e impiegati: lo scopo è accrescere la capacità d’acquisto di beni necessari alle masse anche attraverso una diminuzione dei prezzi. Queste sono le condizioni fondamentali per operare il passaggio al comunismo" (25).
Con l’occhio rivolto a una società socialista sviluppata, da cui possa generarsi il comunismo, termina l’opera teorica di Stalin. Non dobbiamo lasciar disperdere questa eredità, esattamente se vogliamo onorare quanti sono caduti nella lotta per questo obiettivo.

Note

(1) Su questo, cfr. le notazioni programmatiche di A. Hüllinghorst, in TOPOS 22 "Lenin" [in corso di pubblicazione].
(2) V. K. Gossweiler, Die Taubenfuss-Chronik oder Die Chruschtschowiade, Monaco 2002.
(3) Josef W. Stalin, Werke, vol. XV, Dortmund 1979: "Il marxismo e i problemi della linguistica", pp. 163ss. - "Problemi economici del socialismo nell'URSS", pp. 292 ss.. Per gli echi internazionali di questi scritti, è importante notare l'immediata e spontanea reazione positiva dei linguisti; riguardo alla Germania, va rimarcata la reazione positiva di Werner Krauss, insigne studioso della civiltà romana, la cui competenza di merito, chiarezza filosofica e sensibilità politica, certo sono fuori discussione. Cfr. Werner Krauss, Das wissenschaftliche Werk, Berlino 1984. Cfr. anche H.H.Holz, Werner Krauss' sprachphilosophische Standortbestimmung, in Hermann Hofer, Thilo Karger, Christa Riehn (editori), Werner Krauss, Tübingen e Basilea 2003, p. 143 ss.
(4) Sui rapporti tra base e sovrastruttura, cfr. Kuusinen et alii, Principi elementari del marxismo, Roma, 1969 vol. 2, pp. 18ss.; A. Sceptulin, La filosofia marxista-leninista, Mosca 1977, pp. 271 ss.; Friedrich Tomberg, Basis und Uberbau, Darmstadt e Neuwied 1974; Istituto per le scienze sociali presso il CC della SED, Grundlagen des historischen Materialismus, Berlino 1976; Autori vari, Marxistisch-leninistische Philosophie, Berlino e Francoforte sul Meno 1979, pp. 446 ss.
(5) Sul tema di una teoria dell'ideologia, cfr. A. Mazzone, Questioni di teoria dell'ideologia, Messina 1981; Autori vari, Erkenntnis und Wahrheit, Berlino 1983; TOPOS 17, "Ideologie", Napoli 2001.
(6) Stalins Werke, Band 15: 165.
(7) Op. cit. p. 165s.
(8) Op. cit. p. 186.
(9) Cfr. ad esempio, nel'ambito della filosofia borghese, il modello dei livelli quale appare in Der Aufbau der realen Welt, Berlino 1940 di N. Hartman; ma anche dello stesso autore Neue Wege der Ontologie, Stoccarda 1947.
(10) Stalin op. cit. p. 166.
(11) Stalin op. cit. p. 203.
(12) H. H. Holz, Lingua e mondo, Francoforte sul Meno 1953 pp. 30ss.
(13) A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino 1977 p.1422.
(14) Gramsci, op. cit., p. 1424.
(15) Gramsci, op. cit., p. 1425
(16) Su Lenin cfr. H. H. Holz, Einheit und Widerspruch, vol. 3, Stoccarda 1997, pp. 361 ss. Per Stalin, cfr. H. H. Holz, "Stalin als Theoretiker des Leninismus", in Streitbarer Materialismus 22, maggio 1998, pp. 21 ss.
(17) Stalin, op. cit., p. 164.
(18) Stalin, op. cit., p. 197.
(19) Su questo cfr. H. H. Holz, Sconfitta e futuro del socialismo, Milano 1994.
(20) Stalin, op. cit., p.198.
(21) Sulla Costituzione sovietica del 1936 cfr. il mio contributo al Convegno dell'Associazione Culturale Marchigiana (31 maggio 2001).
(22) Concludendosi il dibattito,Stalin attenuò la critica a Marr e dette prova del proprio rispetto nei confronti del grande ricercatore (cfr. Stalin, op. cit. p. 209). Inoltre Stalin attribuì la responsabilità della stagnazione al regime-Araktsceev, nominandolo per la seconda volta (cfr. Stalin, op. cit. p. 210).
(23) Stalin, op. cit., p. 337.
(24) Stalin, op. cit., p. 338.
(25) Stalin, op. cit., p. 359.


