"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)
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26 giugno 2014

Che fare? (una riflessione di Giuseppe Di Meo)

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Karl Marx vedeva nella rivoluzione lo strumento di passaggio transmodale dal capitalismo al comunismo. Ammise per prudenza possibilità riformiste solo per l'Inghilterra dell'epoca, senza esserne affatto convinto. Ebbe piuttosto perplessità sulla possibilità di uno sbocco tramite rivoluzioni di massa analizzando "le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850", sia in opere come quella omonima sia in opere come il "18 Brumaio di Luigi Bonaparte", a causa dello sviluppo tecnico che metteva a disposizione degli apparati statuali armi contro cui nulla si poteva. Friedrich Engels, rivoluzionario, negli ultimi anni della sua vita (fine ottocento) si rese conto che lo sviluppo tecnologico aveva raggiunto livelli tali da rendere impossibili rivoluzioni tradizionali. Sorse così la contraddizione, non voluta, fra la visione che individuava nella rivoluzione l'unico sbocco transmodale possibile e la visione che considerava il riformismo l'unico percorso praticabile (quest'ultimo "elemento" fu poi strumentalizzato dai riformisti delle socialdemocrazie secondinternazionaliste). Furono poi le situazioni reali di inizio novecento a far elaborare a Lenin il modo fattivo per uscire da tale dilemma, con le sue analisi sui nessi dialettici fra contraddizioni interimperialistiche e lotta di classe, fra guerre e rivoluzione, fra ricerca dell'"anello debole della catena imperialista da spezzare" e sbocco rivoluzionario. Bisogna sempre guardare ai rapporti di forza. Anche una tragica guerra mondiale può localmente non essere sufficiente. Basti pensare ai massacri subiti dagli eroici compagni comunisti greci, nel secondo dopoguerra, ad opera degli imperialisti anglo-statunitensi (dopo aver subito quelli nazifascisti). A maggior ragione certi discorsi rivoluzionari sono difficilmente proponibili, soprattutto nell'Occidente capitalista sviluppato e in periodo di pace, con gli apparati militari statuali integri e in piena efficienza ("en passant", quale follia sinistroide è stata la soppressione del servizio militare di leva, togliendo così il controllo democratico e popolare sulle armi. Marx ed Engels sarebbero inorriditi). Ebbe a mio avviso ragione Pietro Secchia (al di là delle banali semplificazioni del suo pensiero compiute dai suoi avversari in mala fede) quando avallò la "democrazia progressiva" come "svolta tattica" (e non strategica) a cui si era giocoforza obbligati. I miglioramenti nella qualità della vita dei lavoratori e delle masse popolari furono determinati dalla ripresa che ogni periodo post-bellico porta con sé; dai perduranti effetti del fordismo, delle soluzioni elaborate per uscire dalla crisi del '29 e del welfare state (che i capitalisti perseguivano per i loro esclusivi interessi, non per senso "democratico"); dalla contrapposizione del mondo in due blocchi (capitalista e socialista) in cui acquisiva maggior peso una forte lotta di classe nei paesi capitalisticamente più sviluppati. Con le crisi degli anni '70, in primo luogo petrolifere e inflazionistiche, entrò in crisi questo modello (e con esso quello keynesiano). Oggi le masse popolari sono sempre più povere, precarizzate, oppresse e sfruttate. Il capitalismo mostra in maniera crescente le proprie contraddizioni, non riuscendo più a mascherare la propria incapacità strutturale a porsi come modo di produzione in grado di generare sviluppo, sia in salsa liberista sia in salsa keynesiana, al di là di quello relativo frutto delle predonerie fra classi e fra nazioni e delle innovazioni tecnico-scientifiche (frenate proprio dal carattere "egoistico" del capitalismo). Il processo di deindustrializzazione, in cui l'aspetto dato dalle delocalizzazioni costituisce solo una faccia della medaglia, è in realtà figlio dello spostamento di ricchezze