"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

6 marzo 2012

Monopolismo, crisi generale e fascismo (di Erman Dovis*)

0 commenti
{*C.C.PdCI, Fed. Teramo}

«La strage neonazista di Oslo e quelle recenti di Liegi e Firenze non sono frutto della follia del singolo, e neppure azioni isolate di qualche nostalgico falangista. Esse devono essere inserite in un ampio quadro d'analisi concreto e dialettico, e sono indubbiamente uno tra gli effetti devastanti della gravissima crisi economica scatenata dal monopolismo internazionale, che da un lato accumula illegalmente milioni e milioni di dollari, dall'altro genera scenari di aperto fascismo attraverso autoritarismo, licenziamenti di massa, genocidi criminali,guerre. La caratteristica dei gruppi monopolistici infatti, non è solamente quella di avere l'appoggio del governo borghese e delle leggi che esso emana, ma di prendere il potere fisicamente nelle proprie mani, facendo dello stato uno strumento di dominio assoluto per raggiungere profitti sempre maggiori. La corretta definizione data dal XIII Plenum dell'Internazionale Comunista, stabilisce che il fascismo è "l'aperta dittatura terroristica degli elementi più reazionari,più sciovinisti ed imperialisti del capitale finanziario."
Ciò non significa però che esso si manifesti necessariamente allo stesso modo nel corso delle epoche e dei contesti storici e di classe. Con il crack finanziario del 1873, sorsero in Inghilterra le prime concentrazioni monopolistiche nel settore carbonifero e minerario, determinando le prime esportazioni di capitale. Francia, Regno Unito, Germania si lanciarono in spietate scorribande coloniali in Africa, Asia,Pacifico. La repressione interna fu la risposta alla disoccupazione, ed alla miseria, come descrisse magistralmente Jack London nel suo celebre scritto "Il Popolo degli Abissi".
Negli Stati Uniti d'America i nascenti monopoli presero in mano il paese attraverso speculazioni e corruzione: Jay Gould spese un milione di dollari per corrompere il Parlamento di New York affinchè legalizzasse l'emissione di titoli annacquati, Thomas Edison pago' mille dollari per ogni politico del New Jersey in cambio di leggi favorevoli. le compagnie ferroviarie erano in mano a sei societa', di cui quattro di proprietà della Morgan e due dei banchieri Kuhn, Loeb and Company, che grazie alla corruzione sistematica ottenero dallo stato milioni di ettari di terra senza vincoli, e sempre ricorrendo alle bustarelle impedirono ogni indagine ai membri del Congresso.
John Rockefeller fondo' la Standard Oil Company, e stipulò accordi segreti con alcune compagnie ferroviarie,affidando loro il trasporto del proprio petrolio con forti sconti sulla tariffe, e facendo fallire tutte le ditte concorrenti. Andrew Carnegie, agente di borsa a Wall Street, costruì un acciaieria da un milione di dollari che poi rivendette a J.P.Morgan, il quale riunendo insieme varie aziende fondo' la US STEEL CORPORATION: il magnate costrinse il Congresso ad approvare dazi per tagliare fuori l'acciaio straniero, mantenne in questo modo molto elevato il prezzo della merce alla tonnellata (28 dollari) facendo lavorare duecentomila uomini per 12 ore al giorno con salari neppure sufficienti alla sussistenza famigliare. Si soffocava la concorrenza, si mantenevano prezzi alti e salari da fame sfruttando i sussidi statali. Questa orgia criminale di manipolazioni finanziarie ed arricchimenti illegali produsse la più grave crisi economica del paese, che getto' nella disperazione milioni di cittadini:nel 1893. Seicentoquarantacinque banche fallirono e sedicimila aziende chiusero i battenti, i disoccupati furono più di tre milioni, nessuno Stato votò programmi di assistenza, ed ondate di scioperi si abbatterono sulla nazione, il piu' drammatico dei quali fu quello della Pullman Company, che si risolse con l'intervento dell'esercito federale che represse i moti popolari uccidendo tredici persone. A questa fascistizzazione della società fece contemporaneamente seguito una politica di aggressione coloniale, perchè, come disse il senatore Beveridge "..le industrie americane producono più di quel che gli americani possono consumare, quindi il commercio mondiale deve essere nostro. Sara' nostro."
Le Hawaii furono occupate nel 1893, Cuba nel 1898, le Filippine nel 1901, ed i criminali massacri compiuti vennero denunciati con forza dallo scrittore Mark Twain. La spirale delle contraddizioni, sempre piu' aspre, si risolse con la mattanza devastante della Prima Guerra mondiale, autentica manna per gli stati che dovevano far fronte ad un vasto movimento di protesta operaio. Dall'altro lato però,grazie all'opera straordinaria di Lenin e dei comunisti, si produsse l'evento più importante della storia moderna: la Rivoluzione d'Ottobre e la nascita dell'Unione Sovietica, primo stato operaio della storia, che cambiera' le sorti del genere umano. In Italia, dopo le prime "reazioni" crispine, le avventure in Abissinia e la Grande Guerra, l'avanzata della classe operaia espressasi nel Partito Socialista intorno al gruppo di Torino dell'Ordine Nuovo produrrà anni di profonde lotte di classe e la nascita del Partito Comunista d'Italia. Le oligarchie stabilirono quindi di fare del fascismo un prodotto organico del capitalismo. Attraverso l'aperta dittatura ed il corporativismo, i fascisti repressero con forza le organizzazioni operaie prima, poi quelle democratiche, fino alla piccola e media borghesia e via via tutto il resto. Ogni singolo aspetto della vita del paese era oggetto del controllo asfissiante degli interessi dei monopolisti come Fiat e Pirelli, che decidevano della distribuzione delle materie prime nel paese, del bilancio statale, della produzione e del lavoro. I grandi magnati dell'industria e della finanza, i loro diretti rappresentanti vennero inseriti negli organi dello stato.112 senatori e 125 deputati, e numerosi membri del direttorio del partito fascista ricoprivano importanti ruoli operativi nelle più note società italiane. Dittature come quella italiana furono installate in buona parte d'Europa: Spagna, Germania, Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, mentre le contraddizioni sempre più violente tra gli imperialismi e tra i capitalismi, la grande depressione ma anche la voglia di eliminare una volta per tutte il comunismo porto' alla seconda guerra mondiale. La belva nazifascista venne sconfitta grazie al grande sacrificio dell'Armata Rossa, del popolo sovietico e dalla forte e diffusa resistenza partigiana. Sulla scia di questa impresa si formarono nuovi stati socialisti in Europa, si svilupparono guerre di liberazioni popolari, si affermo' una generale e consapevole coscienza antifascista. La straordinaria vittoria dell'esercito popolare guidato dal Pcc di Mao Tse Tung in Cina, sembro' orientare definitivamente buona parte del mondo in un'ottica di democrazia, pace e progresso. Tuttavia la Restaurazione borghese era stata si sconfitta ma non schiacciata, e si riorganizzò, questa volta legandosi all'imperialismo americano, uscito rafforzatissimo dal secondo conflitto mondiale. La strategia venne impostata sul doppio binario: da una parte si alimentarono frizioni, divisioni, tendenze isolatrici all'interno del vasto movimento comunista internazionale, mettendo gli stati socialisti uno contro l'altro. Si procedette in questa maniera anche all'interno dei partiti comunisti occidentali, per depotenziarne la forza, depistarli e renderli sempre fragili. Dall'altra si trattava di avanzare a tutti i costi sullo scacchiere strategico internazionale, conquistando nuove posizioni, instaurando dittature terroristiche e coloniali, e reprimendo le legittime ambizioni democratiche dei popoli. La Corea del Sud divenne un protettorato yankee, con un ridicolo fantoccio messo al potere, che instaurò, per conto delle multinazionali, una dittatura terroristica. Il Vietnam fu vittima di aggressioni imperialiste di ogni sorta, il governo iraniano di Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, venne abbattuto da un astuto complotto della Cia, e le ricchezze nazionali consegnate alle compagnie petrolifere americane. In America Latina, il governo nazionalista riformista di Arbenz, eletto con una schiacciante maggioranza, decise di procedere ad una riforma agraria che intaccò gli interessi del potente gruppo monopolista della UNITED FRUIT (che ancora oggi possiede in questo paese migliaia di ettari di terreno). Il legittimo governo fu abbattuto con un colpo di stato militare, e venne avviata una spietata dittatura fascista per conto delle multinazionali e dei proprietari terrieri,che aboli' tutte le riforme democratiche scatenando una terribile repressione popolare. Dal Nicaragua di Somoza al Cile di Pinochet, dallo Zaire di Mobutu al Perù di Fujimori, dall'Indonesia di Suharto all'Argentina dei militari, l'imperialismo persegue ferocemente i suoi sanguinari obbiettivi di dominio, in una corsa a tappe che non concede soste nel suo criminale procedere. Sul piano interno, da un lato vengono fatte concessioni riformiste, alimentando illusioni elettoralistiche, dall'altro si fa ricorso ad un continuo uso della violenza stragista, partendo da Portella della Ginestra nel 1947, passando per Reggio Emilia, Piazza Fontana, Piazzale della Loggia, il treno Italicus, la strage di Bologna fino ai giorni nostri. Una ininterrotta scia di violenza combinata con una buona dose di illusioni, e qualche concessione, determinano un certo distacco da un concreto approccio antifascista, annacquando sempre più la coscienza di classe in favore di una non precisata coscienza di massa, e permisero il sorgere di nuove potenti concentrazioni monopolistiche. La nuova grande crisi economica, iniziata nel 1969 con il fallimento in Usa di 14000 aziende assorbite dalle multinazionali, fa entrare il progetto di restaurazione in una fase cruciale:si pianifica la sistematica distruzione delle forze produttive, iniziano le prime delocalizzazioni e destrutturazioni che permettono la disarticolazione e la disgregazione fisica della classe operaia. La fabbrica è scomposta e con essa l'omogeneità di pensiero dei lavoratori. La divisione diverrà la triste e costante realtà che ancora oggi persiste nella sua drammatica attualità. Iniziano inoltre politiche di austerità, di collaborazionismo, di credito a favore delle imprese e di moderazione salariale. Dagli Stati uniti giungerà, ben custodito in una comoda valigetta, un documento denominato "Piano di Rinascita Democratica", autentico manifesto politico programmatico della Restaurazione monopolista per l'abbattimento della Costituzione democratica antifascista e l'instaurazione di un moderno fascismo. Il progetto troverà suo definitivo compimento e forma a partire dal 1994, anno in cui si verifica l'autentico golpe di questo paese:il magnate gellista Berlusconi diviene capo del governo, in alleanza con i fascisti che ritornano al potere. Riemergono nella sostanza i foschi venti reazionari del ventennio. I diversi fattori storici infatti non possono che modificare l'esterno delle cose, la forma, ma il fondamento resta uguale, perchè è dato dai rapporti di classe, che sono gli stessi di allora. Oggi occorre affrontare il problema del fascismo in un'ottica economica mondiale, perchè le nazioni e le loro economie non sono più entità autosufficienti, ed il dominio del monopolismo e della finanza di Wall Street è divenuto assoluto. Abbattuta l'Unione Sovietica e le democrazie socialiste europee, abbattute le poderose organizzazioni operaie ed i partiti comunisti (grazie anche al revisionismo, è bene affermarlo con forza) in una fase attuale segnata da un acutizzarsi della gravissima crisi economica scatenataci contro il fascismo ha ormai abbandonato ogni remora e parvenza di mediazione politica, per diventare emanazione chiara e netta del monopolismo finanziario e speculatore, che rastrella illegalmente ed impunemente ogni sorta di ricchezza spingendo verso il baratro le masse popolari, la borghesia stessa, l'intera umanità. In particolar modo i popoli del sud del mondo sono colpiti in pieno dalla violenta sopraffazione da parte del pugno di oligarchi che possiede il pianeta, e di cui l'imperialismo Yankee e la Nato sono fedeli servitori e bracci armati. La violenta repressione in Yemen, Bahrein, Palestina e la criminale aggressione all'Iraq, Afghanistan, Libia sono solo alcuni dei piu' recenti esempi a riguardo, che mostrano l'efferatezza, la spregiudicatezza ma anche il cinismo di questo fascismo terrorista, presentato mediaticamente come un nuovo sistema di valori, capace di farla finita con questi "politici e con questa casta", e contro la minaccia dell'invasione islamica. E' necessario dunque analizzare questo fenomeno in una lettura organica e storica delle questioni anzichè limitarsi a guardare un aspetto esterno ed isolato delle situazione. Di fronte a questo scempio, la sola forza che potrà salvare l'umanità è la classe operaia, che non starà a guadare. Darà certamente una risposta, come la diede quarant'anni fa occupando le fabbriche, presentendo la forte ondata di restaurazione che si stava abbattendo sulla società. Oggi deve però vincere una debolezza data dalla divisione politica dei comunisti. Gli eventi precipitano, la lotta di classe galoppa con una foga impressionante, la contraddizione principale ed ormai evidente è tra la borghesia monopolista e il proletariato. La stessa classe media è spinta sulla via della proletarizzazione. Nostro dovere è capire cosa accade per rispondere adeguatamente, con analisi concrete di classe, tenendo sempre alti i valori dell'antifascismo, della pace, del comunismo.»

{Fonte: http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/664-monopolismo-crisi-generale-e-fascismo.html}
Read more...

10 ottobre 2011

"Che Guevara" (di Erman Dovis)

0 commenti
Da: Marx21.it

Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato in Bolivia Ernesto Guevara, per istigazione dei governi boliviano e degli Stati Uniti d'America.

