"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)

10 dicembre 2011

Il Consiglio Europeo, il "golpe renano" e la falsa informazione (di M.Foroni)

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La prima pagina del numero odierno di Repubblica questa mattina sottotitolava: "Nuovo Trattato UE". Nulla di più lontano dalla realtà. Proviamo a fare un po' di chiarezza.
In questi giorni si è riunito il Consiglio Europeo, Istituzione recente dell'Unione Europea, formalizzata con il Trattato di Maastricht nel 1992 e definito nella struttura e nelle funzioni dal Trattato di Lisbona del 2007. Istituzione intergovernativa, composta dai Capi di Stato o di Governo dei 27 paesi aderenti all'Unione, ha la funzione di assicurare lo sviluppo e la coesione generale delle attività della UE e dei lavori relativi alla cooperazione politica. Quindi, sotto un profilo squisitamente di rilevanza politica il Consiglio Europeo, collocandosi al vertice della struttura istituzionale dell'Unione, fornisce (come genericamente definisce l'art. 15 del TUE) a quest'ultima gli impulsi necessari al suo sviluppo definendo gli orientamenti e le priorità politiche generali, attuate poi dalle altre Istituzioni preposte (Consiglio, Commissione, Parlamento). Pertanto, tutti gli atti emanati dal Consiglio Europeo non hanno natura legislativa e, conseguentemente, alcuna efficacia giuridica. Ma possono contenere, come nel caso di cui scriviamo, solo direttive od orientamenti rivolti alla Commissione o al Consiglio diretti a promuovere quelle iniziative formali che solo loro possono attuare.
In più.
La scorsa notte si è tentato di forzare, da parte dell'asse "renano" la realizzazione di un accordo tra gli Stati membri che dal punto di vista delle competenze previste rappresenta pur sempre una possibilità da ammettersi con la massima prudenza (che in ogni caso deve sempre manifestarsi in forma implicita e semplificata) e ciò perché, vista la natura essenzialmente politica del ruolo del Consiglio stesso, di regola non può riconoscersi nelle posizioni dei partecipanti una volontà di obbligare giuridicamente i propri Stati sul piano del diritto internazionale.
E' da aggiungere inoltre che in tema di materie economiche il Consiglio Europeo ha un ruolo marginale, potendo solo dibattere su conclusioni e adottando una raccomandazione in merito agli indirizzi "di massima" (art. 121 TUE) per le politiche economiche degli Stati membri dell'Unione. Orientamenti generali, linee strategiche.
E' evidente il tentativo di dare per inevitabili i provvedimenti di massima concordati ( e nemmeno alla unanimità) che non hanno alcuna valenza giuridica, e ciò dovuto anche al ruolo particolarmente attivo (e al limite delle competenze previste dal Trattato di Lisbona) del primo Presidente del Consiglio Europeo, Hernan Van Rompuy, ex primo ministro belga cattolico conservatore, assiduo frequentatore delle riunioni del gruppo Bilderberg. Un attivismo che mira a determinare la continua erosione di tutte le altre Istituzioni euorpee politicamente subordinate, mediante desioni verticistiche.
Riscontrato ancora una volta il pauroso, pericoloso e purtroppo reale deficit di democrazia dell'Unione, le cui Istituzioni sono ostaggio di ideologi del pensiero unico neoliberista concentrati in un attacco senza precedenti alle Costituzioni democratiche dei Paesi membri, ciò che ora è doveroso auspicare sono sia un intervento dell'unica Istituzione "democratica" della UE, il Parlamento, che però purtroppo ha dei poteri limitatissimi di controllo politico, sia una presa di coscienza e di conoscenza da parte delle opinioni pubbliche e dei cittadini europei. Ora tocca a noi.
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18 ottobre 2011

Indignados, crisi del capitalismo, comunisti e sfasciavetrine (Gaspare Sciortino)

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Premessa: in tale nota vengono presi in considerazione solo gli elementi criticabili del movimento che sta investendo in questi giorni il paese. Si tralascia il giudizio, complessivamente positivo, che nuovo un vasto movimento, dalle potenzialità anticapitaliste, si riappriopri della scena spazzando in maniera salutare il dibattito politico dalla simulazione dello scontro tra centrodestra e centrosinistra su natura e quantità dei rapporti sessuali del presidente del consiglio.