(a cura di Giuseppe, membro)

Piersilvio...Pierferdi...Pierluigi...pier...favore, basta!

Per carità, non che ci si aspettasse qualcosa di diverso e infatti, sulla Stampa di oggi, Giuseppe Berta ci ricorda che le priorità del governo, o più in generale di un qualsiasi Stato borghese, sono altre che non la tutela dei lavoratori.
La priorità è la competitività, parafrasando il titolo "Priorità per essere competitivi".
Sembra oramai diventata una litania demagogica ricordare che ogni giorno sul posto di lavoro muiono sette (7!!!) persone o che la chiusura di un'azienda non è una "disgrazia" solo per chi è proprietario ma soprattutto per chi ci perde la pelle in anni di sfruttamento.
Eppure, volenti o nolenti, è questa la realtà!
La cosa più interessante che ci ricorda il signor Berta è che il prossimo anno scadranno i Titoli di Stato, per un ammontare di circa 100 miliardi di euro.
Il governo intanto prova a lanciare segnali positivi ai piccoli padroni, annunciando la soppressione dell'Irap. Ma sappiamo bene da quali tasche usciranno quei denari che verranno a mancare. Da quelle stesse tasche che, se si continua con politiche protettive nei confronti dell'imprenditoria rendendola sempre più forte dal punto di vista del potere ricattatorio nei confronti dei lavoratori, saranno "desolatamente" vuote.
Infine, il "popppolo di Sinistra" aspetta con ansia il Verbo del nuovo Messia Bersani, il quale, perfettamente in linea con le aspettative di chi non ha mai creduto ai clown socialdemocratici, si preoccupa anzitutto di tastare il polso ai suoi "veri" elettori: gli artigiani delle piccole imprese (...a Prato).
Mi sembra che ce ne sia d'avanzo per smetterla di sbrodolare minchiate sul tema "Primarie", o no?

Contro l'infame opportunismo.

L'opportunista è come un cancro. Cresce dentro e quando ti accorgi della sua presenza è già troppo tardi.
Perciò la prevenzione è d'obbligo!
A tal proposito, torna utile un estratto da "Stato e rivoluzione".
(Lurtz, membro)

La polemica di Kautsky con Pannekoek

Pannekoek, quando entrò in polemica con Kautsky, era uno dei rappresentanti della tendenza "radicale di sinistra", che contava nelle sue file Rosa Luxemburg, Karl Radek e altri, i quali, difendendo la tattica rivoluzionaria, concordavano nel riconoscere che Kautsky stava passando a una posizione di "centro", priva di princípi, oscillante tra il marxismo e l'opportunismo. L'esattezza di questa valutazione è stata pienamente dimostrata dalla guerra, nel corso della quale la tendenza detta di "centro" (falsamente chiamata marxista) o "kautskiana" si è rivelata in tutta la sua rivoltante meschinità.
In un articolo, in cui si occupa del problema dello Stato, L'azione di massa e la rivoluzione [nota 1] (Neue Zeit, 1912, XXX, 2), Pannekoek definiva la posizione di Kautsky come un "radicalismo passivo", un "teoria dell'attesa inerte". "Kautsky non vuol vedere il processo della rivoluzione" (pg. 616). Ponendo in tal modo la questione Pannekoek affronta l'argomento che ci interessa sui compiti della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato.

"La lotta del proletariato - egli scriveva - non è soltanto una lotta contro la borghesia per il potere dello Stato; è anche una lotta contro il potere dello Stato... La rivoluzione proletaria consiste nell'annientare gli strumenti di forza dello Stato e nell'eliminarli [letteralmente: dissolverli, Auflösung] mediante gli strumenti di forza del proletariato... La lotta cessa soltanto quando, raggiunto il risultato finale, l'organizzazione dello Stato è completamente distrutta. L'organizzazione della maggioranza prova la sua superiorità annientando l'organizzazione della minoranza dominante" (pg. 548).

