"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)
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30 gennaio 2012

«L'irreligiosità del proletariato» (Lurtz S.)

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«[...] E' logico che il borghese creda ad una Provvidenza tutta attenta ai suoi bisogni e ad un Dio che lo ha scelto fra migliaia e migliaia per ricoprire di ricchezze la sua pigrizia e la sua inutilità sociale; ma è ancora più logico che il proletariato non sappia nulla di una Provvidenza divina, giacché egli non vede alcun Padre celeste dargli il suo pane quotidiano, nemmeno se lo implorasse dal mattino alla sera. Egli sa piuttosto di doversi guadagnare col lavoro delle sue mani il salario che gli procura lo stretto necessario per vivere; sa che, se non lavorasse, dovrebbe morire di fame, nonostante tutti gli Dèi in cielo e tutti gli amici dell'uomo sulla terra. Il lavoratore sente di essere la Provvidenza di se stesso: nella sua vita non ci sono, come in quella del borghese, dei gran casi di fortuna che lo strappino con un colpo di bacchetta magica dalla sua triste situazione. Nato lavoratore salariato, come tale vivrà e dovrà morire. Nella società presente non può tendere più in alto che ad un aumento di salario e ad una durata ininterrotta di quest'ultimo per tutti i giorni dell'anno e per tutti gli anni della vita. Per il proletario non esistono i casi e le fortune impreviste del borghese, che da queste viene spinto alle sue idee mistiche [...]»

(Paul Lafargue)
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28 luglio 2011

L'indifferenza di genere (di Lurtz)

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Il 27 luglio 2011, la Camera dei deputati ha bloccato l'iter della legge contro l'omofobia. Sono passate le pregiudiziali di costituzionalità sul testo, presentate da Udc, Lega e Pdl con 293 sì, 250 no e 21 astenuti.

Ci sarebbe molto da dire sulla nostra Costituzione e sul nostro parlamento, e prima o poi ci arriveremo. Per il momento mi dedicherò al piccolo fatto, perché di piccolo fatto si tratta, di introduzione. Partendo dalla dichiarazione, che definirei delirante, dell'onorevole Anna Paola Concia del Partito Democratico: "Questo Parlamento ha deciso di sostenere i violenti".
Le preferenze sessuali di ogni individuo sono scelte personali non discutibili (per questa volta, perché ci sarebbe da discutere a fondo su questo fatto), ma qui assumono importanza perchè portate in piazza da chi rifiuta l'uguaglianza tra gli esseri umani e ne determina la "diversità". Questa rivendicazione è uno dei tasselli che compongono un movimento ideologico, a me, non gradito. Si tratta del differenzialismo (in questo caso, sessuale), un fenomeno antiegualitario, appunto, e individualista di matrice liberale, e il femminismo degli Anni Sessanta-Settanta è l'ambito in cui meglio si sviluppa.
Aldilà dell'argomento sul "genere", quello che mi preme sottolineare, e rinfacciare, è la contraddizione che viene fuori dalla dichiarazione della succitata deputata.
Mentre qualcuno provvedeva, giustamente, a rimbalzare la legge contro l'omofobia (e i motivi sono comprensibili anche a un bambino; perché, aggiungo io, non ci si può richiamare alla Costituzione solo quando fa comodo, ma non casualmente, chi protesta sostiene la disuguaglianza), in altre stanze iniziava la, chiamiamola così, discussione sul finanziamento alle missioni all'estero.


C'è da premettere che, anche su questo argomento, la Costituzione è stata calpestata e maneggiata da mani sporche di sangue, quindi forse l'unica ragione che potrebbe rivendicare la signora Concia è una smanacciatina a proprio favore. Per la serie, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno.
A questo punto, considerando le molte problematiche che affliggono e, nel particolare, le gravi condizioni in cui versa un'alta percentuale del popolo italiano (disoccupazione a livelli critici, precariato diffuso, difficoltà di arrivare a fine mese, pensionati che vivono sulla soglia di povertà, eccetera eccetera), viene istintivamente da chiedersi in che maniera si stabilisca l'ordine di importanza delle questioni sociali all'interno del Partito Democratico.
L'impressione è che non si rivolgano alle classi meno abbienti.
Insomma, bando alle chiacchere. Il grande partito riformista, vuole riforme che proteggano solo la classe media.
Quando discutono di questioni sociali, lo fanno per trovare il modo migliore di schiacciare verso il basso gli schiavi salariati. E la smettano di fare i moralisti antiberlusconiani, perché sono peggio di Berlusconi.
Cavalcano un cavallo vincente, viceversa non avrebbero tutto quel seguito. E questo la dice lunga sull'egemonia culturale di cui possono disporre, e spiega anche alcuni motivi dello spostamento a destra di una non indifferente fetta del proletariato (il quale raramente è disposto ad ascoltare favolette, perché esige la priorità di non morire di fame!).
Questa gente, questi "difensori dei diritti umani", sono la peggior feccia! Proprio perché difendono i diritti solo degli umani che pare a loro escludendo quelli che non rientrano nella sfera che hanno stabilito.
Ci spieghino, questi paladini dell'umanità che accusano il parlamento di difendere i violenti.
Perché non si oppongono all'occupazione violenta dell'Afghanistan? Perché non si oppongono ai bombardamenti della Libia? Perché non si oppongono allo stritolamento finanziario ai danni solo di alcuni, i più poveri, paesi europei? Perché non si oppongono alle leggi che determinano la precarietà dei lavoratori?
Tutto ciò non rientra forse nella sfera del primo diritto dell'essere umano, ossia quello di vivere?
Ecco, per tutto questo, dovrebbero ben guardarsi quei comunisti che osano anche solo sfiorare questi nemici dell'essere umano.
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22 gennaio 2011

Neo-femminismo e dintorni (di Maura)

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In questi giorni stiamo assistendo a quello che molti chiamano la “caduta del Caimano”.
Ogni organo di stampa è indaffarato a pubblicare intercettazioni, ad intervistare aspiranti veline (?), attrici, politici e quanto altro, ogni persona è autorizzata a dire la sua, è naturale che poi vengano fuori delle castronerie che, per pudore, eviterò di riportare, tranne una, quella che ritengo la più importante e che molti intervistati non disdegnano di parlarne …… la dignità delle donne.
Ora, tralasciando la vicenda del Caimano, la cosa che più mi rattrista è vedere donne, sull’orlo di una crisi di  nervi, che balbettano, urlano, si dimenano per far si che questa fantomatica dignità venga fuori e se ne parli il più possibile.
Queste neo femministe dalla gonna corta, parlano di parità dei sessi, dicono di voler essere rispettate, non sapendo che loro sono le prime a disprezzare quello che più genericamente (e forse ingenuamente) chiamo genere umano.
Il femminismo non è altro che un escamotage per costringere l’essere umano a fare una scelta, dividerlo in categorie, sottolineando la differenza naturale e sostanziale tra uomo e donna.
La vicenda del Caimano e del suo harem, ha scatenato, in queste neo femministe, la voglia di “tirar fuori le palle” , parlando alla nazione di dignità, di moralità, raccogliendo firme e cercando consensi, dimenticando la cosa più importante, il rispetto dell’essere umano.

Mi spiace esser io dover informare queste “signore” che non c’è dignità nel vendersi per far carriera, non c’è rispetto nel denudarsi per compiacere, perché volenti o nolenti, nel caso specifico del Caimano, le ragazze erano consenzienti, nessuno le ha costrette a fare niente.
Attenzione!!! Non sto cercando di giustificare questa vicenda, che a mio parere resta di una gravità inaudita, semplicemente ritengo che la perdita della dignità non riguardi solo il genere femminile, ma anzi, nel caso specifico, soprattutto quello maschile, dove quest’ultimo viene dipinto come un maniaco sessuale, pronto a tutto per un po’ di (Albanese mi perdoni) “pilu”.
Eppure non ho visto nessun uomo prodigarsi nel raccogliere firme, nessuno ha parlato di dignità maschile.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Queste neo femministe tengono veramente al genere femminile? La mia risposta è no. Volere parità tra uomo e donna significa non doverli più dividere, non ergersi più a “categoria superiore” e soprattutto smetterla nel voler a tutti i costi differenziare il genere umano, che come tutti sappiamo è una categoria “unisex”.
Dovremmo chiederci, invece, perché una persona, dotata di intelletto, arrivi a “prostituirsi” in tutti i settori lavorativi, piuttosto che ribellarsi quando vengono calpestati non solo i suoi diritti o la sua dignità ma quella di tutto il genere umano.
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7 gennaio 2011

"Mors tua vita mea? È vero consumismo" (a cura di Lurtz)

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Articolo interessante e a tratti condivisibile.
Critico verso la società nichilista, ma ancora impigliato nelle spire della visione del capitalismo come "fine della Storia".
Infatti la conclusione a cui giunge è: questo sistema "uccide" la persona, non rimane altro da fare che pregare.  






di Lorenzo Fazzini (http://www.avvenire.it/Cultura/Mors+tua+vita+mea+vero+consumismo_201012080858500300000.htm)

«Una ricerca compiuta a Princeton alla fine degli anni ’80 ha rilevato che una ragazza adolescente su quattro riferiva di sentirsi "estremamente depressa". Più tempo passavano a fare shopping, ad andare dalla parrucchiera o a truccarsi, più si deprimevano».
Per padre John Kavanaugh, gesuita americano, questo scadente gusto della vita ha un nome: consumismo. Che costituisce un realtà dilagante tramite la globalizzazione. Ad essa resiste un altro modello sociale, che possiede una radice religiosa (in realtà ebraico-cristiana) ed è condivisibile pure da chi non si ispira ad un credo.
Lo "scontro" è dunque fra «il vangelo dell’essere Persona e quello della Merce: il Modello personale e il Modello consumista; il dio-Persona e il dio-Oggetto». Kavanaugh, commentatore per il prestigioso settimanale cattolico America, docente di filosofia alla Saint Louis University, nel Missouri, raffronta questi due sistemi di pensiero e vita in "Seguire Cristo in una società consumista" (pagine 238, euro 15) che la Emi pubblica in una nuova versione (la prima uscì nel 1986 per Cittadella). Il saggio è notevole per l’acuta lucidità di analisi, la sagace qualità dell’impostazione, l’autentica profezia nelle proposte. Il gesuita Usa supera infatti il settorialismo di tanta saggistica cattolica perché presenta la dottrina della Chiesa nella sua integralità, sulla scia di Giovanni Paolo II, così ricordato: «Attirava la gente perché viveva secondo la sua fede. Che era una fede integrale. Essere discepoli significava per lui seguire Cristo in tutte le questioni di sessualità, proprietà e potere».
Qui vi è in nuce la tesi di Kavanaugh: mostrare come la dottrina cattolica penetri ogni ambito della vita umana per esaltare la dignità della persona contro ogni riduzionismo. Finiscono sotto la lente dell’acuto osservatore il consumismo materiale e affettivo: vien criticata la moda di «vivere alla Madison Avenue» (una via di Manhattan) ma anche la strage di matrimoni operata da una cultura pro-divorzio.