avvenuto a partire dagli anni '70 dal lavoro al capitale, nella controffensiva padronale che ha provocato la fine della "società della produzione e dei consumi di massa", attenuata solo negli anni '80 dalla decisa immissione delle donne nel mondo del lavoro, con il risultato di avere situazioni familiari, in una breve fase di passaggio, in cui due salari quasi pieni ne avevano sostituito uno pieno (ma aumentando l'esercito salariale di riserva, e stravolgendone le caratteristiche, il risultato ottenuto è che se in precedenza per ottenere i "mezzi di sussistenza per sé e la propria famiglia" occorreva un salario, ora se ne rendono necessari due, se non di più). La fine dell'epoca della produzione e dei consumi di massa ha generato anche una "maliziosa" visione decrescista, nelle due facce di sinistra e di destra, che se da un lato fa leva su questioni reali, come la tutela dell'ambiente, dall'altro è funzionale a far subire drastici peggioramenti delle qualità di vita alle masse popolari. E l'altra faccia della medaglia dello stesso processo, in solidarietà "antitetico-polare", è data dalla persistenza dell'incitamento al "produttivismo" neocorporativista sotto la minaccia della perdita di posti di lavoro, comunque precari, a causa della concorrenza e della "competitività". Il tutto con la globalizzazione, dietro cui si cela l'imperialismo statunitense ad aspirazione egemonica unipolare, che con queste parole d'ordine sta imponendo per i propri interessi la "libera" circolazione di capitali, mezzi di produzione e forza-lavoro nell'interesse dei grandi capitalisti, ponendo in crudele competizione i lavoratori che vedono generalmente peggiorare le proprie condizioni di vita e immiserendo masse popolari e nazioni soccombenti. Anche qui, la questione immigrazione con i due "volti" di sinistra e di destra (pauperizzazione precarizzante da libera circolazione e razzismo) è volutamente dicotomizzata su questioni funzionali agli interessi del capitalismo imperialista. Le ricette della Troika, composta da Commissione Europea, BCE e FMI prescrivono politiche sempre più antidemocratiche e antipopolari, imponendo anche lo smantellamento delle attività produttive dei paesi più deboli (con una UE che non si è di fatto svincolata nelle grandi questioni dalla linea imposta dall'imperialismo a stelle e strisce). Neanche il dato fuorviante del PIL riesce a dare segnali positivi di ripresa nel nostro paese, ove, quand'anche riuscisse un domani a essere positivo, risulterebbe essere solo il dato di una crescita relativa (più facilmente presente nei paesi poveri) di un paese impoverito a cui è stato smantellato il grande apparato produttivo. Certamente bisogna smetterla con il nostro autolesionismo che ci porta a sostenere le contraddizioni secondarie ignorando quelle principali, assumendo in questo modo posizioni controproducenti. Il capitalismo è in crisi e sta affamando masse popolari e nazioni deboli. Oltretutto la crisi strutturale di sistema del capitalismo può indurre, come al solito, a ricercare uno sbocco nella guerra. Libia, Siria, Ucraina. Le provocazioni dell'imperialismo statunitense contro Russia e Cina sono sempre più numerose e aggressive, soprattutto perché lo zio Sam sente la minaccia di una probabile perdita dell'egemonia mondiale. In Ucraina è in corso un genocidio perpetrato dai nazi-golpisti al servizio dell'imperialismo USA. Chi utilizza i golpisti e i nazisti in Ucraina, provocando massacri, è lo stesso che sta immiserendo la nostra società, provocando disoccupazioni di lunga durata, precarizzazioni, povertà, sfruttamento, oppressione. Sono sempre più numerosi coloro che non riescono ad arrivare alla terza settimana del mese, sono sempre più numerose le persone senza casa. Sono sempre più numerosi i suicidi! Il tutto con l'incitamento all'"ignoranza", affinché non si possa più comprendere la situazione in cui ci troviamo, inducendo a ritenere il capitalismo "eterno" e "naturale" e in particolare il capitalismo imperialista