Le formule con cui Pannekoek riveste le sue idee sono piene di gravi difetti. Ma l'idea è tuttavia chiara ed è interessante vedere in che modo Kautsky ha cercato di confutarla.

"Finora, egli dice, l'opposizione tra i socialdemocratici e gli anarchici consisteva nel fatto che i primi volevano conquistare il potere dello Stato, i secondi distruggerlo. Pannekoek vuole l'uno e l'altro" (pg. 724).

Se l'esposizione di Pannekoek difetta di chiarezza e di concretezza (per non parlare degli altri difetti del suo articolo che non si riferiscono al tema qui discusso), Kautsky da parte sua affronta proprio il principio essenziale del problema accennato da Pannekoek e in questa questione essenziale di principio egli abbandona completamente le posizioni del marxismo per passare del tutto all'opportunismo. La distinzione che egli stabilisce tra socialdemocratici e anarchici è totalmente sbagliata; il marxismo è qui assolutamente snaturato e degradato.
I marxisti si distinguono dagli anarchici in questo:
1. i primi, pur ponendosi l'obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell'instaurazione del socialismo che porta all'estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall'oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile;
2. i primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch'esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell'organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria;
3. i primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.
In questa discussione è Pannekoek che rappresenta il marxismo, contro Kautsky, proprio Marx infatti ha insegnato che il proletariato non può conquistare puramente e semplicemente il potere statale, - nel senso che il vecchio apparato dello Stato passi in nuove mani, - ma deve spezzare, demolire questo apparato e sostituirlo con uno nuovo.
Kautsky abbandona il marxismo per l'opportunismo; nei suoi scritti infatti scompare appunto questa distruzione della macchina statale, cosa assolutamente inammissibile per gli opportunisti; egli lascia a questi ultimi una scappatoia che permette loro di interpretare la "conquista" del potere come un semplice conseguimento della maggioranza.
Per nascondere questa sua deformazione del marxismo, Kautsky si comporta da scolastico e ricorre a una "citazione" dello stesso Marx. Nel 1850 Marx parlava della necessità di una "decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato" [2]. E Kautsky trionfante domanda: vuole forse Pannekoek distruggere il "centralismo"?
E' un semplice giuoco di prestigio che ricorda quello di Bernstein, con la sua identificazione di marxismo e proudhonismo a proposito dell'idea della federazione da opporre al centralismo.
La "citazione" di Kautsky cade a proposito come i cavoli a merenda. Il centralismo è possibile sia con la vecchia macchina dello Stato, che con la nuova. Se gli operai uniscono volontariamente le loro forze armate, si avrà del centralismo, ma questo centralismo sarà fondato sulla "completa distruzione" dell'apparato statale centralista, dell'esercito permanente, della polizia, della burocrazia. Kautsky si comporta in modo assolutamente disonesto eludendo le osservazioni ben note di Marx e di Engels sulla Comune per andare a cercare una citazione che non ha niente a che fare con la questione.

"...Vuol forse Pannekoek sopprimere le funzioni statali dei funzionari? - continua Kautsky. - Ma noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati, senza parlare delle amministrazioni dello Stato. Il nostro programma richiede non l'eliminazione dei funzionari dello Stato, ma la loro elezione da parte del popolo... Non si tratta ora per noi di sapere quale forma assumerà l'apparato amministrativo nello "Stato futuro", ma di sapere se la nostra lotta politica distruggerà [letteralmente: dissolverà, auflöst] il potere statale prima che noi l'abbiamo conquistato... [il corsivo è di Kautsky]. Quale ministro coi suoi funzionari potrebbe essere distrutto?" Ed enumera i ministri dell'Istruzione pubblica, della Giustizia, delle Finanze, della Guerra. "No, nessuno dei ministeri attuali sarà soppresso dalla nostra lotta politica contro il governo... Lo ripeto, per evitare malintesi: non si tratta di sapere quale forma la socialdemocrazia vittoriosa darà allo "Stato futuro", ma come la nostra opposizione trasforma lo Stato attuale" (pg. 725).