Il cosiddetto movimento degli indignados sembra in tutto e per tutto figlio dell'impostazione acefala metafisico-rivoluzionaria, ma "migliorista" nei fatti, del movimento No Global.
Sul solco del “movimento dei movimenti” invece di stabilire una logica conseguenza tra i processi che vengono definiti di globalizzazione (nella fase di acuta crisi strutturale del capitalismo) e la risposta di difesa dei popoli e degli stati nazionali propone una visione di iperglobalizzazione, considerata viatico necessario al comunismo, scambiando gli effetti della “globalizzazione” per lo strumento stesso di risposta. Già intorno ai primi anni 2000 il movimento “no global” definiva come irreversibile, e nei fatti da assecondare, il processo di globalizzazione in quanto creatore di un mitico proletariato internazionale chiamato “moltitudine” che alla globalizzazione stessa si sarebbe opposto creando il comunismo immediato, come trascendenza rovesciata sulla terra del regno dei cieli.
Categorie di analisi e derivati che fanno parte della peggiore allucinazione culturale operaistico-desiderante dei Toni Negri, Bifo ecc. ma anche delle ricette imbonitrici, ad uso e consumo di militanti di partito, del risibile marxismo bertinottiano in funzione di compattamento della macchina elettorale in esercizio di sopravvivenza (PRC) nella riconversione perenne all'azienda parlamentare del centrosinistra.
Il fantaoperaismo multitudinario che continua a farla da padrone nella maggior parte dei settori dell'estrema sinistra politica e sindacale non può rendersi conto che l'unica risposta possibile all'imperialismo è quella del rafforzamento degli stati nazionali e delle loro economie indipendenti e non asservite in relazione alle regioni-mondo potenzialmente in contrapposizione all'imperialismo USA.
Al contrario si saluta come positivo, come propiziatore del mitico internazionalismo proletario-multitudinario l'obsolescenza degli stati nazionali non vedendo che questo è l'effetto dello svuotamento dei processi decisionali economici e politici a vantaggio del padrone unico del mondo.
Non vi è analisi, unica razionale, tra l'azione dell'imperialismo unipolare (di cui infatti si rimuove la categoria) in guerra permanente contro la prospettiva di multipolarità (BRICS e ALBA) per il mantenimento dell'egemonia militare come strumento per perpetuare il meccanismo di scaricamento della crisi strutturale del capitalismo a livello planetario.
Non si mette in discussione il capitalismo nella sua complessità ma ci si ferma ad alcuni fenomeni della sua natura di formazione economico sociale quale oggi si manifesta.
Ovvero banche e finanza come se bastasse una riforma dei meccanismi interni del loro funzionamento.
Con l'aggravante che tale movimento attribuisce un potere salvifico alla lotta per la "moralizzazione" politica e "l'estensione della democrazia".
In quest'ultima cosa è ne più e ne meno un riciclaggio dell'antiberlusconismo parolaio dei popoli viola o a pallini colorati utile fratello (minore) scemo del cavallo di troia costituito dal combinato disposto “mani pulite” - riforma del sistema elettorale con il quale i settori dominanti più oltranzisti in senso atlantista e filoimperialista tentano, da più di un ventennio, di dare la spallata definitiva verso la sudditanza definitiva agli USA (Italia neocolonia !).
Non a caso settori di massa degli indignados italiani vedono come fattore importante l'interlocuzione con Mario Draghi futuro presidente della BCE in sintonia con quanto fa “occupy Wall Street” che non disdegna l'interlocuzione con il Soros agente organizzatore delle “rivoluzioni colorate” e la segreteria dei democratici del presidente americano .
Il movimento sceso in piazza ieri a Roma è stato colpevolmente assente sull'aggressione alla Libia. Anzi anche parecchi settori legati alle sue molteplici organizzazioni di sinistra, variamente posizionate, sono state inconsapevoli agenti politici della visione clintoniana circa la primavera araba.
Ovvero la lotta contro i "dittatori" come grimaldello per la demolizione degli stati nazionali arabi in funzione del "caos costruttivo" caro alla strategia Brzezinski, quando questi stati avevano un ruolo antimperialista e di autocentratura delle proprie risorse e della propria economia in funzione nazionale (Libia) o semplicemente per l'asservimento totale e definitivo degli ex vassalli (Tunisia, Egitto ecc).
In tale movimento non vi è alcuna tendenza, non soltanto egemone, perchè se nò saremmo a buon punto dell'opera, ma neanche minimamente visibile a livello di massa, circa l'unità inscindibile tra la parola d'ordine del "non paghiamo il debito" con una coerente impostazione di uscita dal blocco imperialista Nato e dal vassallaggio nei confronti della troika subiperialista di Germania, Francia e Inghilterra.
Si continua a non capire che oggi esiste un problema di indipendenza nazionale sul quale è possibile creare un ampio fronte di lotta e, come si sarebbe detto un tempo, di un blocco sociale anticapitalistico.
Da questo punto di vista diventa un tema che ci appartiene in maniera pertinente lo schieramento con la lotta di resistenza del popolo libico a fianco della Jamahiriya così come una coerente battaglia per sventare i tentativi di aggressione alla Siria e all'Iran.
Il nemico anche in italia è l'imperialismo USA. La BCE vero organo politico decisionale in materia economica, non ne è che il vassallo.
Si chiude definitivamente qualsiasi ipotesi di polo europeo, quand'anche esso sia mai esistito. Non si può non vedere che i gruppi dominanti statunitensi in sintonia con quelli dominanti a livello europeo stanno costruendo un futuro prossimo di un'Europa a scala gerarchica ben delineata tramite la demolizione dello stato sociale novecentesco e lo spossessamento delle risorse primarie, dell'industria statale e dei servizi degli stati gregari (tra cui l'italia).