Kavanaugh diventa sferzante quando denuncia che «mentre la religione si è secolarizzata, il comprare e il consumare sono diventati veicoli per fare esperienza del sacro. L’eternità si trova nei flaconi di profumo di Calvin Klein, l’infinito in un’automobile giapponese». Sul fronte bioetico la denuncia anti-consumistica è forte: «Alcune compagnie assicurative di New York pagano volentieri per le interruzioni di gravidanza, ma non per i parti.
Donne di Bedford Stuyvesant (a Brooklyn, emblema della povertà yankee, ndr), analfabete ma desiderose di dare alla luce figli, si rivolgono ai servizi sociosanitari per avere consigli sulla maternità e vengono indirizzate alla fila delle richieste di aborto». Per il gesuita-filosofo il nichilismo consumista va a braccetto con l’avversione alla vita debole: «C’è un rapporto tra l’inclinazione a pensare che milioni di affamati nel Terzo Mondo starebbero meglio da morti e le nostre nuove tecnologie per l’eutanasia di quelli che hanno una vita "senza senso" e "senza qualità". Il tema unico sottostante è che le persone non contano».
Che fare in questa battaglia tra il Modello-Persona e il Modello-Oggetto? Kavanaugh lancia l’appello ad una "resistenza" intorno ad alcuni principi. Primo: «Una famiglia che si sforza di incarnare le qualità dell’essere persona può essere il primo sostegno per la resistenza alla disumanizzazione. La famiglia è essenzialmente controculturale e sovversiva. Non stupisce che sia esposta a un attacco costante nella nostra cultura».
La vocazione del cristiano nel mondo consumista è l’estraneità: «In una cultura di ateismo vissuto e di esaltazione dei beni di consumo il cristiano praticamente dovrebbe sembrare un marziano. Egli non si sentirà mai a suo agio nel regno del consumismo». Contro il quale si possono usare diverse "armi" pacifiche: «L’opposizione agli armamenti o all’aborto può essere attuata in una legislazione, nell’obiezione fiscale, nel giornalismo, in prigione o dal pulpito».
Kavanaugh tratteggia infine una sorta di piccolo "manuale" in cinque punti-chiave per il cristiano-tipo nell’era consumista. Prende come modello un’ipotetica Jane, una madre di 3 figli, cattolica, della classe media. Primo punto: «Per Lane la preghiera sarà cruciale come metodo regolare per mantenere una percezione chiara della sua vita. Il raccoglimento di questa donna è una dichiarazione di indipendenza dalle migliaia di pressioni che la cultura crea». Secondo: «Jane troverà importante entrare in collaborazione con altre persone, altre coppie, con una partecipazione a qualche tipo di comunità». Quindi: «La nostra Jane farà bene a introdurre un poco di ascetismo personale nella sua relazione con le cose. Non lascerà che la televisione prenda il posto dell’intimità dei suoi figli. Tratterà il Natale in modo meno commerciale e competitivo.
Consumerà meno alcool, non baderà tanto alle comodità». Quarto: alla nostra cattolica spetterà dotarsi «un’educazione continua ai problemi della giustizia sociale. L’impegno dei cristiani per la giustizia non è un fenomeno politico. Non è un’ideologia di destra o di sinistra. È una questione di fede nella parole di Gesù». Infine Jane dovrà «avere un contato continuo e regolare con i più poveri tra i poveri, con i moribondi, con persone sole, con handicappati. Le persone ontologicamente e culturalmente ferite hanno una capacità impareggiabile di educarci di fronte alle nostre pretese».
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13 novembre 2010

La storia dell'uguale più uguale dell'altro (di Lurtz)

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Questa volta un post "anomalo", ma solo perché lo spunto, da cui traggo alcune conclusioni, mi viene dalla seguente "letterina", letta nella rubrica "Per posta" di Michele Serra sull'ultimo numero de "Il Venerdì" di Repubblica.
Scrive la signora L.C.G. di Milano: «Premetto che sono una affezionata lettrice del vostro magazine che dà un'ampia panoramica su diversissime problematiche e situazioni. E' veramente un giornale intelligente ed occorrerebbero tanti altri aggettivi per dire ciò che rappresentate, ma che non sto ad elencare, in quanto penso che siate consapevoli della vostra bravura. Mi permetto di dirvi però che non avete rispettato la "differenza sessuale" descrivendo la fotografia di una bambina, l'attrice Shirley Temple, definendola "bambino prodigio". Non potevate mettere "bambina prodigio"? Non esiste dunque un prodigio al femminile? E' come quando si scrive o si dice il ministro tal dei tali e poi si scopre che è una Maria, Giuseppine o Teresa. Forse sarebbe il tempo di usare i titoli al femminile. Buon lavoro e buone vendite. Con i miei migliori saluti.»

Invito i lettori di questa "letterina" a trattenere le lacrime che avrà suscitato la risata, perché nonostante l'apparenza, la questione che la solerte (...ma, senza offesa, anche un po' fancazzista, digiamolo....) lettrice pone è attualissima e richiede attenzione (tra l'altro, quella che l'educato signor Serra non le riserva!)

(Mi scuso in anticipo per la brevità e la sommarietà con cui tratterò l'argomento, ma la maniera comunicativa internettiana non permette approfondimenti troppo lunghi.....)

Ritenendomi comunista, non posso che criticare e avversare questa branca, della religione laica del Ventesimo Secolo (la postmodernità), meglio nota come Differenzialismo.
Nell'ottica postmoderna, appunto, la questione della "differenza", sessuale soprattutto ma non solo, svolge una funzione di primo piano in quanto primo tratto distintivo dell'individuo della società iper-individualista.
L'insieme delle peculiarità proprie di ogni singolo individuo, ovvero le caratteristiche che determinano biologicamente e psicologicamente la singolarità appunto della persona all'interno del gruppo umano, nella concezione differenzialista assumono, ognuna, un'importanza propria rispetto ad ognuna delle altre, trasformando l'essere umano, la persona, da "involucro" dell'insieme a "contenitore" delle singole peculiarità.
Per meglio intenderci, un Mario Rossi non sarà più Mario Rossi, uomo, bruno, carnagione chiara, settentrionale, miope, eterosessuale, geometra, sposato, quarantenne. Ma diventerà Mario Rossi maschio, Mario Rossi bruno, Mario Rossi bianco, Mario Rossi lombardo, Mario Rossi cremonese, Mario Rossi settentrionale, Mario Rossi miope, Mario Rossi eterosessuale, eccetera eccetera all'infinito. E, in ogni sua singola caratteristica peculiare, rientrerà in una propria categoria d'appartenenza.
Tutto ciò, a mio parere, non ha nulla a che vedere con la, giusta, richiesta di individuazione, nella totalità, della singolarità dell'individuo.
Questo modo di procedere segue perfettamente i principi della società capitalistica, al cui interno esiste una forma di eguagliamento e una forma di differenziazione. Per cui si è, tutti, consumatori e produttori, ma si è anche produttori di merci specifiche e singole e quindi consumatori di merci specifiche e singole. Ognuno con richieste e necessità proprie e particolari.
In questo modo gli esseri umani stessi sono ridotti a merci e sentono quindi il bisogno di differenziarsi dalle altre merci umane.
Ma qui, come suggerisce il proverbio, casca l'asino.
Perché in una società che spinge verso la globalizzazione dei consumi, differenziarsi equivale a omologarsi.
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4 novembre 2010

Tu ci metti solo il collo, alla corda e al sapone ci pensano loro. (di Lurtz)

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Discorrevo con una persona del più e del meno e questa ha posto un dilemma: "Gas, Luce, Telefono, Spazzatura, Affitto, poi si deve mangiare poi la benzina per la macchina.....quante spese. Ma come fa uno in cassintegrazione ad arrivare a fine mese?"; "...bhè...", rispondo, "...è semplice! Non ci arriva. Oppure si ingegna.
Non paga le bollette o non paga l'affitto. Oppure va a fare lavoretti supplementari, ovviamente in nero col rischio di essere licenziato se lo beccano. Oppure ancora, chiede un prestito".
"...Eh, si...però il prestito poi lo deve restituire...", incalza l'interlocutore; "No problem. Vorrà dire che chiederà un prestito per pagare il prestito, e così via fino a quando non muore di vecchiaia o si suicida perché non ha più nemmeno i reni da vendere!".
Troppo cinico? Troppo duro? Esageratamente catastrofico?
Non credo.
Perché ahìnoi questi "risultati finali" sono diventati l'ordine del giorno, ma la vera catastrofe è che siano considerati come "problemi marginali".
Però l'eccesso, quando diventa quotidianità, non può più essere considerato marginalmente.

Prima che cambiassi canale a causa del disgusto insopportabile che mi ha provocato, durante la puntata della scorsa settimana de "L'Infedele", il programma di approfondimento de La7 condotto da Gad Lerner, uno degli ospiti, Giuseppe Guzzetti presidente della Fondazione Cariplo, esaltava la funzione sociale necessaria che le organizzazioni come la sua rivestono nella moderna società.
In un mondo non ipocrita la definizione corretta sarebbe: strozzini. Nella nostra società, capitalista e in perenne concorrenza, invece tutto ciò è terreno legale di profitto.
E' un'opportunità.
Dal "loro" punto di vista. 

Dall'altro punto di vista, invece, è l'anticamera della morte. 
Salvo, ed è questa la via che ci obbligano a percorrere, arrendersi ad una vita di debiti.

Per chi volesse approfondire l'argomento:
«A proposito di strozzini», di Salvatore Cernigliaro
«Il debito in busta paga», di Marco Gallicani
«Banche, strozzini legalizzati», di Raffaele Bruno


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29 ottobre 2010

"Israele, operai palestinesi esposti al bromuro di metile non ricevono neanche salario minimo"

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Articolo condiviso da: Nena News.
(segnalato via Facebook da G.R.)

Continua l’agitazione dei lavoratori della fabbrica Sol-Or, sulla «Linea verde» tra Israele e Cisgiordania, esposti al gas vietato dal Protocollo di Montreal, che ricevono meno di 600 euro al mese.

Gerusalemme, 25-10-10
– Novanta shekel (18 euro) per otto ore di lavoro a contatto con il bromuro di metile. E’ questa la retribuzione da fame accordata sino ad oggi ai 70 operai palestinesi della Sol-Or, una fabbrica israeliana situata nella zona industriale di Shalom Nitzanei, sulla «Linea Verde», tra Oz Nitzanei e la città palestinese di Tulkarem. I lavoratori hanno detto basta allo sfruttamento che subiscono da anni e chiedono l’applicazione di una sentenza del 2008 con la quale l’Alta Corte di Giustizia ha affermato che anche le aziende israeliane situate sulla «Linea Verde» o all’interno della Cisgiordania devono corrispondere ai propri dipendenti palestinesi il salario minimo previsto per i cittadini israeliani.



La vertenza si trascina dal 2007, quando i lavoratori presentarono le stesse richieste alla proprietà senza ottenere alcun risultato . 

«Ho lavorato in quella fabbrica per 10 anni ricevendo solo 90 shekel al giorno», ha detto un operaio, Fahri, al quotidiano Jerusalem Post,«ho sempre avuto buoni rapporti con gli amministratori ma non rinuncio al salario minimo». Fahri ha aggiunto che la direzione ha offerto di raggiungere compromessi con i lavoratori, ma solo su base individuale.
La protesta ha origine anche nel tipo di attività della Sol-Or che presenta seri rischi per la salute. I lavoratori devono verificare che i contenitori di bromuro di metile siano puliti, esponendosi al gas altamente tossico. Molti di loro lamentano danni alla vista e all’apparato respiratorio. Prima di essere bandito dal Protocollo di Montreal, il bromuro di metile è stato largamente impiegato come fumigante per la geodisinfestazione, soprattutto nelle colture protette, nel vivaismo e nella produzione di sementi.
L’avvocato del lavoro Ahmad Najib ha riferito che molti degli operai hanno lavorato in fabbrica 15 anni, in condizioni rischiose, senza avere percepito almeno il salario minimo. La proprietà da parte sua non affronta il problema e si limita ad accusare un gruppo di dipendenti che, a suo dire, avrebbe esercitato forti pressioni sugli altri lavoratori per bloccare le attività produttive.
Le zone industriali sorte lungo la «Linea Verde» sono oggetto da lungo tempo di critiche poiché a non pochi proprietari di aziende e fabbriche israeliane appare lecito non rispettare i diritti dei lavoratori previsti dalla legge nei riguardi di operai e manovali palestinesi. Diversi imprenditori giustificano i salari più bassi con il costo della vita meno elevato in Cisgiordania rispetto a Israele e arrivano al punto da non garantire neppure il salario minino ai lavoratori palestinesi.
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26 ottobre 2010

I lavoratori del comparto "servitù" (di Lurtz)

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Personalmente non sento di avere difetti di dignità nel fare il lavoro che faccio, però che fatica.
Non fisica, a quella in qualche modo ci si abitua, ma mentale. E credo che sia così per tutti quelli che, appunto come me, svolgono quel genere di lavoro che io definisco "di servitù": colf, baristi, camerieri, commessi, custodi di stabile, eccetera. Si badi, non chi ha "semplicemente" a che fare col pubblico, ma chi lo "serve" il pubblico (e il privato, ovviamente).
Perché non importa "chi" sei, ma solo "cosa" fai.
Come dicevo, non ritengo che chi pulisce un cesso o porge un piatto o rimette ordine una casa (altrui) sia un essere inferiore. E chi lo fa non deve sentirsi tale.
Si può benissimo possedere una o più lauree o non avere nemmeno terminato il corso obbligatorio di studi, non per questo si dovrebbero patire vessazioni di alcun tipo se si svolge un lavoro cosiddetto "umile". Eppure la realtà è diversa.
Infatti, nell'immaginario collettivo, chi "serve" è "servo" e, in quanto tale, deve essere comandato a bacchetta e/o trattato da sub-umano.
E tutto ciò aldilà del trattamento riservato da parte del padrone.
Mi riferisco infatti, in primo luogo, al comportamento di chi usufruisce del servizio e di chi "vede" la situazione da fuori.
La prima umiliazione che si tenta di fare ingoiare si espleta quando si parla con altre persone. Ad esempio, mi è capitato di sentirmi dire: "Perché fai questo lavoro? Una persona come te potrebbe ambire a ben altro che lavare i pavimenti". Oppure genitori che dicono ai figli: "Potresti fare il cameriere, in attesa di un lavoro come si deve".
Non casualmente, questi lavori vengono svolti in maggior percentuale da stranieri, al punto che il sottoscritto a causa del cognome di origine sarda si sia sentito domandare: "Ma lei è italiano?".
Poi c'è la questione del rapporto col padrone.