E' un vero giuoco dei bussolotti. Pannekoek poneva precisamente il problema della rivoluzione. Il titolo del suo articolo e i brani citati lo dicevano chiaramente. Saltando alla questione dell' "opposizione" Kautsky non fa che sostituire al punto di vista rivoluzionario il punto di vista opportunista. Ne risulta quindi: adesso, opposizione; in quanto a ciò che bisognerà fare dopo la conquista del potere, si vedrà poi. La rivoluzione scompare... E' proprio quello che occorre agli opportunisti.
Non è dell'opposizione né della lotta politica in generale che si tratta: si tratta della rivoluzione. La rivoluzione consiste nel fatto che il proletariato distrugge l'"apparato amministrativo" e tutto l'apparato dello Stato per sostituirlo con uno nuovo, costituito dagli operai armati. Kautsky rivela una "venerazione superstiziosa" per i "ministeri"; ma perché questi non potrebbero essere sostituiti, per esempio, da commissioni di specialisti presso i Soviet, sovrani e con pieni poteri, dei deputati operai e soldati?
L'essenziale non è affatto di sapere se rimarranno i "ministeri" o se saranno sostituiti da "commissioni di specialisti" o da altre istituzioni: questo non ha assolutamente nessuna importanza. La questione essenziale è di sapere se la vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di spirito burocratico e conservatore) sarà mantenuta oppure distrutta e sostituita con una nuova. La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi per mezzo di una macchina nuova: è questa l'idea fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito.
La sua domanda a proposito dei funzionari mostra in modo evidente ch'egli non ha capito né gli insegnamenti della Comune né la dottrina di Marx. "Noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati"...
Non possiamo fare a meno dei funzionari in regime capitalistico, sotto il dominio della borghesia. Il proletariato è oppresso e le masse lavoratrici sono asservite dal capitalismo. In regime capitalistico, la democrazia è ristretta, compressa, monca, mutilata, da tutto l'ambiente creato dalla schiavitù del salario, dal bisogno e dalla miseria delle masse. Per questo, e solo per questo, nelle nostre organizzazioni politiche e sindacali i funzionari sono corrotti (o, più esattamente, hanno tendenza a esserlo) dall'ambiente capitalistico e manifestano l'inclinazione a trasformarsi in burocrati, cioè in persone privilegiate, staccate dalle masse e poste al di sopra di esse.
Qui è l'essenza del burocratismo; e fino a quando i capitalisti non saranno stati espropriati, fino a quando la borghesia non sarà stata rovesciata, una certa "burocratizzazione" degli stessi funzionari del proletariato è inevitabile.
Secondo Kautsky risulta dunque che, poichè vi saranno impiegati eletti, vuol dire che anche in regime socialista ci saranno dei funzionari, ci sarà la burocrazia! Ma è proprio questo che è falso. Attraverso appunto l'esempio della Comune, Marx dimostrò che i detentori di funzioni pubbliche cessano, in regime socialista, di essere dei "burocrati" dei "funzionari" nella misura in cui viene introdotta, oltre all'eleggibilità, anche la loro revocabilità in ogni momento, e ancora, si riduce il loro stipendio al salario medio di un operaio e ancora si sostituiscono gl'istituti parlamentari con istituti "di lavoro, cioè esecutivi e legislativi allo stesso tempo".
In fondo tutta l'argomentazione di Kautsky contro Pannekoek, e particolarmente il suo magnifico argomento sulla necessità dei funzionari nelle organizzazioni sindacali e di partito, provano che Kautsky ripete i vecchi "argomenti" di Bernstein contro il marxismo in generale. Nel suo libro Le premesse del socialismo, il rinnegato Bernstein si scaglia contro l'idea della democrazia "primitiva", contro quello ch'egli chiama "democratismo dottrinario": mandati imperativi, funzionari non rimunerati, rappresentanza centrale senza poteri, ecc.