A tal proposito la crisi del debito, come le altre grandi crisi storiche strutturali del capitalismo, servirà a determinare una gigantesca ristrutturazione della formazione imperialista.
Per quanto nella fase finale (Piazza S. Giovanni) il movimento è stato costretto alla difensiva dall'aggressione poliziesca che ha impedito il naturale svolgimento della manifestazione (e giustamente è necessario rispedire al mittente gli starnazzamenti dei Bersani, Vendola, DiPietro che non hanno alcuna legittimità a condannare atti di violenza in quanto essi stessi tifosi dei massacratori Nato del popolo Libico ecc.) non si può fare a meno di rilevare che la miccia degli scontri sia stata innescata dai soliti utili idioti spaccavetrine che con la loro impostazione luddista nulla possono avere a che fare con un movimento anticapitalistico (chiedere ai compagni del KKE greco come si sta in piazza e come si neutralizzano i provocatori). E' di queste ore la campagna di criminalizzazione di tutta l'opposizione sociale tramite provvedimenti di legge (Di Pietro o altri del centrodestra) o atti concreti di polizia come il divieto a manifeastare a Roma da parte dell'ex squadrista Alemanno.
Inoltre come non vedere che un clima fosco di destabilizzazione sociale ridotta a problema di ordine pubblico vada incontro ai più spietati propositi delle agenzie di rating circa declassamenti funzionali al progetto Draghi (futuro presidente della BCE) ?
Per finire, il lavoro che i comunisti si trovano davanti è enorme e non siamo neanche all'inizio dell'opera in quanto è assente dalla scena politica italiana un partito comunista unitario e unificato, capace di tornare ad essere un polo di attrazione dell'anticapitalismo, ma contemporaneamente capace di recuperare la migliore tradizione comunista a partire dai suoi punti alti di analisi teorica politica e di struttura organizzativa che non possono non ripartire da un leninismo riattualizzato alle condizioni presenti per creare elaborazione ed azione politica.
Centro fondamentale di tale azione deve necessariamente essere la coniugazione della forte spinta popolare a livello europeo e nel paese contro il piano di macelleria sociale dell'imperialismo euroatlantico, distruttore di risorse e forze produttive, demolitore dei capisaldi dell'industria di stato e dei grandi servizi, ma anche disinteressato all'imponente tessuto produttivo della piccola e media impresa che costituisce il primo anello che salta a causa delle scelte dei gruppi dominanti (esempio concreto l'abbandono della PMI, la piccola e media impresa, nella Libia devastata dall'intervento della Nato) con i temi dell'uscita dal blocco economico politico euroatlantico.
Solo una forte miopia politica impedisce di vedere che esiste in Italia un problema strategico di indipendenza delle scelte di politica economica il cui naturale sbocco non puo che essere l'area mediterranea in atto devastata dal neocolonialismo.
Solo con una vasta alleanza popolare è possibile creare i presupposti favorevoli per una battaglia che non sarà certamente di breve durata. Punto centrale di tale strategia politica è necessariamente la disarticolazione dell'alleanza dei gruppi dominanti esattamente come è stato in tutte le “finestre storiche” nei quali i comunisti hanno costruito l'alternativa di formazioni politico economiche antagoniste al capitalismo.
Viceversa le due maggiori forze che si richiamano al comunismo si dibattono, da un lato il PRC nella vuota ripetizione di fraseologie spesso estremiste e lontane anche dalla tradizione comunista ma con una certa presenza a livello sociale, dall'altro il PdCI nella riproposizione di un'apparato teorico complessivamente mutuato dalla tradizione comunista (anche se si evita di affrontare il tema di cosa recuperare della tadizione teorica e politica del comunismo italiano e cosa abbandonare) sembra scegliere il basso profilo nei movimenti concreti di lotta nel paese.
Ma ambedue le formazioni alla fine convergono nella riproposizione della sciagurata alleanza (con qualche distinguo circa i limiti di tale alleanza) con il ceto politico del centrosinistra come se l'azione dei comunisti dovesse vedere come privilegiato il terreno dell'azione di un (impossibile) cambiamento della natura di tale ceto politico (PD).
Tale azione che da oltre un decennio ha portato ad immani disastri è improntata ad un'incredibile schizofrenia. Se da un lato, come viene scritto abbastanza chiaramente nei documenti congressuali dei due partiti, il centrosinistra costituisce l'altra stampella della politica euroatlantica delle classi dominanti (quella più coerente aggiungo io e scevra dalle contraddizioni interne già manifestatesi nel corso dell'anno nel centrodestra) dall'altro si ritiene indispensabile l'alleanza con esso.
Una simile strategia porterà inesorabilmente al ruolo di testimonianza dei comunisti nel paese. Se magari in tal maniera sarà possibile ricostituire un piccolo nucleo di parlamentari e istituzionali ai vari livelli dall'altro essi continueranno ad essere dei prigionieri in mano alla nuova compagine governativa che definirà la politica della BCE mentre vasti settori popolari, dove cresce il malessere sociale e spesso la rivolta, guarderanno definitivamente da un'altra parte. In tal maniera i comunisti saranno essi stessi responsabili della crescita dei fenomeni dell'antipolitica, dei grillismi qualunquisti o peggio dei fenomeni di revanscismo razzista e nazifascista come già accade in gran parte dell'Europa.
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10 ottobre 2011