Chi svolge questi lavori, nella maggior parte dei casi, rientra nella categoria di dipendente di "aziende con meno di 15 dipendenti". E qui si ride, amaramente.
Queste categorie non beneficiano degli ammortizzatori sociali; sono meno tutelate in caso di licenziamento (art. 18, questo sconosciuto...); e altro punto dolente è la questione contrattuale, nel senso che, se non si lavora in nero, il contratto è un miraggio.
L'erba del vicino è sempre più verde, e infatti capita di sentirsi dire: "Ah, beato te che fai il barista. Sempre a contatto con bella gente. Un lavoro creativo che da soddisfazioni", peccato però che la vita reale non sia propriamente quella che si vede nei film. L'entusiasmo scema via via davanti al fatto che servire caffè e cappuccini tutti i giorni alla stessa ora e sempre alle stesse persone non è poi così differente dall'assemblare pezzi in un'officina metalmeccanica, con la differenza che, nel caso dei baristi, si è costretti a indossare scomodi papillon, avere un sorriso stampato in faccia anche se hai appena ricevuto l'ingiunzione di sfratto e che se ti scappa di dover pisciare può anche capitare di doverla trattenere per intere mattinate.
Mi auguro che non si fraintenda il fatto che qui non si sta sostenendo che lavorare in fabbrica sia meglio o più bello, ma semplicemente che ogni impiego ha i suoi pro e i suoi contro.
Una grossa differenza, sempre all'interno di determinate categorie, sta nel fatto che l'orario di lavoro non è quasi mai rispettato.
Per esempio, e parlo per esperienza personale, a chi svolge la mansione di "custode di stabile"solo per il fatto che, nella maggior parte dei casi, abita nello stesso luogo dove lavora viene "velatamente" imposto che la disponibilità sia valida 24 ore su 24: spesso durante la pausa pranzo capita di dover ritirare pacchi consegnati da corrieri oppure, meno spesso ma comunque da non sottovalutare, capita che la sera dopo cena qualche inquilino abbia scordato le chiavi di casa, e altre "cosucce" del genere. "Cosucce", fino ad un certo punto dato che non se tiene conto nella retribuzione.
Oppure, un altro esempio può essere quello riferito alle "donne di servizio", le colf, le quali, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono "affittate" in nero per poche ore alla settimana e magari si trovano costrette a lavorare a un tenore di cottimo per svolgere tutte le "faccende" entro l'orario stabilito.
Oltre che per la necessità di esternare una situazione di disagio personale, ho voluto parlare di tutto ciò perché troppo spesso ci si dimentica che nella categoria generica dei lavoratori rientrano molte sottocategorie a cui non si fa quasi mai riferimento.
Si sente spesso parlare di "contratti collettivi nazionali", di "lavoratori della pubblica amministrazione", di "metalmeccanici", di "dipendenti della scuola", eccetera, ma quando si parla di tutti gli altri ci si riferisce ad una generale categoria di "lavoratori".
Questi non partecipano a scioperi e manifestazioni per diversi motivi, tra cui il fatto che non si sentono realmente tutelati dai sindacati, che non si sentono realmente rappresentati nelle proteste e perché rischiano realmente il licenziamento nel caso di sciopero.
Ma sono anch'essi lavoratori, nè più nè meno di tutti gli altri.
Anche questa è, a mio parere, una ragione per sottolineare l'esigenza di formazione di un vero sindacato di classe.
Un organismo, insomma, che non distingua le categorie privilegiandone alcune nelle lotte.
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8 ottobre 2010

Sul problema obesità.

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Uno dei problemi dell'Era Moderna, anzi forse il primario, è l'alimentazione.
Su "Avvenire" di domenica 3 ottobre, un articolo firmato da Chiara Zappa mette in luce una problematica direttamente connessa con l'alimentazione, ossia l'obesità.
Nonostante vengano prese in considerazione alcune cose, a mio parere di importanza basilare, a modo di vedere dell'articolista la questione è di natura culturale. Il fatto che secondo talune usanze "grasso è bello"; una visione determinata dal timore dell'aids, secondo cui per via del fatto che la malattia smagrisce si "gode" dell'essere grassi e perciò non contagiati; addirittura, e forse è questo il punto che più mi crea fastidio, una "scelta" data da nuove condizioni di benessere economico.


Insomma, a mio parere, e con fin troppa semplicità, si vede il dito ma si ignora completamente la Luna. Tralasciando per un momento una questione di fondamentale importanza, ovvero il fatto che il continente africano è ancora oggi, e credo che ciò sia innegabile, considerato una sorta di magazzino per le scorte di schiavi e di materie prime, se allarghiamo la visuale al resto del mondo ci accorgiamo che il luogo dove l'obesità è un grave problema sono gli Stati Uniti, seguiti a ruota dal Sud America e dall'Europa.
Il problema dell'obesità va di pari passo con lo sviluppo della povertà relativa tipica dell'esplosione del modo di produzione capitalistico. L'industrializzazione sfrenata, l'erosione delle campagne da parte dei centri urbani, la mancanza di tempo sufficiente alla propria vita personale, e, ovviamente, i salari insufficienti al mantenimento di sè stessi e della propria famiglia, determinano l'aumento della percentuale di persone che soffrono l'obesità e le patologie ad essa legate.
Nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli ultra-sviluppati, si è passati dalla mancanza di cibo alla cattiva abitudine alimentare. Che però, contrariamente a quello che affermano alcuni, non è data dalle "usanze culturali". Ma bensì imposta dalle condizioni economiche.
Le materie prime, ovviamente nel nostro caso specifico gli alimenti di prima scelta, non sono concesse a tutti nella stessa maniera.
Per capirci meglio, faccio un esempio.
Quando vado dal salumiere e chiedo del prosciutto cotto, il bottegaio mi elenca una scelta di differenti qualità che richiedono prezzi diversi: la "prima" qualità ha un costo nettamente superiore al prodotto di scarsa qualità. E la differenza è data dai differenti ingredienti utilizzati per il suo confezionamento.
Pensare che, come nel nostro esempio, "il prosciutto, è prosciutto!" equivale ad ignorare un grave problema.
Allora, prima di fare discorsi che fanno fatica a reggersi in piedi, sarebbe utile scrollarsi di dosso determinati pregiudizi e guardare in faccia la realtà.
L'obesità non è che uno dei "frutti" di un problema ben più grave, ossia la tendenza alla povertà relativa generale.
Negli Usa, dove questo problema viene visto e affrontato con meno pregiudizi di ordine morale, non si cerca la soluzione, che comporterebbe un sostanzioso aumento dello "stato sociale", ma si è trovata un'escamotage per fare in modo che questi milioni di soggetti non trovino (o ne trovino meno) difficoltà nel rapportarsi alla comunità (perché non dimentichiamo che tra le patologie ad esse collegata ve ne sono di carattere psicologico). Ecco comparire quindi, carrelli da supermercato con seggiolino per facilitare la deambulazione, sedili per automobili e poltrone da cinema e da teatro appositi, eccetera eccetera.
Comodo, no?
Quasi ironicamente, si è trasferito un serio problema della popolazione in risorsa di genere economico.
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17 agosto 2010

Mutazioni antropologiche, individuo e società. (di Maura)

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Ormai ne siamo tutti consapevoli, la società occidentale di oggi, ci impone uno stile di vita oltre le nostre capacità, economiche e sociali.
Quello che a molti sfugge è l'inconsapevolezza della collettività.
Viviamo in un sistema che ci proietta in una dimensione individualistica, dove, appunto, l'individuo, come singolo, viene prelevato e portato agli altari della gloria, viviamo nella utopica speranza di essere "noi" il suddetto individuo. Questo inevitabilmente porta il pensiero e l'azione della collettività ad un piano nettamente inferiore, quasi inesistente, affiora solo in casi estremi e sempre, e solo, sotto il pieno controllo del mercato della produttività.
Ma cosa spinge un essere umano, nato per stare in comunità, in mezzo ai suoi simili, a trasformarsi in un essere egoisticamente asociale?
La risposta è ancora una volta la stessa, la società, dove l'essere umano non è più visto come tale, ma come intermediario per un fine economico.

Noi siamo il peso lordo, contribuiamo a far si che il netto lo percepiscano sempre gli stessi individui, gli unici eletti a sedere nel trono del potere. Lo stare in gruppo, avere un fine comune, che racchiuda il bene di tutti non viene lontanamente contemplato, perchè, sempre secondo la società, questo comporterebbe ad un crollo del singolo, e qui si ritorna al discorso iniziale, al famoso altare della gloria, poi, che in questo altare, in realtà nessuno riesca a salire poco importa, la speranza di poterlo fare ci costringe ad allontanarci l'uno dall'altro ed a perseguire fini diversi.
Allontanarsi dal pensiero individualistico e perseguire la strada del pensiero collettivo, non è facile, ma neanche molto ardua.
Il primo passo da fare è l'abbattimento del concetto di proprietà privata, il resto viene naturale.
Ma quante persone sono disposte a farlo?

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29 luglio 2010

Tutti froci col culo degli altri!

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Calma! Non tirate fuori le pistole!
Ammetto che il titolo può sembrare "lievemente" provocatorio, ma stiano tranquilli i pasdaran.....non c'entrano le questioni di genere.
C'entra invece il vorticoso giramento di balle che mi provocano certe situazioni, dichiarazioni e discussioni.
Nonostante la maggior parte delle popolazioni dei pianeti Terra e Giove trovi più interessante, nell'ordine, le evoluzioni dello "Scandalo Milano Bene" e per quelle della "Loggia Carboni" che, diciamolo, ci scandalizzano moltissimo.....chi mai avrebbe anche solo pensato che potessero esistere vips che sniffano cocaina in discoteca o che esistano personaggi politici corrotti?
No.....non può essere! Lo sanno tutti che certe cose le fanno solo quegli straccioni che chiedono "cento lire" nei sotterranei della metropolitana, i vips parvenù e i politici non farebbero mai cose moralmente deprecabili.....
Comunque. Torniamo al tema del post.
Il problema riguarda i lavoratori e, in particolare, la Fiat e i recentissimi sviluppi.