Per provare l'inconsistenza di questo sistema democratico "primitivo", Bernstein invoca l'esperienza delle trade-unions inglesi, quale è interpretata dai coniugi Webb. Nei settant'anni del loro sviluppo, le trade-unions, che si sarebbero sviluppate "in piena libertà" (pg. 137 ed. tedesca), si sarebbero convinte appunto della inefficacia del sistema democratico primitivo e l'avrebbero sostituito con quello abituale: il parlamentarismo unito al burocratismo.
In realtà le trade-unions non si sono sviluppate "in piena libertà", ma in piena schiavitù capitalistica, nella quale, certo, "non si può fare a meno" di una serie di concessioni al male imperante, alla violenza, alla menzogna, all'esclusione dei poveri dagli affari di amministrazione "superiore". In regime socialista rivivranno necessariamente molti aspetti della democrazia "primitiva", perchè per la prima volta nella storia delle società civili la massa della popolazione si eleverà a una partecipazione indipendente, non solo nelle votazioni e nelle elezioni, ma nell'amministrazione quotidiana. In regime socialista tutti governeranno, a turno, e tutti si abitueranno ben presto a far sí che nessuno governi.
Col suo geniale spirito critico e analitico Marx vide nei provvedimenti pratici della Comune quella svolta che gli opportunisti temono tanto e, per viltà, si rifiutano di riconoscere perchè rifuggono dal rompere definitivamente con la borghesia, e che anche gli anarchici si rifiutano di vedere, o perchè sono troppo imprudenti, o in generale perchè non comprendono le condizioni delle trasformazioni sociali di massa. "Non bisogna nemmeno pensare a distruggere la vecchia macchina statale; che cosa diverremmo senza ministeri e senza funzionari": così ragiona l'opportunista imbevuto di spirito filisteo e che, in fondo, non solo non crede alla rivoluzione e alla sua potenza creatrice, ma ha di essa una paura mortale (come i nostri menscevichi e i nostri socialisti-rivoluzionari).
"Bisogna pensare unicamente alla distruzione della vecchia macchina statale; è inutile approfondire gli insegnamenti concreti delle rivoluzioni proletarie passate e analizzare con che cosa e come sostituire ciò che si distrugge": così ragiona l'anarchico (il migliore degli anarchici, naturalmente, e non quello che, al seguito dei signori Kropotkin e compagni, si trascina dietro la borghesia); e l'anarchico arriva in tal modo alla tattica della disperazione, e non al lavoro rivoluzionario risoluto, inesorabile, che però al tempo stesso si pone dei compiti concreti e tiene conto delle condizioni pratiche del movimento delle masse.
Marx ci insegna ad evitare questi due errori; ci insegna a dar prova di illimitato coraggio nel distruggere tutta la vecchia macchina statale e ci insegna al tempo stesso a porre il problema in modo concreto: in poche settimane, la Comune potè incominciare a costruire una nuova macchina statale proletaria; ed ecco i provvedimenti da essa presi per realizzare una democrazia più perfetta e sradicare la burocrazia. Impariamo dunque dai comunardi l'audacia rivoluzionaria, cerchiamo di vedere nei loro provvedimenti pratici un abbozzo dei provvedimenti praticamente urgenti e immediatamente realizzabili e arriveremo allora, seguendo questa strada, alla completa distruzione della burocrazia.
La possibilità di questa distruzione ci è garantita dal fatto che il socialismo ridurrà la giornata di lavoro, eleverà le masse a una vita nuova e metterà la maggioranza della popolazione in condizioni tali da permettere a tutti, senza eccezione, di adempiere le "funzioni statali", ciò che porta in ultima analisi alla completa estinzione di qualsiasi Stato in generale.