"Che Guevara" (di Erman Dovis)

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Da: Marx21.it

Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato in Bolivia Ernesto Guevara, per istigazione dei governi boliviano e degli Stati Uniti d'America.

Quel gesto,che avrebbe dovuto mettere a tacere la domanda di giustizia e di rivolta del continente latinoamericano, paradossalmente amplificò' il profondo messaggio di uguaglianza sociale e di lotta antimperialista di cui il comandante argentino era portavoce.
Guevara prese coscienza delle miserabili condizioni di vita delle masse latinoamericane durante i suoi viaggi giovanili, individuando nello sfruttamento neocoloniale delle multinazionali statunitensi la contraddizione principale su cui far leva. Ebbe inoltre il pregio di comprendere, come Martì e Bolivar, che il Sudamerica si sarebbe potuto emancipare dal giogo imperialista esclusivamente con una lotta dal carattere unitario e continentale. Queste sue convinzioni si rafforzarono nel corso delle sue esperienze in Guatemala e Messico, paesi in cui approfondi' il suo approccio alle teorie marxiste. In Messico conobbe Fidel Castro, rimase affascinato dalla forte personalità del leader cubano,e decise di seguirlo in un'impresa che sembrava impossibile: sbarcare a Cuba, aprire un piccolo fronte di guerriglia sulla Sierra ed abbattere la dittatura di Batista. Cosa che realmente avvenne, il primo gennaio del 1959.
Guevara, che durante i tre anni di lotta aveva dato prova di grande coraggio ,abnegazione, ma soprattutto di lealtà e tenacia, condusse l'offensiva finale della colonna militare che liberò Santa Clara. Successivamente ottenne incarichi di responsabilità nel governo cubano: insediatosi alla Fortezza La Cabana, ebbe il compito di giudicare i crimini della dittatura batistiana, e successivamente svolse un ruolo rilevante nella promulgazione della legge di riforma agraria, fu a capo della delegazione cubana che, all'indomani del trionfo rivoluzionario, lo porterà' in vari paesi dell'Asia e del Medio Oriente. Un anno dopo,verso la fine del 1960, fu nuovamente alla testa di una delegazione in viaggio nell'Europa Orientale e l'estremo Oriente, al fine di ottenere sbocchi commerciali e crediti dal blocco sovietico, per sopperire in tal modo all'ostracismo economico statunitense. Nominato Ministro dell'Industria e Presidente della Banca Nazionale, le sue riflessioni in materia (il famoso "dibattito economico" del biennio 63-64) meritano di essere oggetto di attenzione e studio. Nuovamente rappresentante di Cuba alla conferenza del CIES (relazioni economiche interamericane) di Punta del Este del 1961, rimarca i risultati ottenuti in campo sociale dalla Rivoluzione Cubana e stigmatizza il ricatto degli aiuti economici nordamericani. Nel frattempo rende pubblica la sua strategia rivoluzionaria nel libro " Guerra di Guerriglia", ove teorizza il modello di vittoria cubano, sostenendo come un piccolo nucleo guerrigliero possa vincere facendo a meno dell'azione e del grande appoggio popolare. E' il cosiddetto "foco guerrigliero", teoria che nasce da una personale analisi della vittoria cubana. La messa in pratica di tale teoria porterà per molti anni alla sconfitta di tanti movimenti di liberazione e le guerriglie organizzate dal Che in quel periodo falliranno. In Guatemala, il movimento del suo amico Julio Roberto Caceres,"El Patojo" ,dopo esser stata pianificato a Cuba, verrà liquidato senza difficoltà. In Argentina, il tentativo di Guevara e del giornalista Jorge Masetti, fondatore di Prensa Latina, di aprire un fronte guerrigliero, abortirà ancora prima di diventare operativo. E tuttavia egli non demorderà'. La sua volontà di ferro, il suo pur lodevole idealismo, la ribellione che andava maturando verso le ambiguità della dirigenza sovietica kruscioviana lo portarono ad agire d'impeto e a non valutare nella giusta dimensione il peso di quelle sconfitte.
