"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)

22 gennaio 2011

Neo-femminismo e dintorni (di Maura)

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In questi giorni stiamo assistendo a quello che molti chiamano la “caduta del Caimano”.
Ogni organo di stampa è indaffarato a pubblicare intercettazioni, ad intervistare aspiranti veline (?), attrici, politici e quanto altro, ogni persona è autorizzata a dire la sua, è naturale che poi vengano fuori delle castronerie che, per pudore, eviterò di riportare, tranne una, quella che ritengo la più importante e che molti intervistati non disdegnano di parlarne …… la dignità delle donne.
Ora, tralasciando la vicenda del Caimano, la cosa che più mi rattrista è vedere donne, sull’orlo di una crisi di  nervi, che balbettano, urlano, si dimenano per far si che questa fantomatica dignità venga fuori e se ne parli il più possibile.
Queste neo femministe dalla gonna corta, parlano di parità dei sessi, dicono di voler essere rispettate, non sapendo che loro sono le prime a disprezzare quello che più genericamente (e forse ingenuamente) chiamo genere umano.
Il femminismo non è altro che un escamotage per costringere l’essere umano a fare una scelta, dividerlo in categorie, sottolineando la differenza naturale e sostanziale tra uomo e donna.
La vicenda del Caimano e del suo harem, ha scatenato, in queste neo femministe, la voglia di “tirar fuori le palle” , parlando alla nazione di dignità, di moralità, raccogliendo firme e cercando consensi, dimenticando la cosa più importante, il rispetto dell’essere umano.

Mi spiace esser io dover informare queste “signore” che non c’è dignità nel vendersi per far carriera, non c’è rispetto nel denudarsi per compiacere, perché volenti o nolenti, nel caso specifico del Caimano, le ragazze erano consenzienti, nessuno le ha costrette a fare niente.
Attenzione!!! Non sto cercando di giustificare questa vicenda, che a mio parere resta di una gravità inaudita, semplicemente ritengo che la perdita della dignità non riguardi solo il genere femminile, ma anzi, nel caso specifico, soprattutto quello maschile, dove quest’ultimo viene dipinto come un maniaco sessuale, pronto a tutto per un po’ di (Albanese mi perdoni) “pilu”.
Eppure non ho visto nessun uomo prodigarsi nel raccogliere firme, nessuno ha parlato di dignità maschile.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Queste neo femministe tengono veramente al genere femminile? La mia risposta è no. Volere parità tra uomo e donna significa non doverli più dividere, non ergersi più a “categoria superiore” e soprattutto smetterla nel voler a tutti i costi differenziare il genere umano, che come tutti sappiamo è una categoria “unisex”.
Dovremmo chiederci, invece, perché una persona, dotata di intelletto, arrivi a “prostituirsi” in tutti i settori lavorativi, piuttosto che ribellarsi quando vengono calpestati non solo i suoi diritti o la sua dignità ma quella di tutto il genere umano.
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7 gennaio 2011

"Mors tua vita mea? È vero consumismo" (a cura di Lurtz)

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Articolo interessante e a tratti condivisibile.
Critico verso la società nichilista, ma ancora impigliato nelle spire della visione del capitalismo come "fine della Storia".
Infatti la conclusione a cui giunge è: questo sistema "uccide" la persona, non rimane altro da fare che pregare.  






di Lorenzo Fazzini (http://www.avvenire.it/Cultura/Mors+tua+vita+mea+vero+consumismo_201012080858500300000.htm)