Quel gesto,che avrebbe dovuto mettere a tacere la domanda di giustizia e di rivolta del continente latinoamericano, paradossalmente amplificò' il profondo messaggio di uguaglianza sociale e di lotta antimperialista di cui il comandante argentino era portavoce.
Guevara prese coscienza delle miserabili condizioni di vita delle masse latinoamericane durante i suoi viaggi giovanili, individuando nello sfruttamento neocoloniale delle multinazionali statunitensi la contraddizione principale su cui far leva. Ebbe inoltre il pregio di comprendere, come Martì e Bolivar, che il Sudamerica si sarebbe potuto emancipare dal giogo imperialista esclusivamente con una lotta dal carattere unitario e continentale. Queste sue convinzioni si rafforzarono nel corso delle sue esperienze in Guatemala e Messico, paesi in cui approfondi' il suo approccio alle teorie marxiste. In Messico conobbe Fidel Castro, rimase affascinato dalla forte personalità del leader cubano,e decise di seguirlo in un'impresa che sembrava impossibile: sbarcare a Cuba, aprire un piccolo fronte di guerriglia sulla Sierra ed abbattere la dittatura di Batista. Cosa che realmente avvenne, il primo gennaio del 1959.
Guevara, che durante i tre anni di lotta aveva dato prova di grande coraggio ,abnegazione, ma soprattutto di lealtà e tenacia, condusse l'offensiva finale della colonna militare che liberò Santa Clara. Successivamente ottenne incarichi di responsabilità nel governo cubano: insediatosi alla Fortezza La Cabana, ebbe il compito di giudicare i crimini della dittatura batistiana, e successivamente svolse un ruolo rilevante nella promulgazione della legge di riforma agraria, fu a capo della delegazione cubana che, all'indomani del trionfo rivoluzionario, lo porterà' in vari paesi dell'Asia e del Medio Oriente. Un anno dopo,verso la fine del 1960, fu nuovamente alla testa di una delegazione in viaggio nell'Europa Orientale e l'estremo Oriente, al fine di ottenere sbocchi commerciali e crediti dal blocco sovietico, per sopperire in tal modo all'ostracismo economico statunitense. Nominato Ministro dell'Industria e Presidente della Banca Nazionale, le sue riflessioni in materia (il famoso "dibattito economico" del biennio 63-64) meritano di essere oggetto di attenzione e studio. Nuovamente rappresentante di Cuba alla conferenza del CIES (relazioni economiche interamericane) di Punta del Este del 1961, rimarca i risultati ottenuti in campo sociale dalla Rivoluzione Cubana e stigmatizza il ricatto degli aiuti economici nordamericani. Nel frattempo rende pubblica la sua strategia rivoluzionaria nel libro " Guerra di Guerriglia", ove teorizza il modello di vittoria cubano, sostenendo come un piccolo nucleo guerrigliero possa vincere facendo a meno dell'azione e del grande appoggio popolare. E' il cosiddetto "foco guerrigliero", teoria che nasce da una personale analisi della vittoria cubana. La messa in pratica di tale teoria porterà per molti anni alla sconfitta di tanti movimenti di liberazione e le guerriglie organizzate dal Che in quel periodo falliranno. In Guatemala, il movimento del suo amico Julio Roberto Caceres,"El Patojo" ,dopo esser stata pianificato a Cuba, verrà liquidato senza difficoltà. In Argentina, il tentativo di Guevara e del giornalista Jorge Masetti, fondatore di Prensa Latina, di aprire un fronte guerrigliero, abortirà ancora prima di diventare operativo. E tuttavia egli non demorderà'. La sua volontà di ferro, il suo pur lodevole idealismo, la ribellione che andava maturando verso le ambiguità della dirigenza sovietica kruscioviana lo portarono ad agire d'impeto e a non valutare nella giusta dimensione il peso di quelle sconfitte.
Il suo intervento all'Onu dell'11 dicembre del 1964 rimane forse una delle più alte espressioni della politica internazionale antimperialista sostenuta dal grande rivoluzionario argentino: con lucidità' Guevara rileva tutte le contraddizioni e i crimini dell'imperialismo, elencando le aggressioni, i bombardamenti, le pressioni a cui sono sottoposte nazioni come Vietnam, Panama, Puerto Rico, Cambogia. Denuncia l'intervento neocoloniale in Congo, il sistema di apartheid in Sudafrica, la provocazione della base militare di Guantanamo e l'embargo statunitense persino verso i medicinali, smascherando il presunto volto umanitario mediante il quale si pretendeva di coprire il carattere aggressivo del blocco. Nel corso del suo intervento, in risposta al rappresentante del Nicaragua, si dichiara patriota dell'intera America Latina, confermando la sua idea di liberazione continentale. Nel successivo viaggio in Africa deciderà di lasciare Cuba per riprendere l'attività guerrigliera, dirigendosi in Congo prima ed in Bolivia poi. Operazioni che purtroppo si dimostreranno male organizzate, e soprattutto viziate all'origine dalla sua teoria del "foco". In Bolivia gli imperialisti americani non si faranno sfuggire l'occasione,e dopo mesi di azioni ed inseguimenti,circonderanno il gruppo residuo del Che attorno ad un canalone, e in seguito ad un aspro scontro a fuoco, l'8 ottobre 1967, uccideranno e cattureranno il grosso del gruppo, Guevara compreso.
Trasferito nella piccola scuola de La Higuera, verrà assassinato insieme ai suoi compagni il giorno dopo, mentre i guerriglieri scampati all'imboscata (Pombo, Benigno, Urbano, Inti Peredo), dopo varie peripezie, riusciranno a tornare a Cuba.
L'assassinio brutale di questo nobile combattente della causa dei popoli ha contribuito ad ingigantire il messaggio del Che. Un messaggio di lotta all'ingiustizia, un messaggio di rettitudine morale e di egualitarismo intransigente.
In questi tempi tristi di feroci aggressioni imperialiste, le sue analisi sullo sfruttamento neocoloniale da parte delle potenze occidentali, denunciate a più riprese ed in ogni sede, acquistano un'attualità' ancora più stringente. Amante della letteratura, della poesia, insisteva sul ruolo emancipatore della cultura, sostenendo che un popolo illetterato è un popolo che si fa manipolare.
La sua figura, la sua opera sono stati usati opportunisticamente da molta sinistra occidentale che ha teso a contrapporle ad altre figure ed esperienze del movimento comunista e rivoluzionario internazionale. Ponendo l'accento sull'aspetto romanzesco della sua vita, si è spesso preferito presentarlo come una sorta di perdente Don Chisciotte, tradito da Castro e costretto alla inevitabile sconfitta nonostante la sua purezza rivoluzionaria. Sono letture fantasiose, che cercano di riscrivere “da sinistra” la giusta lotta di emancipazione dei popoli. A distanza di anni, questo strumentalismo pernicioso è stato sconfitto. L'esempio di Guevara e di Castro, unito a metodi di lotta adatti al contesto specifico, hanno portato il Continente latinoamericano sulla strada della reale indipendenza dall'imperialismo americano. Un processo progressista che avanza e che difficilmente potrà essere fermato, perché si tratta di un processo di partecipazione popolare reale. E come diceva il Comandante Giap "..non puoi pensare di sconfiggere un popolo intero".
Che il ricordo di Ernesto Che Guevara sia d'esempio a tutti i comunisti che ogni giorno, in ogni luogo, lottano con ogni mezzo per costruire una società più giusta.
Read more...

8 agosto 2011

"La Cina da impero a nazione" (spot a cura di Lurtz)

0 commenti
Seppur con colpevole ritardo, è comunque un piacere segnalare e consigliare la lettura dell'ultimo titolo del nostro Kim (Diego Angelo Bertozzi): "La Cina da impero a nazione. Dalle guerre dell'oppio alla morte di Sun Yat-sen (1840-1925)."
Chi fosse interessato ad approfondire può leggere diverse recensioni ai seguenti links (Rivista Eurasia, Rivista Strategos, Archivio Storico, BSnews)
E chi fosse interessato all'acquisto può visitare il blog e seguire le dritte.
Nient'altro da dire, se non complimenti al Bertozzi e viva la Cina!
Read more...

28 dicembre 2010

Il giuoco delle tre campanelle (di Lurtz)

0 commenti
Accantonando solo per un attimo le recenti porcherie riservate ai lavoratori, per concludere l'anno in bellezza vogliamo proporre un interessante articolo uscito su Avvenire del 21 dicembre, firmato da Piero Gheddo, col titolo "Il Rinascimento? Fu solo in Occidente".
Interessante perché conferma il senso di fastidio che si prova nel rilevare l'ottusità che accompagna ogni genere di dogma.
Non perché di per sè il "dogma" venga perseguito da ottusi, ma semplicemente per una questione di onestà intellettuale. E, viste le sbandate postmoderniste degli ultimi tempi, ci si sarebbe aspettati meno rigidità.

Sia chiaro che questo tipo di atteggiamento, più che infastidire, diverte. E che, proprio dal punto di vista postmodernista, risulta assolutamente coerente.
Ma, a mio modo di vedere, tocca decidere alla fine da che parte stare. Quanto meno per non apparire addirittura.....eretici.

Il Rinascimento? Fu solo in Occidente (di Piero Gheddo)
Sul Corriere della Sera di pochi giorni fa Paolo Mieli pubblica un lungo articolo su "Asia, gli altri Rinascimenti", nel quale, recensendo il volume di Jack Goody "Rinascimento, uno o tanti?" (Donzelli), dimostra (o tenta di dimostrare) questa tesi: il Rinascimento europeo che ha prodotto in Europa «la corsa verso capitalismo, industrializzazione e modernità… non fu un unicum nella storia», poiché ci furono altri Rinascimenti nei paesi asiatici, specie in Cina, India e Giappone, che più recentemente stanno raggiungendo gli stessi traguardi del Rinascimento europeo. Anche il mondo islamico ha conosciuto il suo Rinascimento, quando a cavallo fra il primo e il secondo millennio, il sapere islamico era ben superiore a quello dell’Europa cristiana.
La tesi di Goody è questa: «Un mondo intero al di fuori dell’Europa conobbe fenomeni in qualche modo assimilabili al Rinascimento», per cui «va messa in discussione l’ipotesi di una superiorità dell’Occidente… nel senso che le vie che hanno condotto alla modernità sono state più di una».
Tesi rispettabile che però non spiega come mai le molte civiltà che hanno avuto un "Risorgimento" non sono mai sbocciate nella modernità intesa nel suo complesso di valori e di traguardi.
Il pandit Nehru, spiegando perché l’India era sottosviluppata (The Discovery of India, New York, 1964, pag. 283) afferma che la causa fondamentale è la differenza fra lo spirito europeo e lo spirito indiano: «La differenza vitale era questa: in Europa forze invisibili ribollivano all’interno delle sue masse, facendole continuamente evolvere. In India invece, la situazione era statica. La natura statica della società indiana rifiutava di evolversi».
Numerosi storici e sociologi giungono a conclusioni diverse da quelle di Goody.
Christopher Dawson scrive (in Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale, Rizzoli 1997, pagg.19 segg.): «La religione è la chiave della storia» e dimostra che l’emergere e l’affermarsi della civiltà occidentale su tutte le altre non trova altra spiegazione se non nella visione messianica e ottimistica che la Bibbia e il Vangelo hanno dato, liberando le forze dell’uomo per le scoperte e l’impegno nel trasformare il mondo.
I due belgi storici delle civiltà, Jean Laloup e Jean Nélis (Culture et Civilisation, Casterman 1955, pag. 114) scrivono: «Alle sue sorgenti greco-romane e soprattutto al cristianesimo la civiltà occidentale è debitrice d’aver percorso dal punto di vista dell’eguaglianza, della libertà e della carità fraterna, una via totalmente ignorata dalle altre civiltà. La reazione antica e moderna contro la schiavitù, la lotta contro il dispotismo, l’avvento della democrazia politica e sociale, i "diritti dell’uomo" e le altre forme di rispetto della persona umana, rimangono delle acquisizioni originali dell’Occidente».
Arnold Toynbee ha sviluppato questa teoria (La Civilisation à l’èpreuve, Parigi 1951, pagg. 232-234, 237, 254): la civiltà occidentale è l’unica «universalizzabile», cioè contiene principi e valori validi per tutti gli uomini; principi e valori che vengono non dall’intelligenza umana, ma dalla Parola di Dio.
Tesi dimostrata fra l’altro dal fatto che la Carta dei Diritti dell’Uomo varata dall’Onu nel 1948 è stata fatta sulla base dei principi biblici ed evangelici (che erano quelli delle nazioni maggioritarie a quel tempo nell’Onu). Su proposta di vari Paesi non cristiani entrati in seguito nell’Onu, dal 1961 al 1971 il segretario generale dell’Onu, il buddhista birmano U Thant, tentò di dar vita ad una diversa Carta dei Diritti dell’Uomo. Nominò comitati di studio indù, buddhisti e islamici, ma non emersero proposte alternative (cfr. R. Nurske, Problems of capital formation in under­developed countries, Oxford 1953, pag. 4).
Per concludere.
Si può concordare con la tesi di Goody se si parla del Rinascimento come «rinascita che ha preso le mosse da una riconsiderazione di epoche precedenti (nel caso europeo si trattò dall’antichità)».
Ma se per Rinascimento intendiamo la corsa verso la modernità in tutti i suoi aspetti, diritti dell’uomo compresi, quello occidentale è stato unico, dando origine al "mondo moderno" che ormai tutti i popoli realizzano o vorrebbero realizzare, sia pure in modi diversi.
Read more...

6 dicembre 2010

"Parlar bene dei briganti, una moda che fa male alla riflessione storica"

0 commenti
Di Luciano Canfora, Corriere della Sera, 2 dicembre 2010

«Il sangue del sud» di Giordano Bruno Guerri: i falsi fondamenti di un'operazione culturale

Dopo i libri di Pansa, sembra una ricetta di successo scrivere saggi di storia o di ambiziosa «antistoria» fondati sullo schema «il sangue di...».
Dopo quello dei «vinti», ora c' è quello «del Sud». Il sangue del Sud è il titolo del volume garbatamente narrativo, ma storiograficamente non innovativo, che Giordano Bruno Guerri ha dedicato alla riesposizione sommaria della ben nota vicenda del brigantaggio meridionale contro lo Stato unitario italiano (Mondadori, pagine 300, 20).
Al tempo nostro abbiamo avuto un gigantesco esempio di «brigantaggio» sanfedista-oscurantista: i talebani dell' Afghanistan. Contro di loro fallì la guerra condotta dall'Urss in nome di una liberazione che doveva imporsi dall'alto e ad opera di una minoranza (modello giacobino).Gli Stati Uniti appoggiarono quella guerriglia sanfedista pensando (e il calcolo parve riuscire) di colpire a morte l' avversario sovietico. Ma ora si trovano essi stessi alla vigilia di una ritirata umiliante dall' Afghanistan dopo una guerra decennale ai talebani, che rischia di trascinarsi ancora.