Eviterò di partire dal principio, non voglio annoiare nessuno. Partiamo dalla fine, dai discorsi di politici, analisti e sindacalisti dopo il vertice di ieri svoltosi a Torino.
La Fiat, nella persona di Sergio Marchionne, fingendo di avanzare una proposta di accordo, ha in realtà stabilito i termini di un vero e proprio ricatto: scegliete, se volete che Fiat produca in Italia dovete smetterla di parlare di "diritti", di sciopero, di contratto collettivo, di premi produzione, di straordinari pagati e ogni altra fesseria simile. Vi veniamo incontro e proponiamo: contratti singoli e nessuna limitazione ai nostri "diritti" come, ad esempio, quello al licenziamento senza giusta causa o quello a sanzionare chi non lavora perché malato.
Ora, fin qui niente di particolarmente strano.
Infatti, da quando esiste il modo di produzione capitalistico (ogni tanto è bene ricordare che esso non nasce con l'Uomo.....), il fine del padrone (o comunque lo si voglia chiamare) è di arricchirsi sulla pelle di qualcun altro, mentre quello di quel "qualcun altro" è riuscire a vivere dignitosamente da essere umano.
Il problema, ovvio, è che questi due differenti modi di vedere inevitabilmente si scontrano. E, contrariamente a quello che alcuni pensano, chi vince sono sempre i soliti. Alle volte, vincono "di misura" e si trovano costretti a concedere piccole agevolazioni, altre volte vincono con più scarto e tolgono le agevolazioni facendo tornare tutto al punto di partenza.
Perché ho scelto questo titolo politically incorrect?
L'idea (tra virgolette) me l'ha suggerita la visione di Piero Fassino e Oscar Giannino che si trovano d'accordo e si scambiano complimenti.
Da un punto di vista morale, il Fassino (e come lui tutti quelli che provengono dalla sua stessa "scuola" di opportunisti) è insopportabile in quanto traditore dei principi che ha abbracciato (fingendo) quando da giovane si iscrisse al PCI.
Si badi, cortesemente, che il mio punto di vista non è flessibile. Ritengo, infatti, l'onestà e la coerenza due fondamentali principi che distinguono l'Uomo dall'infame, siano essi portati da qualsivoglia provenienza ideologica.
Dicevo che Fassino, con l'ormai trito e stantìo idioma utilizzato dagli esponenti politici che, corrotti fino al midollo dalle sirene del potere, tentano di prendere per il naso il poppolo (con 2 "p") ignorante (ignorando però a loro volta che questi sono ignoranti ma non coglioni.....), parla di "necessità di investimenti", "responsabilità" e altre simili minchiate.
Ma, del resto, non ci si potrebbe aspettare altro.
Lui, loro, il fondoschiena ce l'hanno ben comodo.
Nell'immaginario comune, il criminale è un individuo brutto, sporco e cattivo. Sulle braccia porta tatuaggi cuciti in carcere, ha la guancia sfregiata, le unghie sporche, fuma sigarette di infima qualità e si fa notare quando scende dalla sua Mercedes per il bozzo della pistola sulla schiena. Per quanto mi riguarda, invece, considero criminale anche chi, vestito con un abito della Facis, concede prestiti all'8% di interesse oppure chi usando un linguaggio forbito e modi eleganti tenta di convincere i lavoratori ad accettare condizioni di lavoro schiavistico!
Viceversa, Oscar Giannino è odioso e criminale in modo diverso. Egli non è un traditore di classe, ma un semplice servo compiacente.
Onde evitare fraintendimenti, voglio specificare che quel che mi preme è la funzione che rappresentano i due individui che cito e non ho interessi personali nella critica.
Specifico questo, perchè, nel caso del Giannino, trovo addirittura divertente il suo ridicolo atteggiamento da dotto economicista di fine Ottocento in salsa dandy, col suo gessato grigio perla e la camicia rosa, il bastone da passeggio finemente ornato, l'anello alla moda dei borghesi americani e i baffi come i politici lord dell'impero vittoriano. Complimenti dunque alla sua cura per la parte estetica, ridicola, ma caruccia.
Ma tutto questo, probabilmente, gli serve come il materasso serve ai saltatori con l'asta. Dato che, seppur benestante, egli è pur sempre un direttore di giornale che deve rendere servile conto al proprio editore.
E' un po' come se io per pulire i cessi mi mettessi un vestito griffato.
Ma andiamo al dunque.
Fassino, poveraccio, è "scusato" perché in vita sua non ha mai lavorato nemmeno un minuto, perciò parla per "sentito dire".
Giannino invece è "scusato" perché avendo scelto la schiavitù anche mentale, e comunque sostenendo la "giustizia" del liberismo, non potrebbe comportarsi diversamente.
Ma allora, dico io, e consapevole della demagogia del quesito, non è possibile ascoltare ragioni altre?
Scagli il primo urlo che ha capito a chi mi riferisco.....
Il messaggio che le borghesie mondiali vogliono lanciare ai lavoratori è chiaro: ringraziate il cielo che vi diamo la possibilità di vivere, avete mangiato a sufficienza. E' ora che paghiate il conto!
Rendetevene conto, voi non siete persone come noi. Voi siete elementi complementari alla nostra esistenza. Se vi permettiamo di lavorare è perchè consumiate restituendoci con gli interessi il misero salario che vi concediamo. Ieri vi abbiamo permesso il divertimento di possedere un'automobilina, di fare le vacanze al mare, di calzare scarpe di pelle, addirittura di viverci accanto.
La festa, la vostra festa, è finita!
Riprendete RESPONSABILMENTE la vostra condizione di complementi, di utensili, di schiavi!
Ora, obiettivamente e serenamente, qualcuno vorrebbe spiegarmi quale è il motivo per cui i lavoratori dovrebbero accettare di sedersi a tavola e contrattare con chi offre simili parametri?
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26 luglio 2010

La favola dell'invidia sociale.

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Premetto che lo leggo sempre con interesse, questa volta però leggo e scoppio a ridere. E mi stupisco.
Perché quello che mi fa ribaltare quasi dalla sedia per l'altissimo livello comico é un articolo di Piero Ostellino. Quel Piero Ostellino che, come dicevo, leggo sempre con interesse, perlomeno quando non usa gli occhiali con lenti al salame.
Purtroppo, e dico purtroppo perché è proprio lui che questa volta si assume l'onere di un'intera classe sociale, inciampa nella stessa fanghiglia che utilizza per "sgridare" un lettore che lo contesta.
Nel suo "Il Dubbio" del 24 luglio, tenta ma, per il sottoscritto, con evidenti scarsi risultati di sostenere una tesi molto in voga negli ultimi tempi, ossia che chi critica il dominante metodo economico sia mosso dall'ideologia mentre chi lo sostiene sia libero da tale imbarazzo.
Nel farlo, addirittura, evoca la, sempre per me, inammissibile e storicamente fasulla, naturalità del modo di produzione capitalistico dimostrando così gravi lacune di carattere storico appunto; sarebbe il caso di domandargli se, infatti, crede che il Medio Evo o la società Antica, ad esempio, siano periodi storici realmente esistiti o se crede che siano il parto intellettuale di qualche ideologo anticapitalista.
Il, questa volta, poco attento editorialista del Corriere si attorciglia su sé stesso assumendo proprio le fattezze di ideologo del capitalismo.

Cammina sulle ali di un quasi insostenibile idealismo parlando di "uguaglianza delle opportunità" e di "libertà - senza arrecare danno ad altri - di arricchirsi".
Egli, che è ovviamente mosso dalla sua ideologia, infatti ignora completamente la realtà e inoltre si contraddice.
Potrebbe, magari, spiegarci come sia possibile una "libertà - senza arrecare danno ad altri - di arricchirsi" all'interno di un sistema che si fonda sulla concorrenza tra esseri umani. Oppure, a proposito di "uguaglianza delle opportunità", potrebbe spiegarci per quale motivo nel 99% dei casi ai figli di "capitani d'industria" viene riservato un posto nell'azienda di papà, mentre al 99% dei figli di operai e impiegati viene riservato un posto nelle liste di collocamento.
Ancora evidentemente mosso dalla sua ideologia, l'Ostellino ignora che l'ideale di chi segue la "vulgata ottocentesca marxiana" (come la definisce lui) non pretende "il peggioramento delle condizioni di vita di chi guadagna di più", bensì il miglioramento, fino all'uguaglianza (reale, non immaginaria!) tra tutti gli esseri umani. Tra tutti gli esseri umani, non solo quelli a cui arbitrariamente si concede la libertà di arricchirsi!
L'indignazione di Ostellino monta a seguito del commento di qualche lettore che contesta la sua ipotesi, riguardo ai tre italiani (ultrasettantenni) che hanno depositato un milione di euro in banche svizzere. Egli ipotizza, appunto, che quel denaro sia il frutto di una vita di lavoro, mentre i suoi contestatori affermano che quei tre siano evasori fiscali.
Ma, gentile Ostellino, se i tre non hanno nulla da temere dal fisco italiano, per quale motivo depositano i propri risparmi in Svizzera?
In conclusione, torniamo un momento sulla questione della "libertà - senza arrecare danno ad altri - di arricchirsi".
Come ho già affermato altre volte, ritengo che ad ogni "più" corrisponda un "meno", perciò quando si parla di libertà non è possibile non tenere conto dell'esistenza di non-libertà, di obblighi o soggezioni.
E' oramai di pubblico dominio il fatto che le risorse del pianeta, nonostante possano espletare i fabbisogni dell'intera popolazione mondiale, siano sotto il controllo di una ristrettissima élite di uomini. Ed è questa oligarchia mondiale che gestisce e decide quali e quante siano le cosiddette "libertà" a cui il resto degli esseri umani può ambire.
Quindi, anche Lei egregio Ostellino, la smetta di raccontarci una favola a cui nemmeno più chi la sostiene crede.
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14 giugno 2010

"L’egemonia del mercato e i giovani"

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Scrive Franco Totaro:
«I fini dell’economia sono anche i nostri fini?»

Ho 33 anni, sono mamma di una bimba di quasi due. Ho lasciato il posto che occupavo in una delle tante imprese del Nord-Est in cui vivo e che non merita certo le etichette di comprensorio all’avanguardia e di realtà-traino di quest’Italia che spesso gli si sentono attribuire, dal momento che dette imprese stanno ancora in piedi grazie all’evasione
fiscale massiccia e impunita e all’aiuto/dipendenza dalle banche a cui sono tutte, chi in maggiore o minore misura, largamente indebitate. E ora sono a una svolta della mia vita, o almeno così mi auguro.
Ma la mia preoccupazione oggi è per i giovani. Una categoria tenuta “fuori dai giochi”, una risorsa preziosa della società lasciata senza voce, ignorata da una generazione adulta egoista e autoreferenziale come la nostra attuale. I giovani oggi sono catalogati sotto inutili quanto insensate categorie (Generazione MTV, Y, Next), inscatolati in luoghi comuni e cliché vuoti, presi in giro e sbeffeggiati con epiteti come il “bamboccione” di ministeriale memoria.
L’unico valore reale che gli è riconosciuto è quello di essere una precisa entità da sfruttare per il mercato, un appetibile target economico. Una società che non ama i suoi giovani è una società che non ama il futuro.


Che senso ha vivere in una società dominata da logiche aziendali del tipo “siamo tutti utili e nessuno indispensabile”? Una spietata logica utilitaristica informa ogni aspetto della nostra esistenza.
L’avidità, la legge economica di mercato sembrano oggi le uniche forze capaci di muovere il mondo. Io mi chiedo: davvero dobbiamo sotto-stare a tutto questo? Dove sta scritto? Perché? Siamo davvero i nuovi schiavi dell’era contemporanea? In una condizione di accecamento morale e politico come quella attuale vale ancora l’antico mito della caverna del caro Platone a descrivere il nostro stato: quello di ignari spettatori (e oggi mai metafora potrebbe essere più calzante di fronte allo sconfinato potere ipnotico e distorsivo del mezzo televisivo) che guardano ombre scorrere sulla parete scambiandole per la Verità/Realtà.
Un nodo mi attanaglia la gola quando guardo gli occhi di mia figlia Eva-Maria e mi chiedo che futuro le stiamo consegnando.