«Una ricerca compiuta a Princeton alla fine degli anni ’80 ha rilevato che una ragazza adolescente su quattro riferiva di sentirsi "estremamente depressa". Più tempo passavano a fare shopping, ad andare dalla parrucchiera o a truccarsi, più si deprimevano».
Per padre John Kavanaugh, gesuita americano, questo scadente gusto della vita ha un nome: consumismo. Che costituisce un realtà dilagante tramite la globalizzazione. Ad essa resiste un altro modello sociale, che possiede una radice religiosa (in realtà ebraico-cristiana) ed è condivisibile pure da chi non si ispira ad un credo.
Lo "scontro" è dunque fra «il vangelo dell’essere Persona e quello della Merce: il Modello personale e il Modello consumista; il dio-Persona e il dio-Oggetto». Kavanaugh, commentatore per il prestigioso settimanale cattolico America, docente di filosofia alla Saint Louis University, nel Missouri, raffronta questi due sistemi di pensiero e vita in "Seguire Cristo in una società consumista" (pagine 238, euro 15) che la Emi pubblica in una nuova versione (la prima uscì nel 1986 per Cittadella). Il saggio è notevole per l’acuta lucidità di analisi, la sagace qualità dell’impostazione, l’autentica profezia nelle proposte. Il gesuita Usa supera infatti il settorialismo di tanta saggistica cattolica perché presenta la dottrina della Chiesa nella sua integralità, sulla scia di Giovanni Paolo II, così ricordato: «Attirava la gente perché viveva secondo la sua fede. Che era una fede integrale. Essere discepoli significava per lui seguire Cristo in tutte le questioni di sessualità, proprietà e potere».
Qui vi è in nuce la tesi di Kavanaugh: mostrare come la dottrina cattolica penetri ogni ambito della vita umana per esaltare la dignità della persona contro ogni riduzionismo. Finiscono sotto la lente dell’acuto osservatore il consumismo materiale e affettivo: vien criticata la moda di «vivere alla Madison Avenue» (una via di Manhattan) ma anche la strage di matrimoni operata da una cultura pro-divorzio.

Kavanaugh diventa sferzante quando denuncia che «mentre la religione si è secolarizzata, il comprare e il consumare sono diventati veicoli per fare esperienza del sacro. L’eternità si trova nei flaconi di profumo di Calvin Klein, l’infinito in un’automobile giapponese». Sul fronte bioetico la denuncia anti-consumistica è forte: «Alcune compagnie assicurative di New York pagano volentieri per le interruzioni di gravidanza, ma non per i parti.
Donne di Bedford Stuyvesant (a Brooklyn, emblema della povertà yankee, ndr), analfabete ma desiderose di dare alla luce figli, si rivolgono ai servizi sociosanitari per avere consigli sulla maternità e vengono indirizzate alla fila delle richieste di aborto». Per il gesuita-filosofo il nichilismo consumista va a braccetto con l’avversione alla vita debole: «C’è un rapporto tra l’inclinazione a pensare che milioni di affamati nel Terzo Mondo starebbero meglio da morti e le nostre nuove tecnologie per l’eutanasia di quelli che hanno una vita "senza senso" e "senza qualità". Il tema unico sottostante è che le persone non contano».
Che fare in questa battaglia tra il Modello-Persona e il Modello-Oggetto? Kavanaugh lancia l’appello ad una "resistenza" intorno ad alcuni principi. Primo: «Una famiglia che si sforza di incarnare le qualità dell’essere persona può essere il primo sostegno per la resistenza alla disumanizzazione. La famiglia è essenzialmente controculturale e sovversiva. Non stupisce che sia esposta a un attacco costante nella nostra cultura».
La vocazione del cristiano nel mondo consumista è l’estraneità: «In una cultura di ateismo vissuto e di esaltazione dei beni di consumo il cristiano praticamente dovrebbe sembrare un marziano. Egli non si sentirà mai a suo agio nel regno del consumismo». Contro il quale si possono usare diverse "armi" pacifiche: «L’opposizione agli armamenti o all’aborto può essere attuata in una legislazione, nell’obiezione fiscale, nel giornalismo, in prigione o dal pulpito».
Kavanaugh tratteggia infine una sorta di piccolo "manuale" in cinque punti-chiave per il cristiano-tipo nell’era consumista. Prende come modello un’ipotetica Jane, una madre di 3 figli, cattolica, della classe media. Primo punto: «Per Lane la preghiera sarà cruciale come metodo regolare per mantenere una percezione chiara della sua vita. Il raccoglimento di questa donna è una dichiarazione di indipendenza dalle migliaia di pressioni che la cultura crea». Secondo: «Jane troverà importante entrare in collaborazione con altre persone, altre coppie, con una partecipazione a qualche tipo di comunità». Quindi: «La nostra Jane farà bene a introdurre un poco di ascetismo personale nella sua relazione con le cose. Non lascerà che la televisione prenda il posto dell’intimità dei suoi figli. Tratterà il Natale in modo meno commerciale e competitivo.
Consumerà meno alcool, non baderà tanto alle comodità». Quarto: alla nostra cattolica spetterà dotarsi «un’educazione continua ai problemi della giustizia sociale. L’impegno dei cristiani per la giustizia non è un fenomeno politico. Non è un’ideologia di destra o di sinistra. È una questione di fede nella parole di Gesù». Infine Jane dovrà «avere un contato continuo e regolare con i più poveri tra i poveri, con i moribondi, con persone sole, con handicappati. Le persone ontologicamente e culturalmente ferite hanno una capacità impareggiabile di educarci di fronte alle nostre pretese».
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2 gennaio 2011