Anche per il brigantaggio meridionale non mancarono aiuti esterni miranti a mettere in difficoltà il neonato Stato unitario italiano. E anche per questo i briganti meridionali inneggianti al Papa e al re borbone si illudevano di replicare il successo di «fra Diavolo» e del cardinale Ruffo, loro capo e mentore, del 1799. Non tutte le Vandee sono destinate a vincere. La repressione della Francia, prima repubblicana poi imperiale, contro la Vandea fu ferocissima e per un certo tempo parve aver ragione dell' avversario. 

Non sappiamo quale sarà l'esito in Cecenia. 
Certo colpisce quanta simpatia susciti «il vandeano altrui»: la guerriglia cecena è guardata, non di rado, in Occidente con tenerezza da quelli stessi che orripilano dinanzi alla guerriglia talebana e ne chiedono l'estirpazione. 
Ma, nel caso della storia d'Italia, sa davvero di falso e anacronistico tutto questo rigurgito di simpatia per un fenomeno che - va ricordato - non nasceva solo dal sanfedismo duro a morire ma anche dall'incapacità della classe dirigente sabauda di affrontare politicamente i problemi derivanti dall'annessione del Sud. 
Falso, perché assunto con intento strumentale dalla «cultura» secessionista leghista; anacronistico, perché finge di non vedere che, almeno dalla Liberazione in poi, cioè da 65 anni, tutto è mutato nel Meridione d'Italia: magari in modi sconcertanti e imprevisti; ma il nostro presente, nel Meridione d'Italia, non ha più nulla a che fare col mondo e la cultura che causò la ribellione di 150 anni fa. 
E 65 anni sono un pezzo enorme, quasi la metà, dei 150 trascorsi dall' epoca di quel conflitto, nato perdente e cinicamente alimentato (e oggi strumentalmente evocato). Altri malanni si sono venuti affermando, che si ramificano tentacolarmente ben oltre le regioni meridionali. Perciò fa un po' senso vedere coloro che vorrebbero attuare, e ogni tanto minacciano di attuare, la «secessione» nordista versar (metaforiche) lacrime sui briganti anti-unitari del 1861 e seguenti. 
È oltre tutto la conferma, a tacer d'altro, di una preoccupante incultura storica. 
Questo gioco strumentale determina una insensata partita a ruoli capovolti: che vede coloro che dovrebbero essere gli eredi della riflessione gramsciana sulla «questione meridionale» (non priva di cenni, molto equilibrati, al fenomeno del brigantaggio) incapaci di riappropriarsi di tale preziosa loro matrice e ripiegare invece su di una generica, quanto acritica, retorica risorgimentale. Read more...

23 novembre 2010

"PerDavvero" una statua di Cavour a Teramo? (di Erman)

0 commenti
"Lo stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".
(Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920)                                  


"Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone".
(Fabrizio De Andrè, Il Testamento di Tito)


La siesta post-pranzo è salutare. Dopo quattro ore di imballaggio e la mensa, cosa c'è di meglio che rilassarsi un'oretta coi colleghi leggendo i giornali?
E succede che, tra commenti sul rigore di Ibra e le ruberie romaniste a Torino, la mia attenzione si sofferma su un articolo del Messaggero Abruzzo: "Politiche culturali a Teramo, secondo i "PerDavvero" è tutto da rifare".


Uhm...mi incuriosisco, continuo la lettura e capisco che la polemica con la giunta monta per il luogo scelto per il posizionamento della statua di Garibaldi: sembrerebbe che il valente eroe meritasse ben altro luogo ed il suo fiero sguardo dovesse essere rivolto verso Roma, e non verso Giulianova... Sinceramente sorrido, credo che forse Teramo abbia problemi piu' immediati, ad esempio la questione del Teatro Romano (se vogliamo rimanere in tema culturale), e tuttavia a parer mio il vero problema non è il posizionamento della statua, ma la presenza o meno della statua stessa.
Mentre proseguo la lettura,mi accorgo che la digestione si fa difficile, forse perchè appuro che per i "PerDavvero" (questo nome ti dà una sensazione di incompletezza, come una frase a cui manca una parte, mah!) tutto cio' è un affronto al buon senso, e per nulla domi, vorrebbero che la citta' si dotasse di altre statue celebrative del Risorgimento: Cavour ed il re Vittorio Emanuele III, addirittura a cavallo. Cavour....ed un re......occupante...
Sarà stato perchè non avevo nulla da fare, e la siesta era andata a farsi benedire, ma ho cominciato a riflettere, ed ho pensato che si, tutto cio' è davvero un affronto al buon senso, una pagliacciata negazionista che falsifica la storia e la trasforma in farsa.
Ho pensato che le statue di Garibaldi, di Cavour e del re siano provocazioni gravissime per una citta' che ha pagato un altissimo tributo di sangue per celebrare la liberta' sabauda, ho pensato ai 546 morti ammazzati, ai paesini dati alle fiamme, alle donne violentate ed ai bimbi assasinati, ai 147 morti a L'Aquila, alla ferocia del generale piemontese Cialdini, criminale di guerra.
La furiosa repressione dei colonialisti, la costruzione dei campi concentrazionari per i meridionali, una cultura cancellata, il Sud in miseria ed il dramma dell'emigrazione.
Ho pensato che tutto questo non si potra' mai chiamare Risorgimento, e che la terminologia spesso adottata serve a dirottarci dal vero significato dei fatti.
In questo paese non è mai avvenuta l'Unita' nazionale, perchè il processo politico unitario che si era pazientemente messo in moto venne paradossalmente e barbaramente stroncato dall'invasione piemontese, che ha strumentalizzato l'idealismo di Garibaldi per depredare il Regno delle Due Sicilie, il Banco di Napoli, i Cantieri, l'industria, per schiavizzare un popolo.
Paradosso ed ironia della sorte: il fresco stato "unitario" veniva regolato al Nord dallo Statuto albertino ed al sud dall'infame Legge Pica!!!
Mi sono detto che è proprio vero.....la storia è come un orologio, e le lancette fanno sempre lo stesso giro, e trovo interessante notare che mentre ieri, per motivi economici, si invase il Meridione, oggi per gli stessi motivi si vuole scaricare quella meta', buttarla via.
Ma non attraverso le buffonate leghiste, quelle servono a legittimare la vera scissione che a poco a poco si compie: si condannano le sparate leghiste ma intanto la cricca di potere bipartisan procede con delocalizzazioni, privatizzazioni, federalismi di ogni sorta ed in ogni ambito.....ed il distacco di fatto è già avvenuto.
Questo pensavo in preda ad una irreversibile gastrite, accingendomi a ricominciare il mio turno di lavoro.
Ed anche alla responsabilita' che un'associazione culturale ha nei confronti dei cittadini, per non lasciarli senza strumenti di comprensione. Per non lasciarli soli.
Read more...

7 ottobre 2010

Ritorno al futuro...cosa ci ricorda tutto ciò?

0 commenti
India» raccoglie una serie di corrispondenze scritte da Karl Marx direttamente in inglese da Londra tra il maggio 1853 e l'aprile 1859 e apparse sul quotidiano americano «New York Daily Tribune»"


"La rivolta indiana"
(Karl Marx; Londra, 4 settembre 1857. Uscito su "New York Daily Tribune" nr.5119, 16 settembre 1857)

«Le violenze commesse in India dai sepoys in rivolta sono veramente spaventose, orrende, indicibili, quali si pensa di poter vedere soltanto nelle guerre d'insurrezione, di nazionalità, di razze e soprattutto di religione; in una parola, come quelle che l'Inghilterra rispettabile soleva applaudire, quando erano perpetrate dai vandeani sui "bleus", dai guerriglieri spagnoli sui francesi miscredenti, dai serbi sui loro vicini tedeschi e ungheresi, dai croati sui ribelli viennesi, dalla Garde Mobile di Cavaignac o dai "décembristes" di Bonaparte sui figli e sulle figlie della Francia proletaria. Per quanto infame, la condotta dei sepoys non era che il riflesso, in forma concentrata, della condotta degli stessi inglesi in India, non solo durante il periodo della fondazione del loro impero orientale, ma anche durante l'ultimo decennio di una dominazione ormai consolidata.
Per caratterizzare questa dominazione, basti dire che la tortura rappresentava un'istituzione organica della loro politica finanziaria. C'è nella storia umana una sorta di nemesi; ed è una legge della nemesi storica che il suo strumento sia forgiato non da chi subisce il torto ma da colui stesso che lo compie.

Il primo colpo sferrato alla monarchia francese venne dalla nobiltà, non dai contadini. La rivolta indiana comincia non con i ryots, torturati, offesi, spogliati dai britannici, ma con i sepoys, che essi avevano vestiti, nutriti, coccolati, soddisfatti e favoriti. Per trovare un parallelo alle atrocità dei sepoys non serve, come fanno alcuni giornali londinesi, richiamarsi al medioevo, e neppure cercare al di là della storia dell'Inghilterra contemporanea. Basta studiare la prima guerra cinese, un evento, per così dire, di ieri. I soldati inglesi commisero allora degli orrori semplicemente per il gusto di commetterli, giacché non erano spinti nè da fanatismo religioso nè da un esasperato odio contro una razza arrogante e conquistatrice, nè erano provocati dall'ostinata resistenza di un eroico nemico.
Stupri, bambini impalati, interi villaggi messi a fuoco erano soltanto una forma mostruosa di svago, tutte cose riferite non dai mandarini ma dagli stessi ufficiali inglesi.
Anche nell'attuale catastrofe sarebbe un completo errore supporre che la crudeltà stia tutta dalla parte dei sepoys, e che la naturale gentilezza d'animo sia tutta da parte degli inglesi. Le lettere degli ufficiali britannici trasudano malignità.
Scrivendo da Peshawur un ufficiale descrive come il 10° cavalleria irregolare venne disarmato per aver trasgredito l'ordine di caricare il 55° fanteria indigena. Ed esulta perché quegli uomini erano stati non solo disarmati ma spogliati di vestiti e scarpe e, dopo avergli dato 12 pence a testa, fatti marciare fin sulla sponda dl fiume, e qui caricati su barche e spinti a valle dell'Indo, dove lo scrittore si rallegra al pensiero che tutti quanti senza eccezione sarebbero finti annegati nelle rapide. Un altro, in un'altra lettera, ci racconta che avendo alcuni abitanti di Peshawur fatto esplodere di notte piccole mine con polvere da sparo per festeggiare un matrimonio (un costume nazionale), la mattina dopo furono legati insieme e "ricevettero tante frustate che non se le dimenticheranno facilmente".
Arrivò da Pindee la notizia che tre capi indigeni stavano complottando. Sir John Lawrence rispose con un messaggio in cui si ordinava che una spia partecipasse alla riunione.
Dopo il rapporto della spia, Sir John mandò un secondo messaggio: "Impiccateli". E i capi furono impiccati.
Un funzionario dell'amministrazione civile scrive da Allahbad: "Abbiamo nelle mani i poteri di vita e di morte e vi assicuriamo che li useremo senza risparmio".
Un altro, dallo stesso posto: "Non passa giorno senza che ne appendiamo da dieci a quindici (non combattenti)".
Un ufficiale scrive esultando: "Holmes li impicca venti alla volta, come in blocco".
Un altro, alludendo all'impiccagione sommaria di parecchi nativi: "Allora sì che è cominciato lo spasso".
E un terzo: "Teniamo la corte marziale in sella e ogni negro che ci capita di vedere lo appendiamo o gli spariamo".
Da Benares ci informano che trenta samindari {Signori feudali che godono dei diritti di proprietari terrieri, NdR.} sono stati impiccati per il semplice sospetto di simpatizzare con i loro connazionali, e interi villaggi sono stati incendiati per la stessa accusa.
Un ufficiale la cui lettera è riprodotta in "The London Time" dice: "I soldati europei quando si trovano di fronte ai nativi diventano diavoli".
E non si deve dimenticare che, mentre delle crudeltà degli inglesi si parla come di atti di vigore marziale, e si raccontano semplicemente, con rapidità, senza soffermarsi su particolari disgustosi, le violenze dei nativi, certamente spaventose, vengono di proposito ulteriormente esagerate. Per esempio, da chi veniva il racconto circostanziato delle atrocità commesse a Delhi e a Meerut, apparso prima su "The Times", per poi fare il giro di tutta la stampa londinese? Da un parroco codardo residente a Bangalore, nel Mysore, più di mille miglia di distanza, in linea d'aria, dalla scena dell'azione. Il resoconto ufficiale trasmesso da Delhi dimostra che l'immaginazione di un parroco inglese può concepire orrori ben più grandi anche della fantasia sfrenata di un ribelle indù.
Per la sensibilità europea il taglio del naso, delle mammelle, ecc. in una parola le orribili mutilazioni praticate dai sepoys sono naturalmente più ripugnanti del lancio di proiettili roventi sulle casupole di Canton ordinato da un segretario della Peace Society di Manchester {John Bowring, NdR}, o del rogo degli arabi stipati in caverne per ordine di un maresciallo di Francia, o del gatto a sette code che scortica vivi i soldati britannici giudicati per direttissima da una corte marziale, o di qualsiasi altro filantropico strumento usato nelle colonie penali inglesi.
La crudeltà, come ogni altra cosa, ha le sue mode, che cambiano a seconda dei tempi e dei luoghi.
Cesare, il raffinato studioso, narra candidamente di aver ordinato che fosse tagliata la mano destra a molte migliaia di guerrieri galli. Napoleone si sarebbe vergognato di fare una cosa del genere.
Egli preferiva spedire i suoi reggimenti francesi, sospetti di repubblicanesimo, a Santo Domingo, a morire di peste e per mano dei negri.
Le infami mutilazioni praticate dai sepoys ricordano una delle tante in uso nel cristiano impero bizantino, o le pene previste dal codice penale di Carlo V, o le pene inglesi per i reati di alto tradimento così come ancora riferito dal giudice Blackstone.
Agli indù, esperti di torturare sè stessi, sembrano del tutto naturali queste torture inflitte ai nemici della loro razza e della loro fede, e tanto più devono sembrare tali agli inglesi, che, soltanto pochi anni fa, usavano ancora trarre profitti dalle cerimonie in onore di Jugannath, proteggendo e assistendo ai sanguinari riti di una religione crudele.
Le frenetiche urla del "dannato vecchio «Times»", come soleva chiamarlo Cobbett, il suo far la parte di quel personaggio violento di una delle opere di Mozart che si abbandona al canto più melodioso nella prospettiva prima di impiccare il suo nemico, poi di arrostirlo, poi di squartarlo, poi di infilzarlo e infine di scuoiarlo vivo; il suo far a pezzi e brandelli la passione della vendetta, tutto questo sembrerebbe soltanto stupido se dietro il pathos della tragedia non ci fossero ben percettibili i trucchi della commedia.
"The London Times" esagera la sua parte, e non per panico. Fornisce alla commedia un personaggio che persino Molière s'era lasciato sfuggire, il Tartufo della vendetta.
Quel che egli vuole è semplicemente giustificare gli stanziamenti pubblici e difendere il governo.
Poiché Delhi non è caduta, come le mura di Gerico, al primo soffio di vento, John Bull deve essere immerso fino alle orecchie in grida di vendetta sì da fargli dimenticare che il suo governo è il responsabile del disastro provocato e delle colossali dimensioni che ha finito per assumere»

(tratto da: "India", Karl Marx; Editori Riuniti, Roma, 1993)
Read more...