"...Il compito dello sciopero di massa - continua Kautsky - non può essere di distruggere il potere statale, ma soltanto di indurre il governo a fare delle concessioni su una determinata questione o di sostituire un governo ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro [entgegenkommende] ...Ma mai, in nessun caso, ciò" (cioè la vittoria del proletariato su un governo ostile) "può portare alla distruzione del potere statale, il risultato non può essere che un certo spostamento [Verschiebung] nel rapporto delle forze all'interno del potere statale... L'obiettivo della nostra lotta politica rimane dunque, come per il passato, la conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo" (pgg. 726, 727, 732).

Questo è già purissimo e banalissimo opportunismo, la rinuncia di fatto alla rivoluzione, pur riconoscendola a parole. Il pensiero di Kautsky non va oltre un "governo che vada incontro al proletariato", ed è un passo indietro verso il filisteismo in rapporto al 1847, anno in cui il Manifesto del Partito comunista proclamava "l'organizzazione del proletariato in classe dominante".
Kautsky sarà costretto a realizzare l'" unità", che gli sta tanto a cuore, con gli Scheidemann, i Plekhanov, i Vandervelde, tutti unanimi nel lottare per un governo "che vada incontro al proletariato".
Quanto a noi, noi romperemo con questi rinnegati del socialismo e lotteremo per la distruzione di tutta la vecchia macchina dello Stato affinchè il proletariato armato diventi esso stesso il governo. Sono due cose del tutto diverse.
Kautsky sarà costretto a rimanere nella piacevole compagnia dei Legien e dei David, dei Plekhanov, dei Potresov, degli Tsereteli e dei Cernov, che sono pienamente d'accordo nel lottare per uno "spostamento nel rapporto delle forze all'interno del potere dello Stato", per il "conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo", nobilissimo obiettivo che può essere completamente accettato dagli opportunisti e che non esce per nulla dal quadro della repubblica borghese parlamentare.
Quanto a noi, noi romperemo con gli opportunisti; e il proletariato cosciente sarà tutto con noi nella lotta, non per uno "spostamento nel rapporto delle forze", ma per il rovesciamento della borghesia, per la distruzione del parlamentarismo borghese, per una repubblica democratica sul tipo della Comune o della repubblica dei Soviet dei deputati operai e soldati, per la dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Nel socialismo internazionale vi sono tendenze ancora più a destra di quella di Kautsky: la Rivista mensile socialista in Germania (Legien, David, Kolb e molti altri, compresi gli scandinavi Stauning e Branting); i jauressisti e Vandervelde in Francia e nel Belgio; Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra nel Partito socialista italiano; i fabiani e gli "indipendenti" (il "partito operaio indipendente" è sempre stato, in realtà, dipendente dai liberali) in Inghilterra e tutti gli altri. Tutti questi signori, che hanno una parte assai notevole e molto spesso preponderante nell'attività parlamentare e nella stampa del partito, respingono apertamente la dittatura del proletariato e rivelano un evidente opportunismo. Per essi la "dittatura" del proletariato è "in contraddizione" con la democrazia! In fondo niente di serio li distingue dai democratici piccolo-borghesi.
Abbiamo quindi diritto di concludere che la Seconda Internazionale, nell'immensa maggioranza dei suoi rappresentanti ufficiali, è completamente caduta nell'opportunismo. L'esperienza della Comune è stata non soltanto dimenticata ma travisata. Invece di infondere nelle masse operaie la convinzione che si avvicina il momento in cui esse dovranno agire e spezzare la vecchia macchina statale, sostituirla con una nuova e fare del loro dominio politico la base della trasformazione socialista della società, si è inculcato in esse la convinzione contraria, e la "conquista del potere" è stata presentata in modo tale che mille brecce rimanevano aperte all'opportunismo.
La deformazione e la congiura del silenzio intorno al problema dell'atteggiamento della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato non potevano mancare di esercitare un'immensa influenza, in un momento in cui gli Stati, muniti di un apparato militare rafforzato dalle competizioni imperialiste, sono diventati dei mostri militari che mandano allo sterminio milioni di uomini per decidere chi, tra l'Inghilterra e la Germania, tra questo o quel capitale finanziario, dominerà il mondo. [3]

Note
1. Massenaktion und Revolution. In polemica contro questo articolo Kautsky scrisse sulla stessa rivista l'articolo Die neue Taktik (La nuova tattica), al quale Lenin si riferisce più avanti.
2. K. Marx-F. Engels, Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, in Il partito e l'Internazionale, cit., pg. 96.
3. Nel manoscritto segue: "Capitolo VII. L'esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917. Il tema indicato in questo titolo è talmente vasto che gli si potrebbe e dovrebbe dedicare volumi. Nel presente opuscolo dovremo naturalmente limitarci agli insegnamenti più importanti fornitici dall'esperienza e che riguardano direttamente i compiti del proletariato nella rivoluzione, nei confronti del potere dello Stato". (Il manoscritto è interrotto a questo punto.)

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