Vera B., Pordenone.


Sull’atmosfera nichilista che caratterizza il clima in cui vivono i giovani d’oggi mi sono espresso più volte in questa rubrica e in un mio recente libro. Se ora ritorno sull’argomento è perché lei mette giustamente in correlazione l’egemonia della legge economica del mercato con la sottrazione del futuro ai giovani, confinati in percorsi di formazione senza fine o in condizioni di lavoro precario, il più delle volte non connesso alla loro formazione.
La loro sfiducia, la loro vita più notturna che diurna, l’alcol e la droga, assunti più per anestetizzarsi che per divertirsi, sono sintomi di una crisi non tanto “esistenziale” quanto “culturale”, da riferirsi al fatto che la nostra cultura conosce come unico generatore simbolico di tutti i valori esclusivamente il denaro, da conseguire con ogni mezzo, ivi compreso lo sfruttamento del lavoro dei giovani, che non hanno alcun potere contrattuale se non quello del “prendere o lasciare”.
«L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo», diceva Kant nel formulare il principio fondamentale della sua morale. Ma chi non è “mezzo di profitto”, sia che si tratti dell’immigrato o di uno qualunque di noi che lavora in una fabbrica o in un ufficio a qualsiasi condizione gli venga imposta, non ha diritto di cittadinanza.
E tutto questo perché l’economia globalizzata ha reso concorrenziale anche il costo del lavoro sempre più al ribasso.
Oggi i giovani vivono erodendo la ricchezza dei padri, ma non avranno ricchezza da far erodere ai loro figli, che saranno la prima generazione veramente senza futuro. Ma siccome lo sguardo dei governanti non si allunga oltre la propria biografia, di questa mancanza di futuro al momento nessuno si occupa. Invocare che l’economia non sia più egemone, ma venga subordinata alla vita delle persone, oggi ha del patetico. Ma a questo si dovrà pervenire, se non si vuole assistere a quella profezia che Spengler, Heidegger, Jaspers, Anders nel secolo scorso, con largo anticipo, andavano annunciando sotto il titolo «Tramonto dell’Occidente».

Umberto Galimberti



L'interesse che mi suscita questa lettera con annessa risposta tratta da "D", settimanale di Repubblica, scaturisce da tre punti.
Il primo si riferisce alla favola-mito del "Nord-Est realtà-traino dell'Italia".
Il secondo al fatto che determinate situazioni risultino sempre più fastidiose alla "gente comune", facendo così scadere l'alibi della "visione comunista intrisa di ideologia".
Infine, il terzo, si riferisce alla risposta del filosofo Galimberti, che rispecchia il pensiero del disilluso, di chi si abbandona e si lascia andare senza opporre resistenza allo strapotere del nichilismo, di chi non può o non vuole cercare soluzioni e s'impantana a constatare il decesso. Da questo punto di vista, e solo da questo punto di vista, paradossalmente, preferisco la logica ultimomistica della postmodernità che, perlomeno, spinge verso una reazione.
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26 maggio 2010

E le chiamano «morti bianche»

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Il seguente scritto sarà il mio personale manifesto per le future Feste dei Lavoratori del Primo Maggio.
L'autore è il signor Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico trentaseienne di Firenze, e La Stampa lo ha pubblicato come "Editoriale dei Lettori" nell'edizione di oggi.

"Le chiamano «morti bianche», come se avvenissero senza sangue.
Le chiamano «morti bianche», perchè l'aggettivo bianco allude all'assenza di una mano responsabile dell'accaduto, invece la mano responsabile c'è sempre.
Le chiamano «morti bianche», come fossero dovute alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna.
Le chiamano «morti bianche», ma il dolore che fa loro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica.
Le chiamano «morti bianche», per farle sembrare candide, immacolate, innocenti.

Le chiamano «morti bianche», tanto non meritano che due righe sui quotidiani, sì e no una citazione nei tg.
Le chiamano «morti bianche», per evitare che si parli di omicidi sul lavoro.
Le chiamano «morti bianche», bianche come il silenzio, come l'indifferenza che si portano dietro.
Le chiamano «morti bianche», ma non sono incidenti, dipendono dall'avidità di chi si rifiuta di rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Le chiamano «morti bianche», un modo di dire beffardo, per delle morti che più sporche di così non possono essere.
Le chiamano «morti bianche», ma sono il risultato dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dove la vita non ha valore rispetto al profitto.
Le chiamano «morti bianche», ma sono un'emergenza nazionale, anche se c'è chi dice che sono in calo.
Le chiamano «morti bianche», un eufemismo che andrebbe abolito, perchè èun insulto ai familiari e alle vittime del lavoro.
Le chiamano «morti bianche», ma quanto tempo passerà ancora perchè vengano chiamate con il loro vero nome?"
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26 marzo 2010

Se quest'uomo è un folle, viva la follia!

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I custodi dell'Eternismo non possono sopportare che qualcuno tenti di smentire il loro Credo e perciò, a mali estremi estremi rimedi, sono costretti a uccidere.
Il primo dei Dieci Comandamenti recita: non avrai altro Dio all'infuori di me. E ciò vale per ogni religione, sia essa teista che ateista. Ma in ogni tempo e in ogni luogo ove esiste una religione vi è una forma antagonista.
Così fu, per esempio, nel Medio Evo, dove le cosiddette "streghe" subivano il rogo; e così è nell'Era Moderna, dove che sostiene la storicità del capitalismo o la possibilità di un mondo senza l'uso del denaro viene deriso, perseguitato, emarginato, torturato, criminalizzato, ucciso.
I seguaci del Dio eterno sono autorizzati, giustificati, legittimati dall'Entità sovrannaturale che adorano, in ogni atto che compiono nei confronti di chi rifiuta la sua onnipotenza. Chi si oppone ad essi deve essere spazzato via con ogni mezzo disponibile, il Libro nei casi meno gravi, la spada con quelli irrecuperabili.
E, come dicevo, il capitalismo, la religione teista civile, non è da meno. Anzi, la sua forza di persuasione è terribile ancor più delle altre religioni. Infatti essa possiede il vantaggio di poter mostrare il proprio dio.
Penso a tutto ciò nel momento in cui finisco di leggere la storia di tale Gregoriy Perelman, matematico russo di San Pietroburgo.

Lo scienziato in questione attira l'attenzione del mondo perchè si permette di fare qualcosa di inaccettabile agli occhi, marci e corrotti, dell'umanità occidentale: rifiutare il denaro.
Del signor Perelman, matematico russo, non interessa la personale storia di scienziato. Non interessa che abbia risolto la "Congettura di Poincaré" riguardante la comprensione degli spazi tridimensionali (tra i quali rientra quella dell'Universo); non interessa molto, se non a livello statistico-guinessorio, che tale enunciato sia rimasto insoluto per un secolo e che la sua soluzione, appunto, possa avere implicazioni anche a livello filosofico.
Del signor Perelman, matematico russo, interessa solo il fatto che non sia disposto ad accettare premi e riconoscimenti; interessa solo che sia "così folle" da rifiutare addirittura un milione di dollari messi a disposizione dall'Università di Cambridge.
E pronti via coi luoghi comuni: è un pazzo, non ha una donna, vive in un monolocale in condizioni igieniche al limite della sopportazione tra scarafaggi e chissà quali altri insetti, si lava poco e non cura la sua immagine infatti porta una barba alla Rasputin.
Insomma un disadattato.
Un individuo da evitare, da citare solo in sua assenza per farsi belli con gli amici del circolo accademico.
Nell'immaginario comune di questa società marcia e corrotta in cui agli individui che la abitano il cervello è stato sostituito da un registratore di cassa, chi rifiuta il denaro è un coglione o un filantropo riccastro che non ne ha bisogno se non per vanto.
Una terza opzione non è contemplabile, punto e basta.
Ma se per un momento provassimo a ragionare, magari scopriremmo cose inascoltabili per gli orecchi del capitalista.
Ad esempio che, proprio perchè cresciuto in una realtà di tipo sovietico, non è il lusso e l'eccesso quello che va ricercando il signor Perelman. Egli non ne ha bisogno perchè è realizzato in qualità di essere umano. Perchè evidentemente non gli manca nulla di ciò che un essere umano (non corrotto dalle sirene del capitalismo) ha bisogno, non sogna una villa o una Mercedes. Egli vive in pace con sè stesso e col mondo.
Ecco cosa non è possibile sopportare per i custodi dell'Eternismo, il fatto cioè che questo uomo metta in discussione la loro verità.


(Lurtz Sarumanovic)
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3 marzo 2010

"Figli di un calvinismo minore"?

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Per carità, mi fa anche piacere provare stupore nel leggere certe cose, significa cioè, magari anche in minima parte, che, nonostante sia un materialista, il mio livello di disillusione non ha ancora sfondato il tetto massimo. Insomma, conservo un briciolo di ingenuità o, se si vuole, purezza, forse infantile ma non mi dispiace.
Già, mi stupisco, dicevo, nel constatare che esiste ancora una borghesia con al guinzaglio una specie di giornalismo che non prova vergogna, pronto non solo a giustificare questo difetto ma capace di convertirlo in qualità.
Dario Di Vico, lunedì 1 marzo sul Corriere della Sera, solleva una questione apparentemente "antica" dal punto di vista del pensiero capitalista ma tornata d'attualità, l'etica del liberismo. Egli propone il massimo riconoscimento, a livello morale, per quegli imprenditori che si sono tolti la vita a seguito della crisi economica che ha colpito le loro aziende.
"[...] Meritano almeno che le associazioni della produzione e del lavoro onorino la loro memoria, come avviene giustamente per i troppi operai che finiscono crudelmente i loro giorni in fabbrica.
Schiacciati da una macchina o intossicati da un Veleno
", scrive il Di Vico. E, a questo punto, è doverosa una parentesi quantomeno per tirare una riga di differenza a livello numerico. Qui si parla di 11(undici) imprenditori suicidi in sedici mesi, nel caso degli operai, invece, la media è di 7(sette) al giorno che, in sedici mesi, fa un totale di oltre 3000!

Si dirà che non è una questione di numeri, perché anche una sola vita è importante.
Benissimo!
Allora vediamo un altro punto. Ossia il fatto che i 3000 non hanno "deciso" di morire! Essi sono stati assassinati dalla logica del profitto perpetrata da imprenditori senza scrupoli.
Fermo restando tutto ciò, però la questione che viene fuori dal pezzo di Di Vico è un'altra. La questione riguarda la sovrannaturalità dell'individuo imprenditore.
Anzitutto perchè all'operaio viene scippata la sua essenza di essere umano, perciò la sua morte viene relegata nel fascicolo "Incidenti di percorso" nello scaffale accanto a "Guasti meccanici".E poi perchè l'imprenditore, il proprietario dei mezzi di produzione e di scambio, è proprietario anche della propria vita, può quindi decidere quando e come privarsene, salvo, per piaggeria, addossarne la colpa al modus vivendi ultra individualistico e immorale in cui è costretto a vivere (...povero cristo...).
La sovrannaturalità dell'individuo imprenditore stà nel fatto che egli, districandosi abilmente tra il piano terreno e il piano metafisico, decide quale sia, di volta in volta, quello più comodo a giustificare le proprie nefandezze verso i suoi simili.
Leggendo l'articolo in posizione prona rispetto all'ideologia dominante verrebbe da pensare: "...poveracci, vittime inconsapevoli di un sistema brutale...".
A me, invece, viene da pensare che queste non sono altro che lacrime da coccodrillo. Perché è questo il mondo che hanno voluto. Se lo sono creato a loro immagine e somiglianza ma non vogliono pagare il prezzo della loro scelleratezza.
Attenzione, sia chiaro che io non gioisco della morte di nessuno.
Mi si permetta però di non dolermi della morte dei nemici.
Perché, fino a prova contraria, questa è una guerra e non l'hanno voluta i lavoratori!
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15 novembre 2009

Raccogliere i frutti è inutile se sono marci.