24 settembre 2010

"La transizione al socialismo" .

0 commenti
"Questioni di metodo e di sostanza" (di Amedeo Curatoli)

In Unione Sovietica c’è mai stato il socialismo? Oppure - accantonata la parentesi romantica (e incruenta) della presa del Palazzo d’Inverno - nei mesi successivi all’Ottobre e negli anni seguenti al 1917 non è accaduto nulla di nuovo sotto il sole che illumina le vaste terre sovietiche? Insomma, lì in Urss si è realizzato un "socialismo" oppure un "capitalismo" (magari di Stato)?
La stessa domanda vale per la Cina: cosa sta accadendo in quel grande paese dell’Estremo Oriente: stanno tentando vie nuove, inedite, di edificazione "socialista", oppure è tutto un imbroglio, si tratta, anche lì, solo e sempre di "capitalismo" (magari ancora più feroce di quello a cui siamo abituati noi)?
Tralasciamo per ora la Cina e occupiamoci dell’Unione Sovietica. L’occasione ce la dà un da poco nato Centro Studi sulla Transizione (al socialismo nell’Urss) cui hanno dato il loro contributo molti compagni, fra i quali diversi professori universitari. Questo centro studi - si suppone - alla fine dovrà sciogliere l’enigma ed emettere un verdetto: SI, in Urss la "transizione" al socialismo c’è stata; oppure NO, "credevano" di fare qualcosa che somigliasse al socialismo, ma si è trattato di "altro" (vale a dire: capitalismo sotto mentite spoglie). Ora, prima di svolgere delle riflessioni su alcuni saggi scritti per l’occasione, potrebbe essere utile ripercorrere, fugacemente, la storia della grande polemica che si sviluppò in Urss dal 1924 al 1927, una polemica di carattere teorico di importanza cruciale, potremmo dire di portata storica, poiché l’esito di quella discussione avrebbe investito il destino stesso dell’Unione Sovietica. La divergenza verteva proprio sul punto specifico sul quale, a quanto pare, si dovrebbe esprimere il suddetto Centro Studi sulla Transizione: è (è stato) possibile costruire il socialismo in un solo paese in assenza dello scoppio della rivoluzione almeno in alcuni paesi avanzati dell’Occidente, oppure non è (non è stato) possibile?