Buon 2011 sub-umani, firmato Newco Pomigliano D'Arco e Mirafiori (a cura di Lurtz)

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Articolo condiviso da Movimento RadicalSocialista


Di Pietro Ancona:
«L'accordo di Pomigliano è un concentrato di illegalità ed un vero e proprio attentato alla salute psico-fisica dei lavoratori tutelata dalla Costituzione, dal Codice Civile, dalla legge 626 sulla sicurezza, dall'OIL. Non si possono trasformare esseri umani in macchinario vivente sottoposti ad un regime lavorativo regolato dal sistema WMC ed Ergo Uas. Dice testualmente l'accordo al punto 5 (Organizzazione del lavoro): «Per riportare il sistema produttivo dello stabilimento Giambattista Vico alle migliori condizioni degli standard internazionali di competitività, si opererà, da un lato, sulle tecnologie e sul prodotto e, dall'altro lato, sul miglioramento dei livelli di prestazione lavorativa con le modalità previste dal sistema WCM e dal sistema Ergo-UAS. Le soluzioni ergonomiche migliorative, derivanti dall'applicazione del sistema Ergo-UAS, permettono, sulle linee a trazione meccanizzata con scocche in movimento continuo, un regime di tre pause di 10 minuti ciascuna, fruite in modo collettivo, nell'arco del turno di lavoro, che sostituiscono le attuali due pause di 20 minuti ciascuna. Sui tratti di linea meccanizzata denominati 'passo-passo', in cui l'avanzamento è determinato dai lavoratori mediante il cosiddetto 'pulsante di consenso', le soluzioni ergonomiche migliorative permettono un regime di tre pause di 10 minuti ciascuna, fruite in modo collettivo o individuale a scorrimento sulla base delle condizioni tecnico-organizzative, che sostituiscono le attuali due pause di 20 minuti ciascuna. Per tutti i restanti lavoratori diretti e collegati al ciclo produttivo le soluzioni ergonomiche migliorative permettono la conferma della pausa di 20 minuti, da fruire anche in due pause di 10 minuti ciascuna in modo collettivo o individuale a scorrimento».


«Con l'avvio del nuovo regime di pause, i 10 minuti di incremento della prestazione lavorativa nell'arco del turno, per gli addetti alle linee a trazione meccanizzata con scocche in movimento continuo e per gli addetti alle linee 'passo-passo' a trazione meccanizzata con 'pulsante di consenso', saranno monetizzati in una voce retributiva specifica denominata 'indennità di prestazione collegata alla presenza'. L'importo forfetario, da corrispondere solo per le ore di effettiva prestazione lavorativa, con esclusione tra l'altro delle ore di inattività, della mezz'ora di mensa e delle assenze la cui copertura retributiva è per legge e/o contratto parificata alla prestazione lavorativa, per tutti gli aventi diritto, in misura di 0,1813 euro lordi ora. Tale importo è onnicomprensivo ed è escluso dal TFR, dal momento che, in sede di quantificazione, si è tenuto conto di ogni incidenza sugli istituti legali e/o contrattuali e pertanto il suddetto importo forfetario orario è comprensivo di tutti gli istituti legali e/o contrattuali».
La prestazione lavorativa pretesa dalla Fiat è incompatibile con la tutela della integrità psico-fisica dei lavoratori. Non si possono obbligare persone a lavorare per un intero turno a digiuno ed a ridurre le pause soltanto a due di dieci minuti ciascuno. Bisogna poi vedere la qualità della prestazione che si pretende e che potrebbe causare seri disturbi alla struttura scheletrica, muscolare e nervosa del lavoratore. Non si tratta di picchi di prestazione pretesi una tantum quanto di un regime che deve essere sostenuto per tutti i giorni dell'anno senza alcuna variazione. Credo che l'applicazione del sistema WMC e del sistema Erga Uas pretesi dalla Fiat debbano essere impugnati davanti al Magistrato italiano e davanti agli organismi preposti alla sicurezza del lavoro in Italia e nel mondo.
L'organizzazione del lavoro proposta dalla Fiat va impugnata perchè causerà conseguenze sulla salute dei lavoratori. I sistemi proposti debbono essere banditi dagli stabilimenti perchè fortemente usuranti e possibile causa anche di seri disturbi psichici e fisici.
Credo che si dovrebbe produrre subito un testo di impugnativa dell'accordo di Pomigliano davanti al Giudice per prevenire i danni che potrebbero derivarne, dato che il lavoratore è costretto alla prestazione perchè non ha alternative e dal momento che l'incauta firma delle organizzazioni sindacali e la negazione delle ragioni addotte dalla Fiom lo hanno privato di una possibilità di difesa e di mediazione.»