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Che i delinquenti non siano tutti uguali davanti alla legge e davanti all'opinione pubblica, ormai, è un fatto.
Nell'ignoranza dilagante, quindi non più situazione periodica ma determinazione culturale acquisita, ci si muove a tentoni e la luce guida è il luogo comune, la generalizzazione.
Ma anche la generalizzazione, appunto, deve rispettare canoni precisi.
Vedremo più avanti, però, che esiste una categoria che ha diritto a privilegi e questo avverrà a rischio di apparire banali.
Sfogliando il giornale, davanti ad un paio di fotografie si è sviluppata questa mia convinzione.
Nel primo caso, una serie di fotografie ritraevano Stefano Cucchi in tre diverse situazioni: una normale fototessera, quella segnaletica fatta dalla Polizia (in cui sono evidenti i segni delle percosse) e quella in cui è già cadavere prima dell'autopsia.
Ecco, se guardiamo la foto segnaletica con gli occhi del pregiudizio e senza ammettere alcun tipo di giustificazione giungiamo senza difficoltà alla conclusione lombrosiana e affermare: "Ma guarda che faccia da delinquente!", viso scavato, mascella pronunciata, eccetera, tutta una serie di caratteristiche "tipiche" del pregiudicato, del criminale abituale.
Se invece proviamo a spogliarci dei pregiudizi e la guardiamo con gli occhi della persona, ci accorgiamo che è semplicemente la foto di un essere umano. Che magari aveva problemi con l'uso delle droghe e che può anche darsi che abbia commesso qualche piccolo crimine (furtarelli, ecc.), ma comunque semplicemente una persona. Nè più, nè meno.
Il secondo caso, invece, ritrae alcuni giovanotti che sistemano uno striscione su cui è scritto: "Il prossimo potresti essere tu!", con la relativa didascalia che recita: "Uno striscione di protesta contro la violenza degli zingari nelle strade di Alba Adriatica", probabilmente opera dell'articolista Ferruccio Sansa.
Qui più che la foto, desta sdegno la didascalia.
Interrogato al termine "Zingaro", lo Zingarelli (ironia della sorte...) recita:" 1. Appartenente a una popolazione originaria dell'India, diffusasi in Europa sino dal XII secolo, caratterizzata da nomadismo, attività saltuarie e ricche tradizioni etniche.
2. (spregiativo) Persona dall'aspetto sciatto e trasandato."
Potremmo fare molti giri di parole giustificativi, ma sappiamo bene che l'uso di quel termine è effettuato esclusivamente con accezione negativa, non casualmente, infatti, il titolo dell'articolo è: "I rom spariti dopo l'omicidio di Emanuele".
Il titolo, a due colonne, rimane nell'ambito del politicamente corretto, la didascalia, meno evidente, invece è di stampo razzistico e discriminatorio. Attenzione però, perchè la discriminazione è, in questo caso, verso un'intera etnia e non rivolta a episodi delinquenziali (risulterebbe, forse, meno fastidiosa ma ugualmente scorretta).
A questo punto, mettiamo sull'altro piatto della bilancia un Lapo Elkann che, nonostante l'abuso di droghe non ha mai soggiornato nelle patrie galere ma anzi ha trasformato la sua "disavventura" in punto di forza e redenzione, oppure un Vittorio Sgarbi che, di tanto in tanto, usa anche le mani per far valere le proprie ragioni ma ciò nonostante non ci si sogna nemmeno di additarlo come appartenente ad una infima razza di "maneschi lombardi".
Anzitutto si badi che qui nessuno vuole giustificare in nessuna maniera alcuna forma di delinquenza, semplicemente si vuole sottolineare la mancanza di giudizio indipendentemente dalla provenienza sociale e o etnica, consapevoli però, che questo non è possibile in una società di tipo capitalistico.
In secondo luogo, nonostante appaia banale o scontata, la questione da considerare non è così semplice.
Diversamente da quel che può sembrare il problema, a mio parere, non rientra più nell'ambito dell'apparenza, marchio di fabbrica della società moderna mediatica, ma è un "naturale" frutto di un'inseminazione perversa.
Tutto ciò rientra nella visione ultranichilistica dell'Ultimo Uomo di nietzscheana memoria la cui parola d'ordine è "Si salvi chi può!".
Giovani che crescono col mito del "volere è potere" ed "educati" da adulti che non hanno altro scopo che la carriera, che cercano di prendersi (in molti casi anche e soprattutto con la violenza) ciò che credono gli spetti e nessuno gli dà; trenta e quarantenni disillusi da anni di sacrifici e di duro lavoro che finiscono col decidere di rovinarsi la propria e/o rovinare la altrui vita; vips che alla faccia di tutto e tutti stragodono e vengono deificati mentre sputazzano e scoreggiano addosso agli stessi che li venerano; poliziotti a cui, dopo tanto lavoro per dare la caccia ai criminali, viene scippato il merito in nome di "immunità" varie.
Ecco come si genera il caos.
Non è un luogo comune affermare che i media giocano un ruolo determinante nella educazione di un popolo (e non vuole essere questo un atto d'accusa verso essi). L'errore è considerare i media il solo elemento educativo corretto.
Sono strumenti d'educazione ma funzionali al sistema dominante, non potrebbe essere altrimenti e solo gli idealisti o gli sciocchi possono pensare che non sia così.
Banalità? Solita solfa? Luoghi comuni?
Forse.
Ma anche verità.
Guardiamoci intorno. E poi riparliamone.
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5 novembre 2009

"Cercando un modus convivendi nella nuova Babele"

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"Affondate il coltello negli argomenti di cui la gente non vuole sentire parlare.
Il contrario del decoro.
Insistete sulla malattia, l'angoscia, lo squallore.
Parlate della morte e dell'oblìo.
Della gelosia, dell'indifferenza, della frustrazione, dell'assenza di amore.
Siate abietti, e sarete veri." (Michel Houellebecq)

"Universalismi socialmente condivisi o nietzscheana logica dell'ultimo uomo."


"[...] Siamo tutti uguali dinanzi a una morte tanto violenta quanto (per noi) insensata, più che ingiusta. La poco sorprendente conseguenza di questa livida folgorazione del terrore non è stata, per lo più, altro che una conferma della vecchia strategia: trasformazione del terrore in orrore, e dispersione dell'orrore attraverso la combinazione di un nichilismo ludico con una costruzione artificiale xenofila. L'immagine spaventosa dell'Altro viene addolcita sotto la rappresentazione dell'essere sofferente (preferibilmente un bambino o un'anziana). «Adotta un bambino»!, è l'appello che ci incalza. Senso subliminale: così quando crescerà, sarà come uno di noi, o almeno avrà pietà di noi. Non ci ucciderà, come il leone affamato il pingue agnello silenzioso.
Fine dell'arte, inizio della costruzione artificiale dell'Altro, dietro la cui immagine appare l'Altro diverso, il revenant che terrorizza. A tal riguardo, sono state date poche interpretazioni più lucide di quella di Jean Baudrillard, anche prima del fatidico undici settembre:
«Quanto più si è consapevoli che la teoria genetica delle razze sia priva di fondamento, tanto più si rafforza il razzismo; si tratta della costruzione artificiale dell'Altro, la cui base è un'erosione della singolarità delle culture (della loro alterità rispetto alle altre) e di conseguenza del sistema feticista della differenza. Finchè c'è stata alterità, estraneità e relazione duale - eventualmente violenta - non c'è stato razzismo propriamente detto, com'è testimoniato dai documenti antropologici, approssimativamente fino al secolo XVIII. Una volta perduta questa relazione "naturale", si entra in una relazione con un Altro artificiale. Non c'è più nulla nella nostra cultura che ci consenta di sconfiggere il razzismo, giacchè tutto il movimento della nostra cultura è diretto verso una incallita costruzione differenziale dell'Altro e verso un'estrapolazione perpetua del Medesimo attraverso l'altro; cultura artistica del falso altruismo».
La ragione di tanta consentita menzogna è stata già svelata: l'oblìo del dolore suppone la perdita del senso della comunità. Nella società globalizzata, il dolore dell'altro è diventato incomprensibile. Ne è conseguenza l'attuale retorica: trasformare la perdita del senso dell'alterità nell'illusione della tolleranza da un lato; mentre dall'altro si caccia inesorabilmente l'Altro nell'angolo dell'emarginazione e dell'obbrobrio.
Secondo questa desolata conclusione, forse restano ancora nuovi compiti per l'arte? O dovremo dire con un rinnegato, con un antico attivista come Günter Brus, che l'arte è pronta per essere seppellita definitivamente? Forse l'ultima caricatura dell'arte sarà quella in cui, con tratti grossolani e premeditatamente infantili, l' «io autistico» si connette a una macchina eccitante, ma non troppo, mentre intorno a lui girano pallidi fantasmi (fra di essi, la Giustizia). E' la macchina dell'ultimo uomo nietzscheano. Kunst, auf wieder sehen - leb wohl! Data: 2001.
Un universo che procede di pari passo con la propria alienazione, per evitare lo sforzo di contemplare qualcosa che svanisce: il carattere impresentabile, imprevedibile, impensabile dell'Altro? Ascoltiamo di nuovo Baudrillard:
«Di fatto, il limite paradossale dell'alienazione consiste nel prendere se stesso come bersaglio, come oggetto di cura, di desiderio, di sofferenza e di comunicazione. Questo cortocircuito dell'altro inaugura l'èra della trasparenza. La chirurgia estetica diventa universale; quella della faccia e del corpo non è altro che il sintomo di una chiruegia molto più radicale: quella della alterità e del destino».
Già risuonano le trombe della produzione mediatica di sentimentalismi di alterità intentate. Cosa c'è di più commovente delle grida d'aiuto? «Salvate le balene! E' il giorno del Bambino, della Donna, dell'Orgoglio Gay, degli Indiani, di tutto ciò che è emarginato, e che presto integreremo»! Non sia mai che torni lo spettro che noi stessi abbiamo fabbricato coi nostri incubi. Il destino, di cui Baudrillard ha nostalgia, viene così trasformato in lacrimevole melodramma. Etica della pietà (Gli dèi mani di Vattimo, il Gran Compatitore!). Etica umanitaria: l'etica delle false consolazioni. Sostituzione dell'«altro» reale (il musulmano, il sudamericano, il terzomondiale) con l'invenzione di un «altro» utilizzabile e degno di compassione. Retoriche della simulazione: Esercito della Pace, Summit dedicati alla Terra, alla Biodiversità, e chi più ne ha ne metta. Autoconsolazione - in fondo - che permette di moltiplicare all'infinito le forme di vigilanza. Simulazione e ansia. Chiunque (in fondo, io stesso, o tu, lettore) può essere un delinquente, come in quel racconto di Jardiel Poncela, investigato da uno «Sherlock Holmes» riveduto e corretto: è stato commesso un delitto in un castello isolato, e tutti i sospettati moriranno uno dopo l'altro, finchè resterà vivo solo il bravo ispettore il quale - probabilmente da buon lettore di Bacon - procede, vittorioso, ad arrestare se stesso come colpevole dei delitti.
E allora, il giorno in cui una cosa del genere accadrà, non ci sarà certamente più «terrore» nè «fanatismo». Perchè di fronte a «noi» non ci sarà più nessun «voi», e pertanto non ci sarà più assolutamente nulla che potremo chiamare nostro: neppure la morte, prima così «propria». Resterà solo Uno (Uno dei tanti) che si arresterà da solo.
Logica del duello, fine del terrore, fine dell'uomo. Fine."
Tratto da: "Terrore oltre il postmoderno. Per una filosofia del terrorismo", Felix Duque.
Capitolo 5: "Cercando un modus convivendi nella nuova Babele" (da pag. 89 a pag. 94)



Aldilà delle (mie) perplessità nei confronti del pensiero di Jean Baudrillard, è interessante rilevare le "evoluzioni" che la società contemporanea svela.
Sono d'accordo con chi sostiene che esse risultano essere così profonde culturalmente da poter essere definite addirittura antropologiche. Non si tratta più, insomma, della "deviazione" di pochi, bensì dell'assunzione di "nuovi" caratteri.
Si determina così il passaggio, la trasformazione, della sovrastruttura culturale capitalistica, il nichilismo postmodernista, in struttura che vive autonomamente all'interno della struttura stessa; un assorbimento reciproco (che Marx definiva "sussunzione").
Tutto questo è una ulteriore conferma del fatto che i mezzi idonei per affrontare (e superare!) determinate, fondamentali, questioni, grandi marxisti del passato li avevano già offerti, a partire da Josif Stalin. Ma inspiegabilmente, sono state accantonate o addirittura mistificate e buttate nella spazzatura.
(A cura di Lurtz, membro)
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1 ottobre 2009

Capitalismo post-industriale e società fluida. (di Marco)

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Affettività e nuove solidità relazionali.