Dicevamo che il contrasto divampò nell’arco di tempo di 4 anni, dal ‘24 al ‘27, ma esso ebbe i suoi prodromi in anni precedenti, e protagonisti e fautori delle due posizioni teoriche contrapposte furono Trotski da una parte e Lenin dall’altra. Dire che fu Stalin ad "inventarsi" il socialismo in un solo paese è un falso storico di Trotskij e dei suoi discepoli. Maitan, che è un autorevole esponente del trotskismo italiano, dice: "Questa teoria del socialismo in un solo paese , come è noto (??) era stata enunciata per la prima volta da Stalin, ispirato da Bucharin, nell’autunno del 1924 e Trotskij vi si era immediatamente opposto" (L.Maitan: "Destino di Trotski" - Rizzoli pag.73). Ma come andarono effettivamente le cose?
Nel 1906, nel saggio "La nostra rivoluzione", Trotski, che si occupò della questione ben 18 anni prima di quando afferma Maitan, scrisse: "Senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere, la classe operaia della Russia non potrà né mantenersi al potere né trasformare il suo dominio provvisorio in una dittatura socialista durevole. Non si può dubitare nemmeno un istante" (cit. da Stalin, Opere complete, edizioni Rinascita, vol. 7° pag. 131). E bisogna dire che per tutta la sua vita, effettivamente, "nemmeno per un istante" Trotskij ebbe dubbi o ripensamenti su quest’idea. Alcuni anni dopo, in un articolo che dimostrava l’erroneità della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (sostenuta da Trotskij) Lenin spiegò che avanzare una simile prospettiva "potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese". Più avanti aggiunse: "L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente". (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 556). Nella sua polemica risposta, Trotskij ammetteva sì che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo avrebbe potuto produrre provvisoriamente la comparsa di una sola rivoluzione sociale vittoriosa, tuttavia aggiungeva: "Considerare le prospettive della rivoluzione sociale nel quadro nazionale significherebbe diventare vittime di quella stessa grettezza nazionale che costituisce l’essenza del socialpatriottismo". Qui Trotskij taccia Lenin implicitamente di "grettezza nazionale" e "social-patriottismo" proprio perché Lenin (e non Stalin) enunciò a chiare lettere la tesi della possibilità del socialismo in un solo paese. Siamo nel 1915, mancavano 2 anni alla rivoluzione, la divergenza su questo argomento era soltanto occasionale, e, necessariamente, di carattere puramente teorico. Né Trotskij (che entrò nel partito bolscevico pochi mesi prima dell’Ottobre), osò riproporla, apertamente, come suo cavallo di battaglia, all’indomani della conquista del potere. La mole di decisioni da prendere era davvero gigantesca, e il carattere delle scelte politiche, in quei primi anni terribili ma anche esaltanti, era emergenziale: l’emergenza assolutamente primaria consisteva nel salvare, a qualunque costo, la giovane repubblica dei Soviet dagli imperialisti e dalle Guardie bianche. Tuttavia ancora in altre tre occasioni, nel 1921, 1922 e 1923 la polemica Trotskij-Lenin, sotterranea e non ancora dirompente (acquisterà questo carattere solo nel confronto con Stalin) ebbe per oggetto, di nuovo, la questione della possibilità di edificazione del socialismo. Nel 1921, dopo la vittoria nella guerra civile contro i generali bianchi, quando all’ordine del giorno vennero posti i problemi della edificazione, Lenin definì la Nuova politica economica (Nep) come via che conduceva alla vittoriosa edificazione del socialismo, e qualche mese dopo Trotskij, nella prefazione all’opuscolo "Il 1905" enuncia una tesi opposta dichiarando che "le contraddizioni nella situazione del governo operaio, in un paese arretrato, con una maggioranza schiacciante di popolazione contadina, potranno trovare la loro soluzione soltanto su scala internazionale, sull’arena della rivoluzione mondiale del proletariato" (Cit. da: Stalin, vol. 7° pag. 232). Un anno dopo, alla dichiarazione di Lenin fatta ad un plenum del Soviet di Mosca secondo cui "Dalla Russia della Nep nascerà la Russia socialista", Trotskij rispose, nel poscritto al "Programma di pace": "Un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa" (Ibid. pag. 232). Infine, siamo nel 1923, poco prima di morire, nell’articolo "Sulla cooperazione" Lenin ribadì, inequivocabilmente, che nell’Unione Sovietica esisteva "tutto ciò che è necessario per costruire una società socialista integrale" (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 1798). E’ opportuno anche ricordare (ma solo di sfuggita, se no rischiamo di andare fuori tema) che Trotskij, in questo stesso arco di tempo, anche su altre questioni di grande portata ebbe contrasti con Lenin, e cioè sia sulla firma della pace di Brest-Litovsk sia sulla valutazione della Nep. Sulla prima questione egli assunse un atteggiamento classicamente ultrasinistro poiché, in contrasto con le decisioni prese dal Comitato centrale di firmare immediatamente la pace, con la sua linea temporeggiatrice "né pace né guerra", egli che era il negoziatore a Brest, fu responsabile di immense perdite territoriali, nel senso che diede tempo, di fatto, alla Germania, di conquistare Lettonia, Estonia e di far staccare dalla neonata Repubblica sovietica l’Ucraina divenuta "protettorato tedesco" cioè uno stato vassallo della Germania. Fu questa la più grave divergenza scoppiata nel partito bolscevico ma - per onorare la verità della storia - il portabandiera dell’opposizione irriducibile alla firma di pace fu Bucharin, e Trotskij si mise "dietro" quella bandiera. Sulla seconda questione (la valutazione della Nep), Trotski mostrò l’altro lato della sua personalità, opposto e simmetrico all’estremismo: egli che non aveva alcuna fiducia nelle possibilità di edificazione socialista, dopo la svolta che metteva fine al "comunismo di guerra" ed inaugurava la Nep, propugnava grandi concessioni al capitale privato sotto forma di società miste per azioni.
La malattia e la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, diedero un’accelerazione, per così dire, all’iniziativa di Trotskij. Anche in questa occasione egli non si smentì: senza valutare i rapporti di forza interni, e definendo la maggioranza del partito "la frazione capeggiata da Stalin" andò ad una guerra decisa e determinata, volta a conquistare di slancio (poiché riteneva presumibilmente del tutto maturi i tempi) la leadership del partito bolscevico. Fu quest’errore di valutazione che lo spinse a rendere irrimediabilmente antagonistici i suoi rapporti con il partito di Lenin: egli usò un linguaggio talmente violento, e lanciò delle accuse così gravi, da distruggere ogni possibilità di ritorno indietro. Fu una lotta all’ultimo sangue, senza spazi di mediazione. Trotskij non solo accusò Stalin di essere l’artefice di un Termidoro (cioè di una controrivoluzione), ma, coerentemente con questa analisi affermò pure che, in caso di attacco all’Urss, anche se il nemico era a 80 chilometri da Mosca, anzi proprio per questo, dovere dei veri rivoluzionari (cioè di coloro che condividevano le sue idee) consisteva nello "spazzare via il pattume" "nell’interesse della vittoria dello stato operaio". Il ‘pattume’ era, ovviamente, la maggioranza del partito. Espose questa tesi in una lettera inviata ad un membro (che non era neanche di parte trotskista!) della Commissione centrale di controllo (citata in: Stalin, op. complete, vol. 10° pag. 62). In questa lettera egli paragonava la futura azione dei "veri rivoluzionari" al comportamento che, all’inizio della Prima guerra mondiale, ebbe Clemenceau, un energico uomo politico francese, che, con i tedeschi a 80 chilometri da Parigi, estromise dal potere i membri del precedente governo. Il fatto che Trotskij con la sua famosa ‘tesi Clemenceau’ - così passerà alla storia - parlasse apertamente di un possibile colpo di Stato in caso di attacco all’Urss, rivela non solo il clima rovente e - ripetiamo - irrimediabilmente antagonista che egli impresse alla polemica, ma anche il suo incredibile soggettivismo che lo indusse a ritenere se stesso, a dispetto dell’andamento concreto della lotta in seno al partito e all’Internazionale comunista (in cui era in assoluta minoranza), il salvatore delle sorti della Rivoluzione proletaria.
Non fu, quello, uno scontro basato semplicemente su scambi di accuse roventi come vuol far credere non solo la storiografia trotskista ma anche quella socialdemocratica o borghese, le quali ultime, nella quasi totalità, danno credito a Trotskij perché sono schierate (per la convenienza strumentale che alimenta la lotta di classe anche nel campo della storiografia) dalla parte di Trotski. Non si trattò di una lite, ma di un grandioso dibattito, fu una battaglia politica e ideologica che si dispiegò in campo aperto, su posizioni teoriche contrapposte ma chiaramente enunciate, non dissimulate dal politichese e dal ‘fair play’ che è nel nostro stile di comunisti occidentali. La lotta si svolse sul terreno della "Rivoluzione permanente" da una parte, e del leninismo dall’altra: lo scontro passò al vaglio di ben 3 Congressi (13°,14°, 15°) e due Conferenze nazionali di partito. Questa polemica investì il movimento comunista mondiale: in quegli anni si svolsero anche diverse riunioni del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nei quali si riverberò il contrasto di linee che si svolgeva nel partito sovietico. Nel 1925, quando in Italia c’era già la dittatura fascista, nelle cellule clandestine del Pcd’I si studiava un opuscolo dal titolo "Materiale per il congresso N. 3" (congresso che si svolgerà a Lione l’anno successivo). Questa pubblicazione conteneva, per intero, "Le lezioni dell’Ottobre" di Trotski (scritto in polemica soprattutto contro Zinoviev e Kamenev) nonché una sua lettera a Olminski "sulle sue divergenze di vedute con il Partito bolscevico"; vi era poi una breve "postilla" di Kamenev a questa lettera e un articolo della Pravda dal titolo: "Come non si deve scrivere la storia della Rivoluzione di Ottobre" (Reprint Feltrinelli, 51 pagine). Dunque, i partiti comunisti erano perfettamente informati dei termini dello scontro in corso. I militanti comunisti di ogni paese, lungi dall’essere marionette plagiate e orientate dalla longa manus di un deus ex-machina (Stalin), versione tanto stupida (e offensiva della intelligenza dei comunisti) quanto ridicolmente infantile, scelsero "da che parte stare" sulla base di un confronto di documenti originari. Kamenev, che insieme a Zinoviev era la punta di lancia della critica (meglio sarebbe dire della controffensiva) nei riguardi di Trotskij, scrisse, nella suddetta postilla: "La pretesa di Trotskij di trasformare il leninismo per atteggiarsi a creatore della sola teoria rivoluzionaria giusta si manifesta nettamente in questa lettera; essa è così ridicola, ha un carattere sì apertamente personale che non vale neanche più di discuterne. La lettera di Trotskij ha confermato definitivamente le peggiori supposizioni" (Op.cit. pag. 41). Giova anche ricordare che Kamenev e Zinoviev, i quali avevano un largo seguito nel Comitato provinciale di Leningrado, nel 1924 proposero di espellere dal partito Trotskij. Il Comitato centrale vi si oppose, ma qualche tempo dopo Kamenev ne chiese, questa volta, l’esclusione dall’Ufficio politico. Anche allora il Comitato centrale respinse la proposta. Al 14° Congresso del partito (1925), nel ricordare questi episodi, Stalin disse: "Non fummo d’accordo con Zinoviev e Kamenev, perché sapevamo che la politica dell’amputazione comportava gravi pericoli per il partito, che il metodo dell’amputazione, il metodo del salasso - ed essi chiedevano sangue - era pericoloso, contagioso" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 430).
Inaspettatamente, da che erano i più decisi oppositori di Trotskij ("chiedevano sangue") Zinoviev e Kamenev con una scandalosa operazione che oggi definiremmo "politicista" si convertirono, di lì a poco, al trotskismo, al punto che, al 14° Congresso, si assunsero l’onere di difendere e rilanciare le tesi trotskiste in una controrelazione di Zinoviev (pubblicata dagli Editori Riuniti a cura di Lisa Foa). Ma come poté accadere? Evidentemente, anche loro, considerate insormontabili le difficoltà di andare avanti nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, persero la fiducia nella possibilità di costruire il socialismo, e, inevitabilmente, forzatamente, si allearono con l’avversario di ieri, con colui che prima di loro e meglio di loro si era battuto da sempre per dimostrare la tesi dell’impossibilità di edificare il socialismo in Urss senza il soccorso di altre rivoluzioni vittoriose. Ma perché quest’operazione di "trasloco" verso le posizioni trotskiste potesse passare senza suscitare troppo sconcerto, Trotski perdonò Zinoviev e Kamenev per le critiche che costoro gli mossero in passato, e questi ultimi, a loro volta, perdonarono Trotskij per gli attacchi che egli fece loro. Infatti, nel luglio 1926 Zinoviev dichiarò: "Noi diciamo che oggi non vi può essere più alcun dubbio che il nucleo fondamentale dell’opposizione del 1923 (allude alle "Lezioni dell’Ottobre" di Trotskij) come ha dimostrato l’evoluzione della linea direttiva della frazione (vale a dire della maggioranza del Comitato Centrale) ha messo giustamente in guardia contro i pericoli di uno spostamento dalla linea proletaria e contro il minaccioso sviluppo del regime di burocrazia di partito". Nello stesso mese, Trotskij dichiarò: "Non v’è dubbio che nelle ‘Lezioni dell’Ottobre’ ho legato gli spostamenti opportunistici della politica ai nomi di Zinoviev e Kamenev. Come testimonia l’esperienza della lotta ideologica in seno al Comitato Centrale, questo è stato un errore grossolano. La spiegazione di questo errore consiste nel fatto che io non avevo la possibilità di seguire la lotta ideologica in seno al gruppo dirigente dei sette e di accertare con tempestività che gli spostamenti opportunistici erano provocati dal gruppo capeggiato dal compagno Stalin, contro i compagni Zinoviev e Kamenev" (Cit. in Stalin, Opere complete, vol. 8° pag. 290-291). Il commento di Stalin fu che Trotskij rinnegò apertamente le sue ‘Lezioni dell’Ottobre’ accordando "un’amnistia" a Zinoviev e Kamenev in cambio dell’ "amnistia" accordata a Trotskij da Kamenev e Zinoviev. Definì tutta questa operazione un "mercato diretto e aperto, senza princìpi".
La teoria dell’impossibilità del socialismo in un solo paese che fu contrastata dalla maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, e in prima persona da Stalin, si andò arricchendo, nel corso degli anni, di nuovi elementi. Questa teoria, che la stessa pratica quotidiana del potere sovietico smentiva sistematicamente, aveva bisogno di essere puntellata con sempre nuovi argomenti.
Kamenev, per esempio, nel 1926, affermò che Lenin (nell’articolo del 1915 che più su abbiamo ricordato contro la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa), quando scrisse che era possibile il socialismo in un solo paese, alludeva non alla Russia ma ad altri paesi capitalistici! Si trattava di un’evidente falsificazione del pensiero di Lenin, era il misconoscimento della passione, della determinazione, dell’audacia di guardare in avanti, del disprezzo delle idee dogmatiche e libresche che caratterizzarono la "prassi" di questo grande rivoluzionario. Egli mostrò di avere queste doti massimamente quando agì da statista, quando diede prova di saper legare il marxismo al socialismo (i cui destini sono intimamente connessi). Non sopportava lo scolasticismo, i richiami dogmatici al socialismo preconizzato da Marx, ma valutava sempre con grandiosa lucidità le condizioni storiche determinate, concrete in cui si svolgeva la vicenda della lotta di classe interna e internazionale (i meriti del Lenin statista saranno riconosciuti anche da storici non marxisti, come Carr). Dunque, l’affermazione di Kamenev che Lenin a tutto pensava tranne che alla Russia (quando enunciò la teoria del socialismo in un solo paese) rivela che l’opposizione trotskista, pur di avvalorare la propria tesi, non si sarebbe fermata di fronte a nulla.
In quello stesso periodo, cioè dopo nove anni di esistenza e "buona salute" dell’Urss, Trotskij, avvertendo evidentemente il peso della smentita delle sue catastrofiche previsioni, tentò di cavarsela con un nuovo argomento. Sì, è vero, egli affermò, dissi in passato che il potere sovietico non avrebbe potuto far fronte ad un’Europa conservatrice, ma l’Europa di oggi non è più conservatrice ma liberale (come a dire: ieri avevo ragione, ma oggi la "fase" è mutata)! "E quale importanza può avere - rispose polemicamente Stalin - per l’integrità e la sicurezza della nostra repubblica questa ‘sottile’ e ridicola distinzione fra un’Europa conservatrice e un’Europa ‘liberale’? Forse la Francia repubblicana e l’America democratica non sono ugualmente intervenute contro il nostro paese nel periodo di Kolciak e Denikin, non meno dell’Inghilterra monarchica e conservatrice?" (Stalin, cit. pag. 417).
Trotskij arrivò finanche ad abbandonare il suo originario argomento forte che poggiava sulle contraddizioni interne, sulle contraddizioni fra il proletariato e i contadini ritenute insuperabili e quindi foriere di un sicuro fallimento della possibilità del socialismo in Urss. Rinunciò a questa tesi sostituendola con un’altra: sottolineò le contraddizioni esterne, quelle che opponevano l’economia dell’Urss da una parte, all’economia mondiale capitalistica dall’altra, anch’esse ritenute insuperabili data la (presunta da Trotskij) onnipotenza del capitalismo mondiale.
Questo grande dibattito investì, come dicevamo all’inizio, il destino dell’Urss. Trotskij era un uomo d’azione, uno che intendeva tradurre in linea politica concreta i suoi convincimenti teorici e politici: quando disse che la rivoluzione russa "getterà sul piatto della bilancia della lotta di tutto il mondo la sua colossale forza statale e politica" (cit. da Stalin vol. 8° pag.347) in queste parole vi sono le premesse di una possibile politica avventurista che avrebbe potuto tramutarsi in una catastrofe. Trotskij non scherzava, se fosse prevalsa la sua linea, a giudicare dalla visione della rivoluzione proletaria che egli aveva, e di cui era portatore convinto e determinato, non avrebbe proposto ai bolscevichi di abbandonare il potere. Cosa che invece fu detta in una risoluzione del Comitato di Mosca, redatta da "autentici comunisti" che recitava testualmente: "Noi crediamo sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet che sta diventando ormai puramente formale" e che Lenin bollò come "cosa strana e mostruosa" (Lenin, Opere scelte, editori Riuniti, pag.1053). Che Trotskij fosse un uomo d’azione e non semplicemente il teorico della Rivoluzione permanente, lo dimostrò inequivocabilmente quando divenne il capo indiscusso e carismatico della rete cospirativa segreta che egli dirigeva da Città del Messico, nella quale confluirono le opposizioni interne, fossero esse di "destra" o di "sinistra" ma che erano tutte accomunate dall’assoluta mancanza di fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Anche Bucharin, nel corso della lotta al trotskismo, perse questa fiducia, ed egli, come precedentemente accadde a Zinoviev e Kamenev, fu inevitabilmente sospinto, data la logica ferrea della lotta frazionistica che si svolgeva in quelle condizioni storiche, a mettersi sotto la direzione di Trotskij nell’impresa cospirativa. Immersi ormai in un ignobile lavoro clandestino antisovietico di sabotaggio e terrorismo politico a tutti i livelli, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Tukacevskij (degli alti gradi dell’Armata Rossa), Yagoda (vice capo dei Servizi segreti) - per citare gli esponenti più in vista - divennero uomini a doppia faccia, persone che nei loro cupi conciliaboli, giudicavano i succesi delle realizzazioni sovietiche alla stregua di loro sconfitte personali, salvo poi a magnificarle ipocritamente in riunioni ufficiali. Al primo processo di Mosca (che fu, come gli altri due successivi, un processo pubblico seguito dalla stampa mondiale presente in aula) contro il centro clandestino Trotskij-Zinoviev, quest’ultimo confessò: "Nella seconda metà dell’anno 1932 noi abbiamo capito che i nostri calcoli sulla possibilità di veder aumentare le difficoltà nel paese fallivano. Cominciammo a comprendere che il Partito e il suo Comitato centrale vincevano progressivamente queste difficoltà. Ma durante l’anno 1932, noi bruciavamo d’odio contro il Comitato Centrale del Partito e contro Stalin". A sua volta, Kamenev dichiarò: "Non ci rimanevano che due vie possibili: o liquidare la nostra lotta…oppure continuarla, ma senza poter più contare su un qualsiasi sostegno delle masse, senza l’appoggio di una piattaforma politica, senza possedere una bandiera, ossia ricorrendo solo al terrore politico. E questa seconda strada è quella che noi abbiamo scelto. Questa decisione ci è stata suggerita dal rancore illimitato che noi sentivamo nei riguardi della direzione del Partito e del paese e della nostra avidità di potere, che noi abbiamo altre volte avvicinato fin quasi averlo a portata di mano, e dal quale siamo stati rigettati indietro dall’evoluzione della storia" (Cit. in: Dimitrov, Ercoli, Krupskaia, Fischer, Ponomarev: "Il complotto contro la rivoluzione russa", edizioni EAR, 1945, pagg. 101-102). Bucharin, la cui partecipazione alla cospirazione fu scoperta due anni dopo, disse ipocritamente in questa occasione (era direttore delle Isvestia): "Sono contento che tutta questa storia sia stata scoperta prima della guerra e che i nostri organi siano in condizione di scoprire tutto questo putridume prima della guerra in modo che noi possiamo uscirne vittoriosamente, perché se questo non l’avessimo scoperto prima, ma solo durante la guerra, ciò avrebbe portato a sconfitte del tutto straordinarie e durissime per tutta la causa del socialismo" (cit. in: Silvio Pons: "Stalin e la guerra inevitabile", Einaudi 1995, pag. 137).
A dispetto della sfiducia e del pessimismo che portò alla rovina questi "bolscevichi della prima ora", la giovane repubblica dei Soviet stava compiendo un’impresa di portata storica mondiale, mai vista prima di allora, nelle difficili condizioni e dell’accerchiamento capitalistico ma che godeva però anche dell’appoggio dei proletari di tutto il mondo e dei popoli oppressi delle colonie. Fu un’esperienza irta di pericoli ma anche di prospettive luminose. L’Urss non era il Montenegro. Chi ebbe un’illimitata fiducia nella potenza della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta in un paese grande un sesto delle terre emerse fu Lenin. Chi ereditò quella fiducia e la determinazione ad andare avanti fu un partito, fu un gruppo dirigente (non erano soltanto Zinoviev, Kamenev e Bucharin i bolscevichi della prima ora) che serrarono le fila sotto la direzione di Stalin e provarono al mondo che l’Urss, a dispetto del dogma di Trotskij, Kamenev, Zinoviev e Bucharin riuscì a vincere la sua scommessa con la storia. Nel 1925, quando la Russia cominciava a risollevarsi dallo sfacelo di due anni di guerra civile, quando cioè sia nel settore industriale che in quello agricolo a stento si raggiungevano i livelli produttivi d’anteguerra dell’epoca zarista, Stalin affermò che "nel suo insieme il nostro è un regime di transizione dal capitalismo al socialismo" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 350). L’obiettivo primario - perché quella transizione potesse realizzarsi - fu di mettersi sulla via dell’industrializzazione fondata sui Piani quinquennali. Già Lenin, nel 1921, aveva avvertito che "se non si salverà, se non si riorganizzerà l’industria pesante, non potremo costruire nessuna industria, e senza industria noi periremo, in generale, come paese socialista" (Lenin, "L’Internazionale comunista", ediz. Rinascita, pag.377). Disse anche: "Noi esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale principalmente con la nostra politica economica" (cit. in Stalin, vol 7° pag. 152). 