Il suo intervento all'Onu dell'11 dicembre del 1964 rimane forse una delle più alte espressioni della politica internazionale antimperialista sostenuta dal grande rivoluzionario argentino: con lucidità' Guevara rileva tutte le contraddizioni e i crimini dell'imperialismo, elencando le aggressioni, i bombardamenti, le pressioni a cui sono sottoposte nazioni come Vietnam, Panama, Puerto Rico, Cambogia. Denuncia l'intervento neocoloniale in Congo, il sistema di apartheid in Sudafrica, la provocazione della base militare di Guantanamo e l'embargo statunitense persino verso i medicinali, smascherando il presunto volto umanitario mediante il quale si pretendeva di coprire il carattere aggressivo del blocco. Nel corso del suo intervento, in risposta al rappresentante del Nicaragua, si dichiara patriota dell'intera America Latina, confermando la sua idea di liberazione continentale. Nel successivo viaggio in Africa deciderà di lasciare Cuba per riprendere l'attività guerrigliera, dirigendosi in Congo prima ed in Bolivia poi. Operazioni che purtroppo si dimostreranno male organizzate, e soprattutto viziate all'origine dalla sua teoria del "foco". In Bolivia gli imperialisti americani non si faranno sfuggire l'occasione,e dopo mesi di azioni ed inseguimenti,circonderanno il gruppo residuo del Che attorno ad un canalone, e in seguito ad un aspro scontro a fuoco, l'8 ottobre 1967, uccideranno e cattureranno il grosso del gruppo, Guevara compreso.
Trasferito nella piccola scuola de La Higuera, verrà assassinato insieme ai suoi compagni il giorno dopo, mentre i guerriglieri scampati all'imboscata (Pombo, Benigno, Urbano, Inti Peredo), dopo varie peripezie, riusciranno a tornare a Cuba.
L'assassinio brutale di questo nobile combattente della causa dei popoli ha contribuito ad ingigantire il messaggio del Che. Un messaggio di lotta all'ingiustizia, un messaggio di rettitudine morale e di egualitarismo intransigente.
In questi tempi tristi di feroci aggressioni imperialiste, le sue analisi sullo sfruttamento neocoloniale da parte delle potenze occidentali, denunciate a più riprese ed in ogni sede, acquistano un'attualità' ancora più stringente. Amante della letteratura, della poesia, insisteva sul ruolo emancipatore della cultura, sostenendo che un popolo illetterato è un popolo che si fa manipolare.
La sua figura, la sua opera sono stati usati opportunisticamente da molta sinistra occidentale che ha teso a contrapporle ad altre figure ed esperienze del movimento comunista e rivoluzionario internazionale. Ponendo l'accento sull'aspetto romanzesco della sua vita, si è spesso preferito presentarlo come una sorta di perdente Don Chisciotte, tradito da Castro e costretto alla inevitabile sconfitta nonostante la sua purezza rivoluzionaria. Sono letture fantasiose, che cercano di riscrivere “da sinistra” la giusta lotta di emancipazione dei popoli. A distanza di anni, questo strumentalismo pernicioso è stato sconfitto. L'esempio di Guevara e di Castro, unito a metodi di lotta adatti al contesto specifico, hanno portato il Continente latinoamericano sulla strada della reale indipendenza dall'imperialismo americano. Un processo progressista che avanza e che difficilmente potrà essere fermato, perché si tratta di un processo di partecipazione popolare reale. E come diceva il Comandante Giap "..non puoi pensare di sconfiggere un popolo intero".
Che il ricordo di Ernesto Che Guevara sia d'esempio a tutti i comunisti che ogni giorno, in ogni luogo, lottano con ogni mezzo per costruire una società più giusta.
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23 settembre 2011