Da studioso e docente delle strutture organizzative e relazionali d’impresa, mi sono ritrovato a riflettere negli ultimi anni sugli effetti degli impatti delle evoluzioni in atto sulle dinamiche affettive; sulla natura delle relazioni personali e dei rapporti affettivi nella società dei consumi che caratterizza la nostra epoca fluida e incerta. E sull’amore.
Oggi viviamo la società post-industriale frammentata, dove le vite sono costituite da episodi disgiunti tra loro, fluida e senza più corpo (“la società non esiste” nel contesto neoliberista, disse trenta anni fa M. Thatcher), della contemporaneità senza tempo in cui viviamo.
La società senza memoria e schiacciata sul presente (la società dei consumatori e dello scarto), che costruisce trappole identitarie e di appartenenza che hanno travolto i contesti di riferimento stabili che la modernità solida delle macchine aveva strutturato e sviluppato;
quella modernità descritta ottanta anni fa da S. Freud, costruita sulla restrizione delle pulsioni e l’ordine imposto al disordine naturale dell’umanità; il principio di piacere ridotto in funzione del principio di realtà, attraverso lo scambio di parte delle possibilità di felicità per un po’ di sicurezza.
Oggi prevale viceversa l’uniformità spietata del mercato, che il frullatore della globalizzazione capitalistica tutto macina, stracciando il vincolo sociale e solidale.
Dall’individuo moderno che nella società industriale assumeva il ruolo di “approvvigionatore di beni” all’individuo che si è ritrovato nel ruolo di “consumatore di merci”, dove assume il compito indotto dal condizionamento mediatico di collezionista di piaceri o, più precisamente, di cercatore di sensazioni.
Modalità produttive flessibili post-fordiste, generatrici di incertezza e precarietà. E, conseguentemente, ci chiediamo quale sia l’impatto di tale mutamento epocale sulle forme relazionali e sulle dinamiche affettive: l’amore cambia forma e si trasforma, nel venir meno del condividere collettivo, del progettuale a due.
Nel mondo dell’individualismo spinto all’eccesso che caratterizza l’uomo flessibile contemporaneo (R. Sennet), le relazioni d’amore presentano i pro e i contro, oscillando in continuazione tra un dolce sogno ed un orribile incubo, e mai si può sapere quando l’uno trasforma l’altro, in uno scenario di vita liquido-moderno (Z. Bauman), dove le relazioni stesse tendono a rappresentare le più diffuse, acute, sentite e sgradevoli incarnazioni dell’ambivalenza. Restando, proprio per questo, al centro della vita dei singoli e forse scritte nelle prime pagine della loro agenda di vita.
L’amore quindi tende a cambiare forma. Da un lato ogni singolo può esprimere come mai prima d’ora la propria soggettività, oltre i ruoli precedentemente codificati; dall’altro questo spazio può divenire il luogo della radicalizzazione dell’individualismo, poiché è l’unico dove poter dispiegare se stesso e giocarsi la propria libertà.
L’amore come dimensione indispensabile ma nello stesso tempo impossibile, nel cercare nel tu il proprio io e nella relazione non (soltanto) il rapporto profondo con l’altro quanto la possibilità di realizzazione e accrescimento di sé.
E cosa può accadere. In questa nemmeno troppo apparente contraddizione, ecco uomini e donne nelle loro differenze, non coscienti del loro stato, abbandonati a se stessi, che possono sentirsi degli oggetti a perdere, anelanti la sicurezza dell’aggregazione e un aiuto su cui poter contare nel singolo momento del bisogno.
E quindi ansiosi di instaurare relazioni ma al contempo timorosi di restare impigliati in rapporti stabili, per non dire definitivi poiché paventano che tale condizione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare. E che dunque possa fortemente limitare la loro tanto agognata libertà di avere relazioni altre, in una coazione a ripetere nel segno della passione e del godimento di cose nuove e diverse.
Possibilità che si susseguono ad un ritmo crescente, come per un abitante di Leonia, una delle Città invisibili di Calvino che rifà se stessa ogni mattina; dove le promesse di impegno non hanno senso nel lungo periodo, cercando di mantenere le giuste distanze e lasciando sempre le porte aperte ad altre possibilità che potrebbero essere più soddisfacenti e appaganti.
Oggi le relazioni sono al centro dei desideri, scopo primario, passione. Ma si coglie l’ambivalenza tra la ricerca di relazioni durevoli sotto la preoccupazione di evitare che i loro rapporti si condensino e coagulino nel lungo termine, con superficialità e leggerezza in modo da potersene disfare in qualsiasi momento.
Superato il vincolo del reciproco impegno, tende a divenire preponderante il concetto di rete (con a disposizione i network tecnico-informatici di supporto) dove è possibile con facilità per l’uomo flessibile entrare ed uscire, connettersi e disconnettersi, intervallando momenti di contatto a periodi di libera navigazione. Dove quindi le connessioni (ovvero relazioni virtuali, facili da instaurare ed altrettanto da troncare, uscendone il più possibile incolume) avvengono su richiesta e possono essere interrotte a piacimento, abolendo così le connessioni indesiderate.
Instaurare rapporti e individuare opportunità in situazioni fluttuanti e flessibili, per sfuggire al fastidioso senso di fragilità, con il rischio (la certezza?) di ritrovarsene ancor più penosamente preda.
La nostra cultura consumistica post-industriale privilegia prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide ed efficaci, soddisfazione immediata, risultati senza troppa fatica, ricette infallibili; imparare l’arte di amare è la promessa (falsa e ingannevole, ma che si spera vera) di rendere l’esperienza dell’amore simile ad altre merci, che attira e seduce; con l’aggravante che in questo caso non c’è alcun servizio post-vendita e neanche la garanzia soddisfatti o rimborsati.
Il tutto, rigorosamente customer oriented. Funziona per i prodotti, perché mai le relazioni dovrebbero sfuggire alla regola? Dalla mercificazione delle relazioni di lavoro produttive (identificazione del lavoro come merce) dell’economia liberista post-fordista, ai rapporti sentimentali flessibili nel laboratorio sociale fluido, proprio della società dei consumatori che si è sostituita a quella dei produttori.
Ora, tutto ciò implica la necessità ineludibile di ri-costruire legami definendo processi e progetti che vedano anche la rete certo, il network relazionale, ma non come fine bensì come strumento e mezzo; diviene fondamentale da parte di tutti noi imparare ad assimilare e ad effettuare una vera e propria inversione concettuale.
Ovvero provare ad utilizzare la comunità “virtuale” per consolidare e trasformarci con l’obiettivo di uscire dalla logica (fino ad oggi risultata vincente) della non-condivisione solidale e della atomizzazione frammentata di donne e uomini, nel chiaro recupero di spunti per solidità certe.
Puntando a riaffermare un capitale emotivo ricco di scelte razionali chiare e comunicabili in modo semplice, e che possa al contempo rappresentare anche un habitat affettivo. Per riformulare momenti di incontro fisico e condivisione, nel rispetto delle singole soggettività e identità. Da sinistra.

Scritto da MAT (membro)
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27 settembre 2009

La nostra Costituzione, il neoliberismo, le nuove povertà. (di Marco)

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Una riflessione sulle rilevanti e sostanziali modifiche alla nostra Costituzione materiale, sull’onda dell’imperversare del pensiero unico delle destre.

Uno Stato si definisce sociale quando promuove e avalla il principio di quella che possiamo definire una assicurazione collettiva, finalizzata a tutelare i singoli cittadini contro gli eventi negativi e le loro conseguenze. Tale principio definisce l’idea di società come esperienza di comunità sentita e vissuta, sostituendo all’ordine dell’egoismo l’ordine dell’uguaglianza; il primo genera sfiducia e sospetto reciproci, il secondo fiducia e solidarietà.
L’applicazione di tale principio mira a proteggere le donne e gli uomini dalle piaghe della disoccupazione, della emarginazione, della povertà divenendo fonte di quella solidarietà che trasforma la società in un bene comune, condiviso dalla comunità nella tutela contro l’esclusione e la condanna all’ “esubero sociale”, ovvero da quella condizione di privazione del rispetto dovuto alla persona e di essere designati come “rifiuti umani”.
Senza un forte Stato sociale è più difficile che le persone possano trovare le motivazioni all’impegno politico ed alla partecipare alla dinamica democratica, poiché senza diritti sociali diffusi e per tutti più labile sarà la percezione dei propri diritti politici, dal momento che consentono di legare l’idea di comunità alla realtà quotidiana e la piantano sul terreno solido dell’esperienza di vita.