E infatti, la grande impresa dell’industrializzazione, lungi dall’avere soltanto un’importanza interna, avrebbe rivestito anche un significato ed un carattere internazionale. Non si deve dimenticare che lo sviluppo economico generale dell’Urss avvenne in concomitanza con la grande crisi di sovrapproduzione che a partire dal 1929 scosse il mondo capitalistico. La repubblica dei Soviet dimostrò che l’economia di un paese socialista, dove i mezzi di produzione e il commercio estero sono nazionalizzati, non subisce più il contraccolpo delle fluttuazioni cicliche del mercato mondiale ma si sviluppa conformemente alle proprie leggi. Se il paese dei Soviet non fosse stato unito, e il partito che lo governava non avesse riscosso la stima e l’appoggio dei popoli delle varie nazionalità, esso non avrebbe mai potuto reggere l’aggressione delle armate hitleriane che costò a quei popoli un olocausto di oltre venti milioni di morti. Se non ci fosse stato l’appoggio dei popoli sovietici al governo, l’Urss sarebbe stata piegata militarmente e conquistata, come accadde ai paesi dell’Europa occidentale. Se l’Esercito Rosso non fosse stato motivato, disciplinato e bene armato, in nessun modo avrebbe potuto essere l’artefice, dopo Stalingrado, di quella grande controffensiva che lo portò fin nel cuore di Berlino dove fu issata la bandiera rossa sulle macerie del Terzo Reich. Questa può sembrare retorica, e certamente come tale sarà fastidiosamente respinta dagli insaziabili e fiscali comunisti critici d’oggigiorno, i quali, nei riguardi dell’Urss di quell’epoca, si comportano come spietati ed esigenti professori universitari pronti a bocciare al minimo errore. Ecco con quali parole "boccia" quella storia un quotidiano che si definisce comunista: "Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato dalla storia grande e terribile dei tentativi di costruire una società comunista. Forse fin dall’inizio, del pensiero di Marx si è teso a privilegiare il fondamentale concetto di uguaglianza. Quando questo concetto si è inverato in esperienze statuali ha reso muti ed inerti i soggetti che si sono battuti per realizzarlo" (Liberazione del 3 febbraio 2004). E la guerra civile contro Kolciak e Denikin, l’industrializzazione, i piani quinquennali, lo stakanovismo, il movimento colcosiano, la guerra antinazista? Non è forse un falso storico ‘sorvolare’ su queste imprese, far finta che non siano esistite o, peggio ancora, rappresentare i soggetti che quelle imprese realizzarono (poeticamente definite inveramento in esperienze statuali) come "muti" e "inerti"? Non è ridicolo oltre che falso? Il compito dei comunisti è di ribadire alcune verità seppellite sotto un cumulo di falsificazioni. Essi hanno il dovere di difendere la storia e le tradizioni del comunismo perché la difesa, critica sì ma intransigente, di quella vera rivoluzione socialista vittoriosa consentirà un’indagine approfondita volta a capire perché in Urss, negli anni ’20, ’30 e ’40 non vi è stata non la transizione al socialismo, ma la mancata realizzazione del comunismo. I comunisti devono studiare e dibattere come mai sia stata possibile la svolta devastante del 20° Congresso, e come mai, alla fine di una parabola discendente, si sia verificato il crollo completo. A tale proposito, c’è una chiave di lettura intelligente, proposta da Losurdo, dei limiti storici e teorici dell’epoca della direzione staliniana. Quest’analisi è incentrata sul contrasto irrisolvibile (e irrisolto) fra la diffusa utopia dell’estinzione dello Stato, e lo stato d’eccezione perenne in cui procedé quell’esperienza, per cui, nel mentre si continuava ad attendere messianicamente che si tramutasse in realtà l’affascinante previsione di Marx (fatta propria da Lenin e dai bolscevichi), lo Stato socialista, lungi dall’estinguersi, andava sempre più caratterizzandosi come soffocante apparato repressivo che non lasciava scampo a nessun tipo di dissenso, ma che, anzi, lo criminalizzava. Fu questo circolo vizioso, originato da una situazione di accerchiamento capitalistico (uno storico marxista non dovrebbe mai dimenticarlo) a determinare una dialettica negativa che rese drammaticamente irraggiungibile la democratizzazione della società sovietica. L’analisi proposta da Losurdo mette a confronto una determinata situazione storica, e i limiti teorici derivanti da un’idea dogmatica (l’estinzione dello Stato) che rendono impossibile quel processo di apprendimento (che consiste nell’adeguare con una certa tempestività un determinato bagaglio teorico alla pratica concreta di una determinata situazione storica). Un tale approccio, che non è per nulla giustificazionista, ancora non è divenuto oggetto di dibattito (anche polemico, naturalmente).
Ritornando al Centro Studi sulla Transizione di cui si parlava all’inizio, bisogna dire che non una sola delle relazioni presentate da svariati autori (che aveva come oggetto specifico la transizione al socialismo in Urss) ha parlato, non diciamo diffusamente, ma neanche accennato di sfuggita, al dibattito che in quel paese si svolse proprio sul problema centrale della "transizione": se cioè era possibile o non possibile transitare verso il socialismo in un solo paese. In una di queste relazioni (autore: G. Pala), corredata da un’accurata (e strumentale) raccolta di citazioni, sembrerebbe quasi che Lenin si fosse pentito amaramente di aver preso il potere. Si, è vero, non manca un omaggio di maniera all’importanza storica della Rivoluzione d’Ottobre, però…ritorna sempre la vecchia tesi dell’impossibilità di costruire il socialismo se non su scala mondiale. Dice infatti l’autore: "Soltanto allorché nel mercato mondiale possa diventare dominante, esercitando la propria egemonia, il modo di produzione…socialista, quest’ultimo potrà sbarazzarsi in un sol colpo del nemico di classe". E’ questa la mirabile prospettiva che sta dinanzi a noi: attendiamo che nel mercato mondiale si compia il miracolo che l’egemonia socialista soppianti quella capitalista piuttosto che star lì ad attardarci ancora a sognare "la costruzione del socialismo qua e là". Quindi: socialismo in tutto il mondo, non socialismo qua e là. Quanto tempo occorrerà perché si compia il miracolo? L’autore in questione cita la battuta di un suo amico, che egli giudica "largamente condivisibile": per il comunismo c’è tempo - dice il suo amico - occorre aspettare un millennio dopo la riforma luterana, occorre aspettare il 2517. E, nell’estenuante attesa, mentre maturano, da qui al 2517 le "condizioni materiali per la transizione", "l’unico problema all’ordine del giorno non può che essere l’accumulazione delle forze del proletariato mondiale". E su che base il "proletariato mondiale" dovrebbe "accumulare le sue forze" se gli predichiamo che il socialismo non c’è mai stato, che il socialismo è una chimera? (Abbiamo forse dimenticato che dopo l’Ottobre il "proletariato mondiale" diceva "facciamo come la Russia!" poi divenuto successivamente qui da noi in Italia "ha da venì…!" ?). Contro coloro che si dilungano a cercare di dimostrare invece che il socialismo ha fatto la sua apparizione sul globo terrestre, l’autore scaglia i suoi strali, dice di loro che "non sanno neppure dove sta di casa il dr. Ramboz" (che sarebbe Marx), che sono portatori "di miti topici, sotto la specie di dogmi", che il crollo del socialismo (che lui chiama realsocialismo riferendolo all’Urss -di socialismo in Cina neanche a parlarne) era "inevitabile" perché si trattava di un "coccio stretto tra i vasi di ferro del capitale", eccetera. Anche Bertinotti, prima di scoprire il pacifismo, la non violenza, l’inutilità di lottare per la conquista del potere, quando ancora non aveva deciso di "rinnegare il leninismo" parlava di "rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale". "Lo dico e lo penso da più di 25 anni" - leggiamo sul Manifesto del 4 febbraio di quest’anno- "la violenza politica non ha prodotto, alla lunga, nessun superamento del capitalismo, da nessuna parte (anche perché non si può superarlo se non in tutto il mondo)".
In un altro "contributo" dato al Centro studi per la transizione (relatore R. Giacomini), si dice che le vecchie divergenze fra Stalin e Trotskij "si fecero scontro aperto e frontale negli anni trenta dopo l’avvento di Hitler in Germania". E’ un’affermazione totalmente falsa: lo scontro con Trotskij sulle prospettive della rivoluzione (quello sì - come abbiamo tentato di dimostrare - fu uno scontro aperto e frontale!) si risolse nel 1927. 

Negli anni trenta Trotskij non contava più nulla: nell’isolamento della sua protetta casa messicana poteva scrivere ciò che voleva, con tutta la virulenza del suo livore contro l’Urss di Stalin (e ne vomitò di veleno, altro che!), ma era ormai un uomo sconfitto, che con rinnovato accanimento sognava soltanto - dando direttive pazzesche ai congiurati interni che pagarono quasi tutti con la vita - di accedere al potere con metodi terroristici, e per questo egli faceva affidamento sulla sconfitta militare dell’Urss. Dalle parole (che abbiamo citato) del relatore, qualcuno che non conosce la nostra storia, potrebbe farsi l’idea che di fronte al movimento comunista mondiale raccolto attorno all’Internazionale (la vera), seguita da centinaia di milioni di proletari, si sia eretta in tutta la sua potenza, frutto della sovrumana energia di Trotskij, un’altra Internazionale (la falsa) attorno a cui si riunì un infimo numero di intellettuali radicali e comunisti critici rissosi che con gran fatica Trotskij riusciva a tenere insieme. Più avanti il relatore scrive: "Non meno radicale è l’antagonismo Trotskij-Stalin sulla guerra. Stalin in quanto ha paura della guerra e cerca di evitarla e starne fuori è un conservatore, un difensore dello statu quo, un nemico della rivoluzione. Viceversa la guerra è la grande occasione della IV Internazionale, che è già bell’e pronta e più forte di quanto fossero i bolscevichi alla vigilia della prima guerra imperialista". Tante parole, altrettante falsità. E’ vero, la cosiddetta quarta Internazionale era già bell’e pronta quando scoppiò la guerra, era bell’e pronta, confidando sulla vittoria dei nazisti, ad andare al potere dopo la sconfitta e l’asservimento dell’Urss. Accreditare poi l’idea che la IV Internazionale fosse più forte dei bolscevichi alla vigilia della Prima guerra è mostruoso, è revisionismo storico.
I comunisti non hanno bisogno di un siffatto Centro Studi sulla Transizione, già siamo immersi in una cultura, attualmente maggioritaria, di negazione e denigrazione della storia del socialismo "novecentesco". E’ inutile che ci mettiamo a dare una mano al Manifesto e a Liberazione. Che razza di Centro Studi sarebbe se partissimo da posizioni trotskiste? 

Di trotskismo (inteso in senso lato, nel senso dell’ultrasinistrismo radicale che produce l’insopportabile figura del comunista critico alla Ingrao) ce n’è già in abbondanza. Dovendo fare una battaglia controcorrente, è bene che noi, a questa battaglia, ci andiamo, magari in pochi, ma a ranghi serrati, per motivi di ordine pratico: per non ritornare sempre al punto di partenza, come al Gioco dell’oca. Soltanto la figura sociale del comunista critico - ammesso che sia in buona fede e creda davvero in quello che dice, cosa di cui è lecito sospettare - può alimentare la catastrofica illusione di sempre, la catastrofica illusione di tutti i riformismi, secondo la quale "un altro mondo è possibile" senza scardinare prima - non certo con i piagnistei e gli appelli alla ragione - il marcio mondo borghese capitalistico che ci circonda.E questo è il resto. Read more...

11 giugno 2010

E, alla fine, qualcuno osa chiamarla giustizia?

2 commenti


La storia del Sudafrica è la storia del dominio dell'uomo bianco sull'uomo nero, ma soprattutto è la storia del dominio imperialistico del padrone sul nullatenente.
Sull'argomento si sono scritte centinaia di migliaia di pagine, ma una domanda rimbalza nella mia testa: vi è stata giustizia?
Nel 1652 un gruppo di coloni olandesi sbarcò presso il Capo di Buona Speranza e, a nome della Compagnia olandese delle Indie Orientali, ne prese possesso. Da allora, per quasi trecentocinquanta anni, olandesi prima e inglesi poi hanno dominato, soggiogato e ridotto in schiavitù le popolazioni indigene e sfruttato le loro terre arricchendosi soprattutto con lo sfruttamento delle miniere di oro e diamanti.
Nel 1990, dopo quarant'anni di prigione, la liberazione di Nelson Mandela, uomo simbolo della lotta contro l'apatheid, ha spinto verso le trattative che hanno portato alla fine della segregazione razziale e all'inizio di un nuovo corso per la storia del Sudafrica fatto di elezioni democratiche. Ma onestamente si può parlare di giustizia quando le cosiddette "regole" sono state importate ed imposte da una potenza dominante?

Si trova un parallelo in un'altra zona del mondo. La Palestina, dove, come tutti sappiamo, col benestare della Comunità Internazionale, è stato instaurato con la forza lo statodi Israele il quale, con metodi colonialisti, ha sottomesso la popolazione esistente.
Oggi, dopo sessant'anni di occupazione abusiva e dopo aver permesso che si perpetrasse un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo palestinese, la cosiddetta "comunità internazionale" spinge affinché si giunga al riconoscimento di un nuovo stato palestinese con la, oramai nota, offerta del "due popoli, due stati".
Ma Israele non può accettare che vengano messe a rischio le sue mire espansionistiche e anche la parte palestinese avversa tale ingiusta offerta di elemosina.
La giustizia vorrebbe la costituzione di uno stato di Palestina con, al suo interno, il riconoscimento e l'integrazione della minoranza di nazionalità israeliana. In un certo senso quel che è avvenuto in Sudafrica.
Ma le questioni non possono avere risultati paralleli, perché alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso l'impero inglese non era più lo stesso impero di inizio Novecento e perché oggi Israele è una potenza economica, politica e militare che domina e influenza non solo nella zona dove il suo stato è situato fisicamente.
Tornando al Sudafrica, si nota la difficoltà di una fazione di discendenti degli afrikaaner, i cosiddetti "orange", ad accettare la legge di un governo di sudafricani neri.
Credo che sia sufficiente questo per rilevare la totale ingiustizia di ogni sistema politico che si rifà alla, presunta, democraticità dell'imposizione borghese capitalistica.
La giustizia, nel mondo capitalistico, è figlia della prepotenza del più forte nei confronti del più debole (o peggio organizzato, o equipaggiato).
Per questo motivo non si può parlare di giustizia nel caso del Sudafrica, e in quello palestinese, fino a quando l'occupante abusivo non è stato completamente scacciato.
Read more...

25 aprile 2010

25 Aprile a Teramo: L'ennesima falsificazione storica (di Erman)

0 commenti



E' stata una triste commemorazione del 25 Aprile quella svoltasi stamattina a Teramo.
Di fatto, non lo è stata.
Un disegno politico studiato con dovizia di particolari ha fatto in modo che venisse cancellato ogni riferimento alla lotta partigiana, ogni contesto di analisi storica e di classe. Si è voluto consapevolmente cancellare il carattere storico, politico e sociale della Lotta di Liberazione, annacquandola con dei contenuti vaghi, retorici ed in ultima analisi in linea con l'ideologia dominante.
La banda musicale ha scandalosamente suonato La Canzone del Piave creando incredulità e sgomento ai comunisti intervenuti, ai sinceri democratici ed ai compagni dell'Azione Antifascista. Anzi, le forze dell'ordine hanno diviso il corteo, creando un cordone che separasse lo striscione di Azione Antifascista dal resto dei commedianti.
Chiaramente, non potendo vietare per legge il 25 Aprile, si cerca di vietarlo di fatto, impedendo ai veri antifascisti di commemorarlo.
Il Sistema, quanto mai ingiusto ed arrogante, tenta di appropriarsi di questa ricorrenza per trasformarla in una sorta di Festa delle Forze Armate, dove sfilano postfascisti, berlusconiani e rimasugli fascisti.
Prestiamo attenzione, ricordiamoci che la storia è un orologio, le lancette prima o poi tornano sempre al punto di partenza. E mentre oggi si nega la Resistenza, contemporaneamente in molte parti d'Italia si negano pasti a bambini nelle scuole, si creano barriere a sfondo razziale, si licenzia e si incentiva lo sfruttamento sociale.
Il nesso è inquietante....
Pericolosamente i nodi vengono al pettine, e non si puo' piu' stare a guardare.
Read more...