Intervista a Jacques Delors, 13 settembre 2011

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Jacques Delors conosce i peccati originali dell’euro.
Presidente della Commissione europea tra il 1985 e il 1995, ha visto nascere l’Unione economica e monetaria a Maastricht.
Di crisi politiche, quand’era al vertice dell’Unione, ne ha viste tante, ma quella che riguarda l’euro lo inquieta oltre misura. Non perché sia insormontabile, ma perché è sintomo della disgregazione dei principi per i quali l’Europa si è battuta.
Ai microfoni di Euronews ha espresso la sua rabbia ma anche il suo pragmatismo. Per colui che la stampa ha soprannominato ‘Signor Europa’, la crisi del debito potrebbe essere contenuta grazie a strumenti che la zona euro ha già a disposizione.
Laura Davidescu, euronews:
Jacques Delors, benvenuto. Per prima cosa ci dice che sentimenti prova quando vede così in difficoltà il più grande progetto dell’Unione europea?Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea e fondatore del Think Tank ‘Notre Europe’:
Mi preoccupo e mi rammarico. Soprattutto perché, quando hanno approvato l’euro, con la decisione del 1997, hanno rifiutato la mia idea, in base alla quale, a fianco del patto di stabilità finanziaria, ci sarebbe dovuto essere anche un patto di coordinamento delle politiche economiche”.
euronews:
Chi lo ha rifiutato?
Jacques Delors:
Penso che siano stati tutti i capi di governo ad averlo rifiutato. Se lo avessimo avuto, per prima cosa l’euro non sarebbe stato soltanto protetto dalle sciocchezze che alcuni hanno potuto fare. L’euro sarebbe stato stimolato e in più, discutendo tra loro, i Paesi si sarebbero accorti che il debito in Spagna stava aumentando in modo pericoloso, che il governo irlandese non si stava preoccupando della folle esposizione delle sue banche e così via. Ma non l’hanno fatto”.
euronews:
Ma allora perché, le chiedo di nuovo?
Jacques Delors:
Perché? Perché (lasciando da parte questo episodio sul patto di coordinamento delle politiche economiche, su cui ora stanno ritornando, sotto una forma o un’altra, ma un po’ in ritardo) il problema che si era posto con le difficoltà della Grecia era semplice: dobbiamo applicare il ‘no bail out’, che è nel trattato, e che non prevede aiuti sistematici ad un Paese se è in difficoltà? O l’eurogruppo si deve considerare moralmente responsabile per non aver visto il degradarsi della situazione in diversi Paesi e, in quanto moralmente responsabile, prenda delle decisioni politiche per farsi carico del problema? È la tesi che ho difeso, soprattutto con i tedeschi, dicendo loro: ‘Noi siamo collettivamente responsabili, non possiamo semplicemente trattare la Grecia come il brutto anatroccolo’ “.
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10 settembre 2011

Sciopero generale: in 10000 a Teramo (Erman Dovis)

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"La nostra citta' non ha mai ricordato una cosi imponente manifestazione di protesta", con queste parole si è aperto il servizio di una tv locale che presentava la manifestazione regionale svoltasi a Teramo, in occasione dello Sciopero Nazionale indetto dalla Cgil per protestare contro una manovra finanziaria ingiusta e classista, che nel contesto regionale abruzzese assume una specificita' ancora piu' drammatica visti i risvolti post-terremoto e la drammatica statistica degli incidenti sul lavoro, una vera mattanza per la nostra regione.
Fin dalle nove del mattino, nei pressi del tribunale, si andava formando il concentramento operaio e cittadino che da li a poco sarebbe partito in corteo.
Ed il corteo è stato bellissimo, ha attraversato tutto il corso vecchio al canto di Bandiera Rossa, Bella Ciao e dell'Internazionale.
Entrando in Piazza Martiri prima, ed imboccando corso S.Giorgio successivamente, l'impatto visivo offerto è stato emozionante: una citta' colorata di rosso, piena di bandiere e di cartelli, ma soprattutto di donne e di uomini che vogliono tornare ad essere protagonisti del loro quotidiano. Gli slogan scanditi con forza racchiudevano certo preoccupazione, ma non rassegnazione: erano anzi segnale di combattivita' e di resistenza, di voglia di lottare. Mi preme sottolineare, per testimonianza diretta, la presenza a titolo personale di lavoratori tesserati Cisl, in evidente contraddizione con la linea del loro sindacato.
Sul palco della piazza, per il comizio finale, si sono succeduti i vari esponenti sindacali della regione. Ma la mia attenzione si è soffermata in particolare sulla testimonianza del sindaco di Gessopalena (CH) che ha denunciato come i tagli ai piccoli comuni potranno cancellare l'identita' storica e culturale di fondamentali realta' abruzzesi.
I dati forniti dalla Cgil parlano di un'adesione nelle fabbriche attestata oltre il 40% per quelle piu grandi, mentre in quelle medie e piccole è oscillata mediamente tra il 60 e il 70 %.
A mio modesto parere è un ottimo risultato tenuto conto di come la Cgil stessa avesse tentennato di fronte alla prospettiva estrema dello sciopero, che solo la tenacia della classe operaia ha saputo imporre. Siamo infatti coscienti che questa manifestazione nazionale non risolve le contraddizioni del maggiore sindacato del paese, ma dobbiamo guardare la questione in un'altra ottica: è proprio nel momento in cui la classe operaia irrompe nel conflitto di classe che crea le condizioni per sospingere in avanti il sindacato, e le contraddizioni emerse nella Cisl, proprio in relazione a questi eventi, ne sono la conferma piu' evidente. La classe operaia del resto non è avventurista, ed impone azioni unitarie a prescindere dalle varie sigle confederali, a dispetto di ridicoli personalismi che dividono ed indeboliscono la protesta.
La manifestazione del 6 settembre ha lanciato al paese un segnale forte: la consapevolezza di classe ancora non si materializza compiutamente, ma ne si intravede l'immensa potenzialita'.
Cambiare si puo', avanzare si deve: dobbiamo solo volerlo.
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4 settembre 2011