Testo della denuncia Slai-Cobas:
«I sottoscritti Luigi Aprea per la RSU - componente Slai cobas presso lo stabilimento Gianbattista Vico sito in via Ex Aeroporto in Pomigliano d’Arco - azienda della Fiat Group Automobiles spa avente sede legale in C.so G. Agnelli 200, 10135 Torino - congiuntamente ad Antonio Tammaro, Assunta Malavenda detta Mara e Vittorio Granillo, rispettivamente per coordinamento provinciale di Napoli, coordinamento ed esecutivo nazionali della denunciante e qui rappresentata organizzazione sindacale nonché, tutti, in funzione di rappresentanza collettiva dei lavoratori.
In sintesi l’azienda, per quanto riguarda la prestazione lavorativa, si prepara a tagliare ulteriormente i tempi morti e le pause del processo produttivo e ad aumentare le cosiddette saturazioni e ritmi individuali nonché la flessibilità tra mansioni, reparti, orari e giornate lavorative, tempi di vita e di lavoro degli addetti, per realizzare sostanziali incrementi di produttività a netto discapito dei lavoratori stessi e del loro essenziale diritto ad ogni ed adeguata tutela psico-fisica, sia specifica che generale.
La nuova organizzazione del lavoro che ha adottato la Fiat - World class Manifacturing (Wcm) e Sistema ErgoUas - è già attiva nello stabilimento Mirafiori di Torino dal settembre 2008 ed ha tra l’altro determinato la riduzione dei fattori di riposo ed il correlato aumento dei ritmi di lavoro.
Da un’indagine di rilevazione bio-statistica sulla presenza dei disturbi muscolo scheletrici tra i lavoratori addetti allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’arco e commissionata da Slai cobas ad una idonea struttura tecnica di propria fiducia (che si deposita in allegato), indagine espletata nel 2005, si evidenzia la “presenza di sintomatologie a carico dell’apparato muscolo-scheletrico in oltre il 70% degli addetti totali al reparto montaggio, pertanto con indici di incidenza superiori di oltre 6 volte gli indici medi nazionali”... “negli altri reparti le stesse sintomatologie risultano complessivamente presenti in meno del 20% dei lavoratori. Tale dato, che comunque rappresenta il doppio delle relative medie nazionali complessive, riveste ancora maggiore rilevanza se si tiene conto che persino all’interno della medesima realtà aziendale un solo reparto, ovvero il reparto montaggio, presenta dati statistici collettivi di disturbi muscolo scheletrici con incidenza pari al 300% rispetto agli altri reparti aziendali: ciò non può non assoggettare tale reparto ad attenta revisione delle modalità tecnico procedurali, che sinora risultano del tutto disattese. L’ulteriore rielaborazione dei dati raccolti in funzione dell’età e dell’anzianità nel reparto stesso dimostra che la soggettiva presenza di sintomatologie muscolo scheletriche arriva a percentuali bulgare (circa 90%) oltre i 15 anni di permanenza nel reparto, e denota comunque significativo incremento tra i soggetti con meno di 5 anni di anzianità relativa e quelli con oltre 5 anni. Un’ulteriore conferma della effettiva presenza di rischio di lesioni muscolari e osteo-tendinee nel reparto è data dell’evidenza che quasi sempre la presenza di sintomatologie nei lavoratori attualmente in altri reparti è relazionabile a pregresse assegnazioni di tali lavoratori al reparto in parola, dove non risulta essere mai stata valutata secondo le norme di buona tecnica né la ripetitività forzata delle operazioni (direttamente connessa ai ritmi produttivi aziendali) né la valutazione dei parametri di movimentazione (flessio-estensione del tronco e/o degli arti) e l’eventuale presenza di posture forzate (in ginocchio, su piani differenziati, etc.). E’ stata altresì rilevata nel reparto montaggio significativa incidenza di disturbi localizzati al cinto scapolo-omerale, caratteristica delle lavorazioni ad alta ripetitività di movimenti degli arti superiori”.
Si fa presente che, a fronte di circa 4.500 addetti allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco con mansioni da operaio, sono circa 3.500 quelli ubicati nel reparto montaggio.