3 novembre 2009

Il testamento filosofico e politico di Stalin. (a cura di Giuseppe)

0 commenti

Hans Heinz Holz
Lenin ha sempre affermato che il marxismo non è un sistema dogmatico di proposizioni rigide: al contrario, il marxismo, nella sua riflessione teorica, segue il mutamento dei rapporti reali e ne ricava conseguenze mirate alla prassi. La dialettica è quella forma di teoria che descrive, nella varietà dei suoi elementi e momenti, la connessione dell’insieme, che muta nel tempo, quale fondamento del loro svolgimento regolare. Il materialismo dialettico, per i suoi presupposti ontologici generali, è necessario per produrre interpretazioni nuove della realtà. Ogni teoria, infatti, è l’interpretazione di uno stato di fatto descritto (1).
I due scritti tardi di Stalin, compresi tra il 1950 e il 1952, ("Il marxismo e i problemi della linguistica" - "Problemi economici del socialismo nell’URSS") vanno esaminati appunto in questa prospettiva: dalla riflessione contemporanea su uno stato di fatto reale, quegli scritti elaborano una nuova situazione, sia economico-sociale che ideologica e storico-scientifica. Poichè poco dopo morì, Stalin non ebbe la possibilità di tradurre nella prassi il suo pensiero e così gli scritti in questione risultano essere, per così dire, il suo testamento teorico.Nella critica controrivoluzionaria di Kruscev contro Stalin e nel periodo di stagnazione che ne derivò (2), le sollecitazioni che venivano da quegli scritti furono rimosse e restarono prive di conseguenze nello svogimento della teoria marxista. Tuttavia sono del parere che in quegli scritti vi sia un patrimonio teorico non smentito, che vale la pena di riattivare. In questa occasione mi limiterò alle iniziative scientifiche e ideologiche che, circa i problemi riguardanti il marxismo, rimandano alla scienza linguistica (3).
Mi sembra che le proposizioni di Stalin si muovano in uno spazio definito da tre punti:
in primo luogo, la precisazione della descrizione strutturale del rapporto tra essere e coscienza - dunque un’espressione dell’ontologia marxista;
in secondo luogo, la critica distruttiva di certe proposizioni scolastiche, dominanti nella linguistica e proprie della Scuola di Marr; il rilancio della discussione circa i fenomeni, vale a dire un segnale nel senso della ripresa della ricerca scientifica in materie controverse;
in terzo luogo la messa alla berlina dell’atteggiamento burocratico, di cui è affetto ogni sistema di comando, nonchè l’impulso ad imprimere una svolta organizzativa sia all’attività di partito che a quella statuale.
In relazione a questi tre aspetti, accetto come giustificata la supposizione che fosse intenzione di Stalin, dopo la vittoria nella Grande Guerra patriottica e dopo la stabilizzazione realizzatasi nei primi anni post-bellici, di guidare l’Unione Sovietica a una nuova fase di costruzione del socialismo. La morte di Stalin fece cadere nel dimenticatoio questo processo, che certo solo pochi avevano intuito.
In seguito al XX Congresso del PCUS, le opere di Stalin furono gravate da un tacito tabù, che contribuì allo scadimento teorico delle scienze sociali sovietiche rilevanti dal punto di vista ideologico.
Ma passiamo ora ad esaminare nei particolari questi aspetti della discussione sul marxismo e le questioni relative alla linguistica.
Il modello fondamentale dei rapporti dell’essere con la coscienza è rappresentato nella filosofia marxista mediante lo schema della base e della sovrastruttura.
La proposizione fondamentale "l'essere determina la coscienza" è spiegata dal materialismo storico nel senso che i rapporti economici (ovvero i rapporti di produzione in cui l’uomo realizza il proprio "scambio organico con la natura", cioè la riproduzione della sua vita come individuo e come specie) costituiscono la base, la cui determinatezza formale produce le forme sovrastrutturali che le sono adeguate - l’ordinamento giuridico, i contenuti della visione del mondo, l’arte, la morale, la religione, ecc. - in quanto rispecchiamenti ideali, i quali a loro volta possono obiettivarsi in istituti e processi materiali (per esempio opere d’arte o, rispettivamente, ricerca scientifica, gare sportive, ecc.). Attraverso questa mediazione si realizza anche un effetto di ritorno della sovrastruttura sulla base: infatti la sovrastruttura è condizionata dalla base, cambia con essa e in dipendenza da essa nei diversi stadi storici (4).
Per la fondazione di una teoria dell’ideologia questo schema è sufficiente e tollera di differenziarsi in misura sufficiente a poter pensare la molteplicità dei fenomeni storici (5).
In connessione con la crescente importanza della scienza come forza produttiva, doveva divenir problema il fatto che i contenuti e le forme di coscienza - ad esempio le conoscenze naturali, le relazioni matematiche, i presupposti logici del pensiero - che nascono nel contesto delle attività sovrastrutturali, pur risultando spesso contaminate da rappresentazioni ideologiche, conservano tuttavia il loro valoro, indipendentemente dai mutamenti della base.
Il rapporto tra verità assoluta, relativa e ideologia in molti casi non deve essere determinato mediante confini univoci. Lo status ontologico di un principio logico - come ad esempio quello di identità - , di una regolarità matematica - ad esempio quella della somma degli angoli di un triangolo -, o di una costante naturale, deve ricevere in un sistema materialistico una sua spiegazione: per tutti questi problemi, lo schema del rapporto base / sovrastruttura non può bastare ad una elaborata filosofia del materialismo dialettico.
In relazione a questi problemi che si erano andati accumulando, un passo decisivo nello sviluppo teorico del marxismo fu compiuto da Stalin quando - in relazione a un caso paradigmatico - egli mise in questione la linearità dello schema del rapporto base / sovrastruttura.
In effetti, la lingua offre di primo acchito l’immagine di una variabilità storica e di una dipendenza dalle circostanze sociali. I vocabolari esibiscono mutamenti di significato, che stanno a indicare variazioni nei processi di lavoro, innovazioni tecniche o modificazioni sociali. Per esempio in tedesco il senso della parola rete, da rete da pesca si allarga a network di flussi interattivi di informazioni, mediante un precedente passaggio a rete telefonica; o ancora il termine Frau, dall’originario significato di domina passa a quello di femmina, ovvero persona di sesso femminile.
Vi sono gerghi, legati a specifici ambienti o professioni, ovvero linguaggi speciali. Vi sono modi di parlare strettamente legati a brevi momenti temporali e destinati a morire con essi. C’è la lingua colta accanto alla lingua parlata e ai dialetti regionali. In breve, abbiamo molteplici fenomeni linguistici che possiamo contare tra i fenomeni sovrastrutturali e che si lasciano mettere in relazione con specifici sviluppi dei rapporti di produzione: è questa la base fenomenica delle concezioni linguistiche della Scuola di Marr, ovvero la concezione secondo cui la lingua va studiata in quanto manifestazione della sovrastruttura.
Per tutto ciò è assai significativo dal punto di vista teorico che, proprio nel caso della lingua Stalin abbia rimarcato l’insufficienza dello schema base / sovrastruttura. Egli afferma in modo lapidario: "Ogni base ha la propria sovrastruttura, a essa corrispondente [...] Se la base si modifica e se viene messa da parte, allora si modifica anche la sua sovrastruttura e così nasce anche una sovrastruttura corrispondente alla nuova base. Sotto questo rispetto, la lingua si differenzia nella sostanza dalla sovrastruttura" (6). Per esemplificare ciò, Stalin ricorre alla lingua russa.
"In una parte determinata del suo vocabolario, la lingua russa si è modificata e lo ha fatto nel senso di arricchirsi di una accertabile quantità di nuove parole ed espressioni, che sono nate in relazione all’avvento della nuova produzione socialista, alla nascita del nuovo Stato, della nuova cultura socialista, della nuova vita sociale, della nuova morale e, infine, in connessione con lo sviluppo della tecnica e della scienza. Si è modificato il senso di una serie di parole ed espressioni le quali hanno acquistato un nuovo significato; un certo numero di vecchie parole è scomparso dal vocabolario. Tuttavia, per quanto riguarda il fondamentale patrimonio terminologico e la costruzione grammaticale della lingua russa, che rappresentano insieme la parte sostanziale di una lingua, non solo con l’accantonamento della base capitalistica non sono stati anch’essi messi da parte nè sostituiti da nuove strutture grammaticali o da un nuovo patrimonio terminologico, ma, ben al contrario, si sono mantenuti sani e salvi, nè hanno sperimentato qualche altra rilevante forma di mutamento" (7).
Stalin fissa quattro caratteristiche che differenziano la lingua dalla sovrastruttura:
- costanza del patrimonio terminologico fondamentale e della fondamentale struttura grammaticale, che va al di là dei limiti della base economica;
- origine della lingua non da una base bensì dall’intero procedere storico di una comunità linguistica;
- funzione di una lingua quale strumento di comprensione, al di là delle distinzioni di classe;
- legame immediato della lingua con la produzione.
Da ciò si ricava che, con il linguaggio, non solo ci troviamo di fronte a un ambito che si differenzia dalla base e dalla sovrastruttura, ma anche che questo ambito - dal punto di vista logico e ontico - va presupposto al costituirsi di una formazione storica determinata e al suo svolgersi.
"Lo scambio di pensieri è una necessità di vita costante e di innegabile importanza, poichè in sua assenza [...] non sarebbe possibile la persistenza della produzione sociale. Senza una lingua che sia comprensibile alla società e a ognuno dei suoi membri, crollerebbe la produzione e la società cesserebbe di esistere in quanto tale [...] La lingua appartiene a quei fenomeni sociali che sono operanti fin tanto che persiste la società" (8).
Lo schema base / sovrastruttura è un modello strutturale delle relazioni sociali. In accordo con Marx, Engels e Lenin, Stalin dimostra che la metafora spaziale non può essere intesa nel senso di una relazione unidirezionale tra i livelli, del tipo della relazione causa / effetto, in quanto essa include, in realtà, anche una relazione di reciproca influenza (9).
"La sovrastruttura è creata dalla base, ma in nessun modo questo significa che si limiti semplicemente a rispecchiare quest’ultima [...] Al contrario, una volta venuta al mondo, la sovrastruttura diviene una forza attiva, nel senso che contribuisce attivamente a che la base assuma la sua specifica forma e si consolidi [...] D’altronde, non potrebbe essere altrimenti. La sovrastruttura è prodotta dalla base affinchè le serva, perchè l’aiuti attivamente, perchè ne assuma la forma e la consolidi e attivamente contribuisca a combattere la sopravvivenza della vecchia base e della sua sovrastruttura" (10).
In questa semplicità, con la quale viene sostenuta l’attiva reazione della sovrastruttura sulla base, sembra nascondersi una banalità. Ma chi conosce i controversi dibattiti circa il ruolo della sovrastruttura, dovrà riconoscere che nelle proposizioni staliniane è enucleata la quintessenza dello schema, contro tutti gli sbandamenti della discussione. Canonico è ciò che si comprende da sè. Ma la tesi di Stalin va oltre.
"In breve, la lingua non può essere accolta nè entro la base nè entro la sovrastruttura; nè può essere considerata una categoria intermedia tra base e sovrastruttura, per il semplice motivo che tale categoria non esiste" (11).
Dunque nè base, nè sovrastruttura e neppure categoria intermedia - ciò non può significare altro se non che vi è un reale il quale non è adeguatamente messo a fuoco da una metafora che nasce dall’architettura. La lingua come strumento di scambio va vista in analogia con gli strumenti di produzione. In quanto presupposto della produzione sociale, la lingua come un tutto è una forza produttiva (mentale), che consente di volgere la scienza in forza produttiva e di funzionare come medio dei fenomeni strutturali, in quanto portatrice di pensieri ("realtà del pensiero").
Intrecciata a ogni altro ambito dell’essere sociale, la lingua è una costruzione ideale nella quale si rappresentano rapporti materiali e, d’altronde è essa stessa un rapporto materiale, perchè processo di costituzione dell’universale-reale (12).
Nella descrizione funzionale della lingua, ogni realtà, che Hegel chiamava spirito obiettivo, vien colta come "rapporto materiale" e il materialismo meccanicistico dall’inizio non le riconose un’attività materiale (attività oggettiva): In relazione alla lingua si mostra una essenziale condizione costitutiva della dialettica.
A questo punto s’impone stabilire un legame indiretto con la critica di Gramsci a Bucharin.
La parte dell’undicesimo Quaderno dal carcere dedicata al "Saggio popolare" costituisce una requisitoria, penetrante e per molti aspetti riuscita, contro il meccanicismo causalistico; ma nello stesso tempo rappresenta un’orazione a favore della dialettica in quanto forma dela processualità storica reale.
La questione che, centralmente, Gramsci pone è la seguente: "Come nasce il movimento storico sulla base della struttura?" (13).
E’ appunto in questo senso che Stalin sottrae la vita della lingua al rapporto meccanico base / sovrastruttura e sottopone il rigido schema alla dinamica del movimento storico (senza, con ciò, diminuire in nulla la funzione esplicativa dello schema, in relazione alla costruzione dell’edificio sociale).
Gramsci critica Bucharin sottolineando come al "Saggio popolare" manchi "una trattazione qualsiasi della dialettica" (14).
Il marxismo esibisce una filosofia "in quanto supera (e superando ne include in sè gli elementi vitali) sia l’idealismo che il materialismo tradizionali, espressioni della vecchia società" (15). Al contrario, Bucharin si pose in continuità col vecchio materialismo metafisico.
A me sembra che gli enunciati di Stalin, nello scritto sul "marxismo in linguistica", si collochino nel contesto dell’elaborazione di una concezione filosofica dialettico-materialistica, la quale ha gli altri suoi punti nodali nel leniniano "prospetto della Scienza della logica di Hegel" e nella gramsciana "Introduzione alla filosofia" (16).
Ciò è sufficiente, ma un’adeguata concezione della dialettica, che non la tratti come un caso particolare della logica, bensì piuttosto come principio costitutivo di una visione del mondo, secondo la giusta e chiara concezione gramsciana, è l’equivalente teorico di un corretto agire politico; e in questo senso dobbiamo intendere anche le riflessioni di Stalin sulla dialettica, giusta le Questioni del leninismo.
Malgrado il significato ideologico dei problemi linguistici, ci si potrebbe meravigliare del fatto cheStalin metta in gioco la sua autorità a proposito di un argomento tanto periferico da un punto di vista politico. D’altronde lo stesso Stalin dimostra di non avere affatto l’intenzione di entrare nel dominio della linguistica, per il quale certamente non aveva competenze; piuttosto, ciò che a Stalin interessava erano certe questioni fondamentali del marxismo.
"Io non sono uno studioso di linguistica e naturalmente non posso soddisfare pienamente i compagni. Invece, per quanto riguarda il marxismo nella linguistica e anche in altre scienze sociali, sono direttamente chiamato in causa". (17).
Con ciò fa evidente riferimento alla sistematica filosofica, che abbraccia più che un solo ambito. Tuttavia, mediante questa osservazione non appare pienamente chiarito il perchè delo spettacolare intervento del capo del partito in una discussione scientifica.
Le proposizioni di Stalin, in realtà, non rimandano solo alla sistematica ontologica, ma rappresentano anche una critica diretta alla pratica della ricerca scientifica in URSS e, così, riguardano anche temi dell’organizzazione sociale.
Per comprendere l’intenzione che sta dietro l’intervento nella discussione linguistica, va tenuta presente anche l’opera successiva Problemi economici del socialismo.
Si può facilmente convenire che il problema posto a Stalin era stato concordato con lui (come d’altra parte accade, quando si tratta di interviste a personalità che occupano posti di responsabilità). La domanda intorno all’adeguatezza della discussione - controversa - sulla Pravda, dà a Stalin l’opportunità di spiegarsi con indubbia nettezza: "Prima di tutto la discussione ha reso del tutto chiaro che negli organi linguistici, al Centro e nelle Repubbliche, domina un regime che non va bene nè per la scienza nè per gli scienziati. Anche la più lieve critica allo stato di cose esistente nella linguistica sovietica, anche il più timido tentativo di una critica al cosiddetto "nuovo sapere" in ambito linguistico, risultano impedite e perseguitate dagli ambienti dirigenti in ambito linguistico. Per un atteggiamento critico nei confronti dell’eredità di N. J. Marr, per la più lieve disapprovazione nei confronti della dottrina di N. J. Marr, hanno perso il loro posto in ambito linguistico ricercatori competenti, oppure sono stati retrocessi a incarichi meno importanti. I linguisti vengono chiamati a posti di responsabilità non per la loro competenza, ma sulla base del pieno riconoscimento dela dottrina di N. J. Marr. E’ universalmente noto che nessuna scienza può svilupparsi e giungere a buoni risultati senza scontro fra opinioni e senza libertà di critica (sott. mia H.H.H.). Ma questa regola universalmente riconosciuta è stata sfrontatamente ignorata e calpestata. Si è costituito un gruppo chiuso di personalità dirigenti infallibili che, dopo essersi messi al sicuro da ogni possibile critica , hanno cominciato arbitrariamente ad amministrare, provocando però disordini" (18).
Citare integralmente questo passo era necessario per rendersi conto di quale fosse l’impulso che Stalin cercava di dare alla vita pubblica. Le situazioni da lui giudicate tutt’altro che in ordine, non erano certo specificità di una determinata disciplina scientifica, piuttosto si erano diffuse in ogni ambito della società in seguito al processo di burocratizzazione dell’attività dello Stato e del Partito. Nel corso della costruzione dell’economia socialista, che si andava completando in modo centralizzato e sotto la pressione del tempo, verosimilmente un tale processo di burocratizzazione era in una certa misura inevitabile. Il fatto che esattamente questo processo assumesse dimensioni ipertrofiche era da ascriversi alle condizioni particolari in cui la costruzione del socialismo avveniva in URSS - i problemi legati a ciò certamente non potevano essere discussi in questo testo, tuttavia abbisognavano di un’analisi (19).
La durezza con cui Stalin si espresse sta a significare che aveva compreso l’urgenza del problema e che giudicava venuto il tempo di intervenire a modificare la situazione. La stessa scelta che Stalin fece delle parole sta a dire che non si trattava solo dello scontro tra scuole scientifiche. Stalin parlò di sistema-Araktsceev (20). Araktsceev fu un uomo di Stato russo reazionario al tempo della Santa Alleanza, il quale - analogamente a Metternich ma in modo ancor più duro - costruì un regime militare e di polizia dispotico senza alcuna remora. Si vede bene che sarebbe stato del tutto sproporzionato usare simbolicamente il nome di Araktsceev se la questione si fosse limitata ai rapporti tra istituzioni universitarie.
Per dar conto, con una parola, del tono provocatorio quasi esacerbato e del paradosso, osserviamo ciò: Stalin dette il segnale a favore di un processo di cambiamento sociale che, se volessimo ricorrere al gergo giornalistico promosso dal XX Congresso, potremmo denominare destalinizzazione - termine, peraltro, falso e deviante.
L’intervento su strutture organizzative e personali consolidate, nonostante il pericolo di scosse profonde dell’ancora debole società sovietica del dopoguerra, era tuttavia qualcosa di auspicabile per spianare il passaggio a un’altra fase della costruzione del socialismo. La discussione in un ambito scientifico, marginale dal punto di vista politico-sociale, poteva dare un segnale di inizio per preparare, con cura e consapevolezza, un cambiamento nei rapporti e dare spazio a nuove concezioni nel lavoro collettivo.
Sono consapevole che la prima obiezione è che con le fonti date non poteva esser fatto nulla che avesse un’effettiva valenza dimostrativa. Le maggiori ipotesi storiche hanno appunto questo status congiunturale. Ma il testo su marxismo e linguistica va visto in relazione alla Costituzione del 1936 e con ciò acquista plausibilità l’ipotesi che dopo le tensioni del periodo della guerra, le forme imposte dal periodo eccezionale dovessero essere abbandonate e che si ricercasse l’inizio di un terreno caratterizzato da minore conflittualità sociale (21). Una tale interpretazione autorizza una spiegazione differenziata del periodo, più di quanto non avvenga con l’usuale pubblicistica, che tutto tratteggia in bianco o nero, dunque con rigide opposizioni.
Per concludere, dobbiamo ancora stabilire il parallelo tra questo scritto e quello, di due anni successivo, sui problemi economici dell’URSS. Naturalmente, non mi interessa fare un confronto col contenuto economico-politico, perché sarebbe un’indagine del tutto particolare. Tuttavia vi sono segni chiaramente riconoscibili che opera un nuovo stile nelle controversie pubbliche e nella maturazione dei giudizi. Il tema in primo piano è la redazione di un manuale di economia politica: ciò che si esprime nelle tesi dello scritto sono le concezioni e le strategie economiche e socio-politiche. Ma ora il problema non è più rompere forme istituzionalmente irrigidite della stagnazione per potersi guadagnare il premio del giudizio critico (22). Piuttosto, ora, si tratta di formulare un progetto, teoreticamente più corretto e limpido concettualmente, per la pratica di costruzione del socialismo.
Il tono polemico, che nello scritto sulla linguistica a volte fa capolino, manca totalmente nella trattazione economica. D’altra parte Stalin dice espressamente: "Alcuni compagni, nel corso della discussione, hanno con troppo zelo analizzato criticamente il progetto del libro e mosso rimproveri agli autori per le loro mancanze e i loro errori, decretando così il fallimento del progetto. Naturalmente è vero che nel manuale esistono errori e lacune - ma questo capita per ogni grossa opera" (23).
Solo rispondendo a Jaroscenko, Stalin si mostra ironico e violento, rimproverandogli duramente di aver riproposto alcuni errori buchariniani. (Chi, con l’occhio rivolto al successivo sviluppo storico, legge questo Stalin, può intravedere nella ripulsa di Jaroscenko un anticipo della critica a Kruscev). La constatazione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione anche nel socialismo implica l’apertura verso la cancellazione delle differenze - e nella discussione vi è anche un’aperta critica a Stalin. Ma questi osserva espressamente: "Io penso che per la correzione del progetto di manuale, era necessario costituire una commissione numericamente non grande, della quale facessero parte non solo l’estensore del manuale e i suoi sostenitori, in maniera tale da avere essi la sicura maggioranza nelle discussioni, ma anche loro avversari che fossero critici aspri del progetto" (24).
Una società diretta dalla conoscenza che il socialismo scientifico consente, non nasce d’un colpo. Essa presuppone uomini che amplino e approfondiscano costantemente il loro orizzonte culturale, per potere avere interessi generali e prendere nelle loro mani la storia. Questa sarebbe, sì, democrazia autentica e per la prima volta effettiva. In proposito citiamo ancora Stalin.
"E’ necessario pervenire a una crescita cultrurale della società capace di assicurare uno sviluppo multilaterale delle sue capacitià fisiche e mentali; crescita mediante cui i membri della società abbiano la possibilità di ottenere una formazione in grado di trasformarli in attivi coattori dello sviluppo sociale [...] Si potrebbe pensare che non è possibile raggiungere una simile crescita culturale dei membri della società senza seri cambiamenti nell’attuale condizione del lavoro. A questo scopo è infatti prima di tutto necessario ridurre la giornata lavorativa fino a sei ore e, in seguito, fino a cinque. Ciò è necessario per dare a ogni membro della società sufficiente tempo libero per costruirsi una cultura multilaterale. Per questo scopo è infine necessario introdurre, come obbligatoria, una educazione universale politecnica, in maniera che ogni membro della società abbia effettivamente la possibilità di scegliersi liberamente il lavoro e che neppure un attimo della sua vita sia dedicato a un lavoro pur che sia. Inoltre, a ciò è necessario, anche, migliorare profondamente il regime degli alloggi e aumentare almeno del doppio, se non di più, i salari di lavoratori e impiegati: lo scopo è accrescere la capacità d’acquisto di beni necessari alle masse anche attraverso una diminuzione dei prezzi. Queste sono le condizioni fondamentali per operare il passaggio al comunismo" (25).
Con l’occhio rivolto a una società socialista sviluppata, da cui possa generarsi il comunismo, termina l’opera teorica di Stalin. Non dobbiamo lasciar disperdere questa eredità, esattamente se vogliamo onorare quanti sono caduti nella lotta per questo obiettivo.