"L'insostenibile adesione della sinistra italiana ed europea all'imperialismo." (GaspareSciortino)

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«Noi eravamo per la trattativa prima della guerra, siamo per la trattativa oggi. Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo. Prendiamo atto che non è così per coloro che hanno fatto l’ennesima guerra umanitaria e la distanza da loro non è solo politica ma anche morale».
Le precedenti parole sono del segretario di Rifondazione Comunista in un articolo pubblicato su Liberazione il 2 settembre.
Nell'articolo il segretario di Rifondazione espone anche un punto di vista corretto circa l'ipocrisia della guerra umanitaria in realtà fatta per il puro interesse di impadronirsi del petrolio libico da parte dell'alleanza atlantica così come della resistibile menzogna sottesa alla risoluzione n. 1973 con la quale si dovevano "proteggere i civili". Parla naturalmente anche dell'informazione con l'elmetto e dell'attuale scomparsa del protagonismo dell'Onu nell'attuale frangente delle carneficine compiute dai mercenari della Nato, dopo aver aperto e legittimato lo scenario di aggressione e guerra. Ma il punto dirimente dell'intero articolo che ne costituisce la sintesi e l'indirizzo politico è il passo finale da me citato. “Pensiamo che la costruzione di una Libia democratica, liberata dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarille senza diventare un protettorato dei bombardatori sia l’unico obiettivo legittimo.
Quindi nei fatti Ferrero concorda che era un obbiettivo legittimo costruire, da parte di soggetti terzi, diversi dal popolo libico, una Libia “democratica”. A questo punto l'interventismo della Nato e dei suoi bombardieri potrebbe essere soltanto un incidente di percorso, una contraddizione che poteva essere evitata!
Bisognava, in effetti...”liberare la Libia dal dittatore Gheddafi e dalle sue camarrille !”.
In questa breve frase è concentrata tutta la miseria del pensiero della sinistra italiana (ma anche europea...leggere analoghi articoli del quotidiano dei comunisti francesi) e la sua perdita di orientamento nell'attuale assetto unipolare del pianeta contrapposto ai nuovi poli emergenti (Cina, India, Venezuela, nonché la vecchia Russia).
Nei fatti si confessa in maniera abbastanza palese l'adesione all'orizzonte euroamericano sia in termini ideologici, cioè i valori della democrazia e dei diritti civili, sia in termini economici il cui grimaldello è proprio la guerra imperialista, della quale però non si accetta l'efferatezza e l'ipocrisia!
Niente male Ferrero!
Adesso credo sia chiaro perchè la sinistra italiana, non ha mosso un dito (con l'onorevole eccezione della piccola area organizzata dell'Ernesto che quantomeno si è spesa in un'opera di controinformazione militante sui social network) prima e durante l'aggressione imperialista. Non a caso anche Ferrara (esponente di una destra antinterventista quantomeno a parole) se ne è accorto dalle pagine del suo quotidiano e ha potuto sbeffeggiare i pacifisti per la loro adesione all'oltranzismo della fazione democratica americana.
Il pacifismo senza se e senza ma di ieri (Iraq, Serbia) che non riusciva a distinguere tra aggressore e aggredito, ma che ad ogni modo portò in piazza centinaia di migliaia di persone si è trasformato in astensionismo critico (né con la Nato né con Gheddafi) circa la contesa geopolitica considerata affare interno agli assetti imperiali.
Nei fatti una posizione “foglia di fico” che nasconde la sostanziale adesione all'orizzonte strategico occidentale e atlantico (in politica non fare equivale ad aderire a qualcosa d'altro!) e l'adesione ad un indifferenzialismo cinico e neoqualunquista quando, addirittura, non suffragato da analisi sedicente marxista (vedi le risibili produzioni di Antonio Moscato e Sinistra Critica nonché dei sedicenti trotzkisti francesi consulenti di Sarkozy che avvalorano la tesi della rivoluzione libica e scoprono nientedimeno le magliette di Che Guevara tra i “ribelli”).
Non intendo spendere una parola in questa breve nota circa le ragioni geostrategiche dell'imperialismo nell'attuale fase di drammatica crisi del capitalismo occidentale come foriere dell'ennesimo scenario di aggressione e di guerra di inizio secolo. Presuppongo che i lettori di questa nota siano sufficientemente colti e informati.
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22 agosto 2011