Nonostante la macroscopicità dei dati forniti dall’indagine in oggetto qui in sintesi relazionata, dati tra l’altro indirettamente suffragati costantemente negli anni dall’altissimo ed abnorme numero di lavoratori rivoltisi ai Medici Competenti e richiedenti visite ed accertamenti per la lamentata inidoneità alle mansioni svolte ed il collegato accoglimento della domanda per la massima parte delle istanze sottoposte dai lavoratori interessati e certificata da parte dei responsabili sanitari aziendali, alcuna utile, valida e funzionale azione di prevenzione ed abbattimento del rischio risulta mai attivata - a giudizio della qui rappresentata organizzazione sindacale - dalla direzione aziendale e dai preposti responsabili, che si sono semplicemente limitati a “declassare” a malattie sociali e non professionali le diffuse patologie senza, come d’obbligo, né allertare le preposte strutture pubbliche né attivare le doverose e basilari indagini di accertamento sanitario per la quantificazione e la rimozione dell’esposizione a rischio né alcuna funzionale iniziativa di idonea modifica lavorativa e preventiva.
Si è invece assistito, negli anni e senza sostanziale soluzione di continuità, al sistematico ricorso aziendale all’uso degli ammortizzatori sociali quali la cigs, utilizzati tra l’altro ed in maniera non certo secondaria, per “sfoltire” l’abnorme numero di lavoratori con ridotte capacità lavorative - molti ritenuti tali dallo stesso Servizio Sanitario Aziendale - tramite la collocazione periodica e cadenzata negli anni e degli stessi in mobilità e prepensionamento a carico dell’INPS e la loro sostituzione lavorativa con giovani assunti con contratti precari nonostante l’evidente collocazione “a rimpiazzo”, in mansioni e posti di lavoro con necessità produttive strutturali e non transitorie /o stagionali. E’ proprio di questi giorni è l’attivazione aziendale dell’ennesima procedura per la collocazione in mobilità di 500 addetti.
Altro sistema usato dalla Fiat per “sfoltire” il crescente numero di lavoratori rcl è dato - come già fatto in passato con le cosiddette U.P.A. - dalla creazione di unità produttive esterne dove allocare il personale del quale la società intende liberarsi: lavoratori maggiormente sindacalizzati nonché con ridotte capacità lavorative per evidenti e prevalenti patologie professionali e/o comunque correlate. Va in questo senso la creazione ad hoc, nel maggio 2008, del “reparto-confino” di Nola (così “battezzato” all’epoca dai lavoratori e da molte delle organizzazioni sindacali presenti in fabbrica). In tale reparto furono infatti trasferiti 316 lavoratori, tra cui ben 132 affetti da patologie invalidanti ovvero limitative della capacità di lavoro (come da precisi riscontri effettuati da Slai cobas) nonché circa 100 addetti iscritti e dirigenti sindacali di Slai cobas, e per la parte residua, iscritti ad altri sindacati.
Tanto premesso, e a fronte di alcuna visibile, riscontrabile, idonea ed obbligatoria iniziativa aziendale a tutela della salute dei lavoratori e pur di fronte - ed in conseguenza di ciò - all’acclarata evidenza a “fenomenologia epidemica” dell’elevato grado di patologie e sintomi accusati dalla prevalenza dei lavoratori e di cui l’azienda è sempre ed indubitabilmente stata a conoscenza, la nuova organizzazione del lavoro prospettata dalla Fiat mira inequivocabilmente, e tra l’altro, a comprimere ulteriormente i cosiddetti “tempi morti” del lavoro degli addetti alle linee di montaggio e di quelli collegati alla alimentazione delle stesse al fine di realizzare quel cosiddetto “flusso teso della produzione” necessario ad ottenere la massima saturazione degli impianti e della prestazione lavorativa. Alle operazioni proceduralizzate di estrema ed insopportabile condizione lavorativa relativa alle saturazioni ed ai carichi di lavoro cui sono sottoposti gli addetti (è che già hanno contribuito a danneggiare la salute soggettiva e “collettiva” dell’insieme degli operai addetti alle linee di montaggio ed a quelle collegate) la Fiat intende aggiungere la pressione della responsabilità del corretto e continuo funzionamento degli impianti “caricando” ulteriormente gli addetti costretti così a svolgere un suppletivo numero di operazioni non proceduralizzate che richiedono un elevato e costante grado di vigilanza ed attenzione volto ad intervenire in tempi strettissimi in caso di anomalie e che si somma ai già elevati ritmi di lavoro.