Note

(1) Su questo, cfr. le notazioni programmatiche di A. Hüllinghorst, in TOPOS 22 "Lenin" [in corso di pubblicazione].
(2) V. K. Gossweiler, Die Taubenfuss-Chronik oder Die Chruschtschowiade, Monaco 2002.
(3) Josef W. Stalin, Werke, vol. XV, Dortmund 1979: "Il marxismo e i problemi della linguistica", pp. 163ss. - "Problemi economici del socialismo nell'URSS", pp. 292 ss.. Per gli echi internazionali di questi scritti, è importante notare l'immediata e spontanea reazione positiva dei linguisti; riguardo alla Germania, va rimarcata la reazione positiva di Werner Krauss, insigne studioso della civiltà romana, la cui competenza di merito, chiarezza filosofica e sensibilità politica, certo sono fuori discussione. Cfr. Werner Krauss, Das wissenschaftliche Werk, Berlino 1984. Cfr. anche H.H.Holz, Werner Krauss' sprachphilosophische Standortbestimmung, in Hermann Hofer, Thilo Karger, Christa Riehn (editori), Werner Krauss, Tübingen e Basilea 2003, p. 143 ss.
(4) Sui rapporti tra base e sovrastruttura, cfr. Kuusinen et alii, Principi elementari del marxismo, Roma, 1969 vol. 2, pp. 18ss.; A. Sceptulin, La filosofia marxista-leninista, Mosca 1977, pp. 271 ss.; Friedrich Tomberg, Basis und Uberbau, Darmstadt e Neuwied 1974; Istituto per le scienze sociali presso il CC della SED, Grundlagen des historischen Materialismus, Berlino 1976; Autori vari, Marxistisch-leninistische Philosophie, Berlino e Francoforte sul Meno 1979, pp. 446 ss.
(5) Sul tema di una teoria dell'ideologia, cfr. A. Mazzone, Questioni di teoria dell'ideologia, Messina 1981; Autori vari, Erkenntnis und Wahrheit, Berlino 1983; TOPOS 17, "Ideologie", Napoli 2001.
(6) Stalins Werke, Band 15: 165.
(7) Op. cit. p. 165s.
(8) Op. cit. p. 186.
(9) Cfr. ad esempio, nel'ambito della filosofia borghese, il modello dei livelli quale appare in Der Aufbau der realen Welt, Berlino 1940 di N. Hartman; ma anche dello stesso autore Neue Wege der Ontologie, Stoccarda 1947.
(10) Stalin op. cit. p. 166.
(11) Stalin op. cit. p. 203.
(12) H. H. Holz, Lingua e mondo, Francoforte sul Meno 1953 pp. 30ss.
(13) A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino 1977 p.1422.
(14) Gramsci, op. cit., p. 1424.
(15) Gramsci, op. cit., p. 1425
(16) Su Lenin cfr. H. H. Holz, Einheit und Widerspruch, vol. 3, Stoccarda 1997, pp. 361 ss. Per Stalin, cfr. H. H. Holz, "Stalin als Theoretiker des Leninismus", in Streitbarer Materialismus 22, maggio 1998, pp. 21 ss.
(17) Stalin, op. cit., p. 164.
(18) Stalin, op. cit., p. 197.
(19) Su questo cfr. H. H. Holz, Sconfitta e futuro del socialismo, Milano 1994.
(20) Stalin, op. cit., p.198.
(21) Sulla Costituzione sovietica del 1936 cfr. il mio contributo al Convegno dell'Associazione Culturale Marchigiana (31 maggio 2001).
(22) Concludendosi il dibattito,Stalin attenuò la critica a Marr e dette prova del proprio rispetto nei confronti del grande ricercatore (cfr. Stalin, op. cit. p. 209). Inoltre Stalin attribuì la responsabilità della stagnazione al regime-Araktsceev, nominandolo per la seconda volta (cfr. Stalin, op. cit. p. 210).
(23) Stalin, op. cit., p. 337.
(24) Stalin, op. cit., p. 338.
(25) Stalin, op. cit., p. 359.


Tratto da www.pasti.org/holz.html
Read more...