In Europa l’attacco neoliberale alle istituzioni dello Stato sociale (il welfare state di Lord Beveridge, un liberale…) risale ad un trentennio fa e fu venduto ai cittadini attraverso gli slogan thatcheriani presi alla lettera dai manuali di marketing per la comunicazione pubblicitaria dei beni di consumo, ridefinendo i membri della comunità nazionale come clienti soddisfatti (da qui la “carta” del cittadino di John Major). E purtroppo l’ordine dell’egoismo neoliberale è stato in questi anni rafforzato e consolidato dalle varie politiche delle terze vie, dei New Labour, degli ulivismi vari; sotto il codice famigerato di “modernizzazione”; ne è conseguito, nel nostro paese, che ben poco di ciò che era sfuggito alla mercificazione neoliberista, è sfuggito allo zelo dei cosiddetti modernizzatori, nonostante i principi del nostro dettato costituzionale che si ispirano alla uguaglianza sociale.
Un furore ideologico fatto proprio dalle destre con l’attacco a quelle aree di vita rimaste fuori dal perimetro del mercato dei beni di consumo, aprendo le porte a nuovi capitali privati e a nuova concorrenza di mercato (cosa altro rappresenta l’attuale aggressione alle istituzioni scolastiche e universitarie?), con l’obiettivo di affiancare e sostituirsi gradualmente ai beni stessi; la trasformazione di beni collettivi pubblici a merce che ciascun individuo è libero di poter acquistare, ammesso che ne abbia le possibilità economiche. Un attacco economico-politico e mediatico di proporzioni colossali, eccezionale per durata e intensità.
La modernizzazione si è quindi trasformata in condizione permanente delle istituzioni politiche e sociali, erodendo il valore della riflessione di lungo periodo, esasperando il senso di incertezza e di precarietà dell’esistenza nell’affermare la regola di validità “fino a nuovo avviso”, massima condizione favorevole per i mercati dei beni di consumo.
E forse questo è stato il maggior servizio reso, e che si rende tuttora, alla causa della rivoluzione neoliberista ed alla indiscussa regola del pensiero unico della mano invisibile; invisibile non nella regolazione imparziale delle vicende del libero mercato secondo il verbo mercatista, ma in quanto abile ad eludere tutti i tentativi di osservarne, indovinarne o prevederne le mosse. Ad ogni successiva ondata di modernizzazione, la mano invisibile diviene sempre più invisibile e posta progressivamente sempre più fuori dalla portata degli strumenti esistenti di intervento politico, popolare e democratico.
La società dei produttori di epoca fordista puntava sulla prudenza e sulla cautela di lungo periodo, sulla durevolezza e la sicurezza della vita; ma, ad un certo punto (ovvero dalla metà degli anni settanta del novecento) questo “stato stazionario” iniziò a male accordarsi con i princìpi della società dei consumatori, dove il desiderio umano di stabilità, equa e condivisa, si trasformò da primario punto di forza a insostenibile punto di debolezza, causa principale di perturbazione e di malfunzionamento; si avviò così il rovesciamento di valori non più legati alla durata ma alla transitorietà.
E ciò perché il consumismo, in contrasto netto con le precedenti forme di vita, associa la promessa felicità alla costante crescita della quantità delle merci e all’intensità effimera dei desideri che ne debbono derivare e non certo alla soddisfazione dei bisogni massimizzando le singole utilità, come intendono le teorie microeconomiche utilitaristiche e marginaliste, nell’enfatica negazione della virtù del rinvio.
Il che, conseguentemente, implica a sua volta il rapido utilizzo e la rapida sostituzione degli oggetti con cui si pensa e si spera di soddisfare quei desideri, rigettando la cultura della manutenzione, del servizio e dell’assistenza post-vendita. Associando l’insaziabilità dei bisogni all’impulso e all’imperativo di guardare costantemente alle merci per soddisfarli; ovvero la generazione del ciclo neocapitalista desideri→nuove merci→desideri all’interno della cornice dell’obsolescenza programmata o preordinata (l’ “invecchiamento morale” distinto da quello fisico, di marxiana memoria) dei beni offerti dal mercato e, parallelamente, dell’industria dello smaltimento dei rifiuti, in notevole ascesa.
La sindrome consumistica, quale stato ultimo della forza rivoluzionaria capitalista, abbrevia radicalmente il ciclo di vita del desiderio (divenuto “prodotto” esso stesso) e la distanza temporale tra il desiderio e la sua gratificazione, e tra quest’ultima e il cestino dei rifiuti, nell’esplicitarsi della dinamica dei fattori velocità→eccesso→scarto. Si ridisegnano le dimensioni temporali, nello sviluppo del concetto di “uomo sincronico” che vive esclusivamente nel presente e non presta attenzione all’esperienza passata o alle conseguenze future delle proprie azioni, nell’assenza di legami e relazione collettiva in un approccio strategico che premia la velocità e l’efficacia in luogo della pazienza e della perseveranza.
L’instabilità dei desideri e l’insaziabilità dei bisogni, la propensione intrinseca al consumo immediato e alla correlata eliminazione degli oggetti consumati, si accorda perfettamente alla nuova liquidità del contesto in cui le attività della vita si svolgono e si svolgeranno nel futuro prossimo e prevedibile; equazioni di vita dove ci sono quasi soltanto variabili e ben poche costanti. Contesto inadatto alla pianificazione, alla programmazione, all’investimento e alla accumulazione di medio e lungo periodo, che molto ben si coniuga con la pratica neoliberista della speculazione predatoria a breve. E ne vediamo oggi le conseguenze economiche.
L’ambiente propizio alla società consumistica è rappresentato dal contesto deregolamentato e privatizzato, dove l’obiettivo è posto sugli interessi dei singoli “consumatori” quali soggetti individuali, e sui quali gravano la responsabilità delle scelte, delle azioni che seguono le scelte e delle conseguenze di tali azioni. L’incentivazione ha sostituito in gran parte la coercizione, la seduzione i modelli comportamentali tassativi del passato, la pubblicità la vigilanza sul comportamento, l’evocazione di nuovi bisogni e desideri la regolamentazione normativa.
Il contesto delineato determina una nuova forma di dipendenza, accentuata dal conflitto spinto dal paradigma consumo←→deflazione salariale che provoca disponibilità ad ogni forma di impiego (anche il più mortificante) pur di percepire una qualsivoglia forma di contribuzione, spesso precaria, irregolare ed incerta. E’ necessario oggi rovesciare la logica consumistica +lavoro→+guadagno→+consumo, ponendo il problema della redistribuzione del tempo di lavoro conciliante nuove forme di esistenza, della riduzione dell’orario di lavoro, dello svincolamento del salario dal diritto alla vita ed ai suoi tempi, ipotizzando anche forme alternative di redditi di cittadinanza sganciati dal lavoro. In sostanza riavviando concretamente una politica economica che metta al centro delle istanze la redistribuzione del reddito e degli incrementi di produttività, con l’obiettivo di superare il paradosso della crescita occupazionale (in gran parte precaria) senza crescita economica.
La società contemporanea consumistica, abbiamo evidenziato, considera i suoi membri in primo luogo come consumatori e solo secondariamente, e in parte, come produttori. Per soddisfare gli standard di normalità ed essere riconosciuti come membri maturi e perbene, è indispensabile rispondere in modo veloce ed efficace, come detto, alle tentazioni del marcato dei beni di consumo; ognuno è chiamato a contribuire alla “domanda in grado di assorbire l’offerta”, e nelle fasi di stagnazione e recessione dell’economia come quella attuale si deve partecipare alla ripresa, ovviamente guidata dai consumatori. Ed i poveri e gli oziosi, coloro che non hanno un reddito decoroso né prospettive in miglioramento non sono certo all’altezza di tali requisiti.
Di conseguenza, la norma infranta dai poveri la cui violazione li contraddistingue e li etichetta come “anormali” non è solamente quella, in ogni caso decisiva, del lavoro e della occupazione, bensì quella della competenza o adeguatezza come consumatore. I poveri di oggi sono in primo luogo dei “non consumatori” più che dei “disoccupati”, ovvero consumatori difettosi poiché vengono meno al più basilare dei doveri sociali: essere sempre acquirenti attivi.
Da qui il concetto che li definisce, in quanto vittime collaterali del consumismo, immeritevoli e totalmente inutili; nessuno ha bisogno di loro, quindi tolleranza zero, non sono necessari e dunque sono indesiderati.
Quindi: qual è il loro posto? Devono scomparire, essere allontanati dalle strade e dai luoghi frequentati dagli abitanti legittimi del meraviglioso mondo del consumo. I poveri sono persone negligenti, colpevoli e privi di principi morali, se uno è povero è perché vuole esserlo, poiché avrà scelto razionalmente il tempo libero anziché impegnarsi nella ricerca di un lavoro; è il pensiero reganiano.
L’economia fondata non sull’individuo, bensì sull’individualismo; ed è su questa ideologia che si basa la precarietà dell’esistenza: in assenza “doverosa” di intervento pubblico la disoccupazione è naturale e, quindi, per definizione volontaria. Poiché ci saranno sempre condizioni di lavoro sufficientemente flessibili, e quindi un salario sufficientemente basso, che consentirà di dare un lavoro a chiunque lo desideri. “La società non esiste, ci sono solamente individui in conflitto e competizione tra loro” affermava M. Thatcher, e per questo, aggiungiamo, da sottoporre alla polizia e alla giurisdizione.
Poi, da qui ad essere considerati elementi criminali il passo è breve e, conseguentemente, ecco dimostrato che la questione della povertà viene derubricata in una questione di sicurezza, perché prima di ogni altra cosa è questione di legge ed ordine e che ad essa si deve rispondere con le medesime modalità a cui si risponde ad altre tipologie di violazione delle legge. Una società come quella neoliberista che si fonda sull’incertezza, è intrinsecamente incerta della sopravvivenza del suo modus vivendi e giocoforza sviluppa una mentalità da fortezza assediata, minacciata dai suoi demoni interiori.
Quanto maggiore sarà la domanda dei consumatori (e quanto è più efficace la seduzione che il mercato esercita sui potenziali clienti) tanto più ampio e profondo sarà il divario tra coloro in grado di soddisfare i propri desideri e tra coloro che pur sedotti sono incapaci di conformarsi. Anzichè agire da equalizzatrice come evocato dal pensiero neoliberista, la seduzione del mercato è un elemento di divisione di straordinaria e incomparabile efficacia. E nel fare a gara al moderatismo sociale, con le corse al centro politico, la quasi totalità delle forze politiche ha fatto proprie le istanze mercatiste, incapaci di dare risposte voce e progetto a conflitti che saranno necessariamente radicali, e nella completa dimenticanza delle problematiche reali della vita delle persone, in questa fase di gravissima recessione economica.
E’ oramai acquisito che il governo in carica nel nostro paese adotta azioni di politica economica di stampo liberista con chiare istanze di tipo assistenziale; opzioni, queste, spesso configgenti con il senso comune dei diritti alle persone. Secondo l’ideologia del pensiero unico, c’è solo spazio (limitato) per un welfare destinato ai meno abbienti, per la politica caritatevole, solo in apparenza altruistica, alla base della quale c’è probabilmente solo il timore della rivolta dei poveri.
Una sorta di conservatorismo caritatevole i cui presupposti, visione sociale e considerazione delle singole soggettività sono decisamente miserabili. Solo i più poveri, quindi, provvisti di un numero plastificato (la cosiddetta social card) e consegnati ad una fascia sociale elettronicamente codificata; non più classe, ma individui con la patente dei poveri dove la povertà cessa di essere un fatto collettivo, ma questione personale priva della mediazione del welfare, priva di rappresentanza politica, e affidata alla benevolenza compassionevole del sovrano dell’ancìent regime, nella società degli ordini. Una organica politica delle disuguaglianze che coinvolge tutti i livelli della società civile.
Non più, quindi, il welfare, non più l’istruzione di massa democratica, ma solo poveri “patentati”, stereotipi della sconfitta collettiva, riconoscibili da tutti alla cassa del supermercato dalla nuova tessera del pane dove otterranno sconti e mance (e magari ulteriori discriminazioni e ingiustizie); non più redistribuzione, ma elemosina del terzo millennio, nell’enfatica abrogazione dei poveri come questione sociale, ovvero come problema politico.
Non più Piani di edilizia popolare, lo Statuto dei lavoratori, la Sanità pubblica per rispondere ai bisogni di una società che chiedeva (e chiede) diritti di fronte ai rischi di una trasformazione socioeconomica profondissima. Ma consegna dei poveri e degli emarginati al loro destino immutabile nel trionfo di questa razionalità dagli echi malthusiani, di questo neoliberismo positivista che non prevede impiego di risorse economiche per modificare ciò che è, secondo il pensiero unico liberista, immodificabile.
Ma questa filosofia dei poveri per decreto e per dati statistici, che ci dice che per la prima volta nella storia della democrazia italiana ci saranno cittadini dichiarati per legge poveri, conferma che di fatto (e di diritto) in Italia non esiste più uno stato sociale, ma solo politiche caritatevoli in soccorso dei più bisognosi che lo Stato tratta in modo diseguale rispetto agli abbienti.
Ovvero che non ci sono più cittadini aventi uguali diritti nell’accesso ai servizi con i quali soddisfare quelle necessità e quei diritti che la Costituzione repubblicana definisce come essenziali, ma cittadini che possono fare da sé e cittadini che non potendo fare sono aiutati dallo Stato, determinando un vulnus costituzionale nel decadimento di quel concetto di cittadinanza come grappolo di diritti civili, politici e sociali, che ha accompagnato la rinascita politica democratica del dopoguerra.
E per la prima volta dall’entrata in vigore della Costituzione stessa, questa viene pesantemente stravolta e gravemente compromessa nei suoi caratteri fondativi, cioè nel riconoscimento (proprio dello stato sociale di diritto) del principio di pari dignità di tutti i membri del popolo dei cittadini, primo organo costituzionale. Siamo in presenza, concretamente, di una organica politica restauratrice che mira a cambiare i fondamenti della democrazia italiana, che si basano sulle eguaglianze dei cittadini verso le opportunità sociali.
Viene meno in questo modo il pilastro della uguaglianza democratica, che ora più che mai siamo chiamati a difendere, sancita e riconosciuta dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, dove si impegnano e si vincolano istituzioni e cittadini al suo rispetto, per quella democrazia sostanziale e non formale fortemente affermata dai costituenti laici e dai partiti socialista e comunista, per le difese dal rischio di caduta, per la tutela a tutti i cittadini di eguali libertà e dignità. Contro l’ideologia egemone della compassione per i poveri e del privilegio per i potenti.
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dalla Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 2 - La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art 3 - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
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