Sevel, una lezione utile (Erman Dovis)

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In questa calda estate ai molti sara' certamente sfuggita una notizia che arriva da Chieti e che deve essere oggetto di profonda riflessione da parte dei comunisti.
Tra i comuni di Paglieta ed Atessa sorge il grande stabilimento metalmeccanico della Sevel Val di Sangro, aperto credo agli inizi degli anni Ottanta. Lo stabilimento produce furgoni per Fiat, Citroen e Peugeot, vi lavorano qualcosa come cinquemila operai provenienti non solo dall'Abruzzo. Il ciclo produttivo aziendale prevede, all'interno della fabbrica stessa, le fasi di lastratura, verniciatura, montaggio. La Sevel non è stata esclusa dal processo di riorganizzazione produttiva, che molti chiamano "svolta Marchionne", del resto tale svolta non nasce un anno fa ma ha origini ben piu' remote. Nello specifico, in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un protocollo comportamentale ben noto: l'azienda periodicamente sostiene l'impossibilita' di reggere la sfida col mercato, e puntualmente minaccia di volta in volta, la non regolarizzazione dei precari assunti, la delocalizzazione della filiera produttiva, i licenziamenti. In cambio ovviamente si chiede una flessibilita' ormai piu che ginnica, la totale disponibilita' degli operai a reggere turni di lavoro piu' pesanti, i sabati straordinari obbligatori eccetera. Il cosiddetto "modello Pomigliano" è stato adottato senza colpo ferire, ma sembra non bastare: ad ogni vittoria di tappa il padronato, minacciando la chiusura, avanza ed impone altre richieste. In tutto cio' il sindacato vive le contraddizioni di questa epoca: si arrangia, cerca, vede, ci prova.
La Fiom Cgil si è dimostrata molto combattiva, la battaglia che da tempo porta avanti all'interno della Sevel è encomiabile.
Ma arriviamo allo snodo cruciale: a fine luglio viene firmato un accordo tra le parti sociali che prevede, dal 3 ottobre 2011, l'adozione in Sevel del nuovo famigerato sistema metrico di misurazione del lavoro, la Ergo-Uas, in cambio dell'assunzione definitiva di 150 operai a contratto precario, "previa verifica delle disponibilita' ".
Ora non serve davvero dilungarsi su un sistema metrico che imporra' ritmi frenetici, limitazioni ulteriori della velocita' di produzione, riduzioni dei gia' esigui tempi di pausa, ognuno puo' verificare di persona.
L'accordo con le parti sindacali ha visto anche la firma della Fiom Cgil, fino a pochi giorni prima assolutamente contraria ad ogni ipotesi del genere.
Le reazioni sono state sconsiderate: chi ha gridato al tradimento, chi ha invocato l'abbandono di questa rappresentanza sindacale venduta, chi propone la nascita di nuove e combattive realta' sindacali, tanto pure quanto astratte.

Costoro, essendo estranei alla classe operaia e non avendo una conoscenza del conflitto di classe, tendono a riempire il loro vuoto con idee strampalate, ammantate di una fraseologia rivoluzionaria, cercando di sostituirsi all'azione della classe.
Che la Fiom abbia firmato non mi stupisce, stupisce invece il fatto di coloro che ieri pompavano a mille il sindacato dei metalmeccanici ed oggi ululano alla luna stracciandosi le vesti.
Il ruolo del sindacato è di raccogliere, fare da sponda ad un indirizzo generale di pensiero e di lotta, e non il contrario come erroneamente è stato fatto nel caso Fiom, caricata di un peso e di una responsabilita' che non poteva portare su di se. Le contraddizioni interne, l'isolamento, ma anche il semplice fatto di operare nel suo contesto fanno si che queste situazioni accadano, non c'è da scandalizzarsi. La questione sindacale, che piaccia o no, è questione prima di tutto politica: cio' che fara' la differenza nelle lotte, sara' la maggiore acquisizione di coscienza di classe, e per questo serve Ricostruire il Partito Comunista, l'organo di educazione e guida politica, l'intellettuale collettivo diretto dalla parte cosciente e organizzata della classe operaia, che determina la linea politica fara' avanzare la comprensione di classe a stadi sempre maggiori, imponendo a Cgil, Cisl, Uil, Fiom e chi per loro di inseguire i lavoratori su piattaforme rivendicative avanzate.
E' stato cosi in passato e sara' cosi, qui non si inventa niente come pensano taluni .
Riflettiamo insieme su questi aspetti, su questa esperienza che ci arriva da Chieti perchè cosi potremo meglio codificare e comprendere situazioni simili che inevitabilmente si verificheranno.
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