L’incremento dell’intensità del lavoro fisico prospettato dall’azienda si va così a cumulare con la conseguente “pressione di responsabilità e carico di forzato coinvolgimento psichico e correlato stress” del singolo e dell’insieme dei lavoratori addetti in relazione all’obbligo di consentire la “tenuta costante” del flusso produttivo.
L’insieme dei richiamati fattori ambientali che espongono (hanno esposto, continuano ad esporre, ed esporranno ulteriormente in progressione) i lavoratori ad evidenti ed inammissibili livelli di rischio professionale e sanitario si intreccia inoltre con l’annunciata modifica degli orari e delle turnazioni articolata su tre turni di lavoro con rotazione a ciclo continuo, compresa la notte, per sei giorni la settimana e con riposo a scorrimento che matura ogni tre settimane per cui a due settimane di sei giorni lavorativi segue una settimana di lavoro di tre giorni con tre giorni di “riposo compensativo” cumulati alternativamente a fine o inizio settimana e da “memorizzare” tramite “prospetto di calendarizzazione” indispensabile per consentire la conoscenza variabile dei turni nell’arco del tempo. Questi “tempi irregolari e non lineari” dell’orario e dei turni di lavoro incidono certamente non solo sui bioritmi degli addetti ma si cumulano all’insieme della già insostenibile esposizione a rischio, ed al disagio, dell’ambiente di lavoro, inducendo un diretto e forte riflesso aggiunto, che condiziona e destruttura in modo costante e negativo l’intera sfera relazionale, familiare, affettiva e amicale degli addetti costretti alla continua modifica dei propri tempi personali ed all’alienazione dall’intero contesto sociale extralavorativo. Tutto ciò non può non conseguire ulteriori e nuovi rischi lavorativi da stress-lavoro correlato che si cumulano - come fattore fortemente moltiplicante dell’insieme degli effetti patologici- a quelli, già noti, gravi ed evidenti, tutti qui esposti e denunciati.
I sottoscritti, come in epigrafe generalizzati, in rappresentanza degli interessi collettivi dei lavoratori ed in ragione delle cariche sindacali ricoperte, alla luce dell’inquietante ed elevata diffusione delle patologie tra gli addetti operai alla Fiat, stabilimento Gianbattista Vico di Pomigliano d’Arco e collegate e/o indotte dagli ambienti e dall’organizzazione del lavoro, nonché in relazione all’allarme sociale suscitato dalla nuova organizzazione del lavoro prospettata dal cosiddetto “piano Marchionne”, presentano un formale richiedendo l’avvio di tempestive ed efficaci indagini in relazione agli obblighi datoriali di tutela preventiva della salute dei lavoratori, l’ accertamento di eventuali ipotesi di reato e, nel caso, la definizione delle responsabilità ai vari livelli dirigenziali aziendali.
Richiedono inoltre efficaci e congrui accertamenti preventivi atti a scongiurare l’annunciato e prevedibile incremento esponenziale della diffusione delle patologie professionali, da lavoro e correlate dato dai prospettati piani aziendali di radicale modifica delle modalità lavorative.
Nel porgere distinti saluti chiedono di essere avvertiti, come previsto dalla vigente normativa in materia, in caso di improbabile archiviazione del presente atto e si rendono inoltre disponibili a fornire all’ A.G. ogni ulteriore e dettagliata informazione e documentazione necessaria alla indagini e relativa ai fatti tutti qui esposti e denunciati.
Pomigliano d’Arco, 3/5/2010



All’interno di un piano industriale di ristrutturazione globale del Gruppo Fiat, e come da comunicazione datoriale del 27/4/2010 (che si deposita in allegato) l’azienda ha predisposto, per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, l’attivazione di un piano di modifica delle modalità organizzative del lavoro e della metrica collegata. Nell’insieme delle modalità concrete di lavoro, e indipendentemente dall’enfasi mediatica, tale strategia presuppone di fatto il netto ed inaudito restringimento dell’insieme dei diritti dei lavoratori e l’insostenibile peggioramento, intollerabile sul piano psico-fisico, delle condizioni di lavoro, relazionali e sociali degli addetti.» Read more...