statunitense come portatore di "civiltà" e "progresso". Al di là della questione dei rapporti di forza (prioritaria!), due importanti fattori sono dati dall'egemonia culturale statunitense perpetrata tramite la cinematografia e la musica. Il grado di penetrazione in questi due settori è mostruoso! Oltretutto i film statunitensi che "ci entrano in casa" pongono protagonisti e buona parte degli attori comprimari come "nostri genitori", "nostri parenti", "nostri amici", presentando la società statunitense come civiltà "intrinsecamente" buona, tutt'al più attaccata da "poche mele marce" che detto paese riesce a controllare e debellare per il suo "innato" carattere positivo! Siamo comunisti. E antifascisti, antimperialisti, per la lotta, per il governo, per l'autonomia dei comunisti, per le alleanze quando possibile, contro il nichilismo, per l'internazionalismo, per l'attenzione alle questioni nazionali, ecc. Ma tutti questi aspetti non si pongono sempre privi di contraddizioni fra loro. Essere comunisti non vuol dire essere massimalisti. Né minimalisti. Lasciamo queste categorie ai pochi rimasti (invero) socialisti secondinternazionalisti. Un comunista sa essere moderato nella tattica, purché la strategia sia rivoluzionaria. Ma sa anche valutare, di volta in volta, l'importanza della lotta per gli obiettivi rivoluzionari, l'importanza di quelli intermedi, l'importanza del nesso fra strategia e tattica, Sa valutare le contraddizioni. Di volta in volta, può dare la priorità all'antimperialismo o all'antifascismo. Di volta in volta, può dare la priorità al parlamentarismo o alla lotta al nichilismo. Di volta in volta, può dare la priorità all'internazionalismo o all'attenzione per le questioni nazionali. Oggi l'Italia è un paese indipendente? Direi proprio di no! L'Italia è un paese imperialista? Potrebbe sembrare, in quanto paese capitalista occidentale, ma in realtà è al massimo un paese dall'imperialismo straccione che si accoda a quelli più potenti. Più verosimilmente l'Italia è un paese semicoloniale. La contraddizione "capitale-lavoro" non si "dà" sempre in maniera evidente. Essa si cela dietro l'attuale contraddizione principale "imperialismo USA-antimperialismo". Valuto di conseguenza chi maggiormente ostacola le volontà di Washington. Purtroppo oggi il mondo non è più diviso in due blocchi e quand'anche si riuscisse a mobilitare tutto il proletariato (alquanto utopistico), difficilmente riuscirebbe ad avere rapporti di forza favorevoli. Esso non avrebbe il potente sostegno del blocco socialista che a lungo ha indotto i capitalisti (fino alla fine degli anni '70 - inizio anni '80, con Gorbaciov che rese poi più agevole la controffensiva capitalista), minacciati sul fronte esterno e su quello interno, a non irritare troppo i lavoratori. Siamo ben lontani dalle grandi mobilitazioni di classe del passato e, purtroppo, dalle grandi sconfitte, e i lavoratori sono indotti allo sconforto e alla rassegnazione per la sterilità delle proprie lotte. Pensare a ipotesi "riformiste" oggi, con la globalizzazione, con la "libera" circolazione di capitali, di mezzi di produzione e di forza-lavoro, con le delocalizzazioni e con la spietata concorrenza fra lavoratori è utopistico. Il riformismo è oggi praticamente morto! Anche quello a difesa dell'esistente e perfino quello del "meno peggio"! Men che meno vi sono le condizioni per uno sbocco rivoluzionario. Dunque "che fare" ? Tra l'altro, citando questa domanda in modo virgolettato, intendo sottolineare l'importanza, ancora oggi, della forma-partito rispetto a tutte le strampalate astrusità antidemocratiche vertenti sulla retorica della "società civile". Basarsi esclusivamente sulla diretta e frontale contraddizione capitale-lavoro, puntando alle sole lotte proletarie o addirittura a prospettive rivoluzionarie proletarie "pure" (pur rimanendo il comunismo la nostra prospettiva strategica), è oggi utopistico e velleitario. Si ripresenta così la necessità di guardare alle grandi contraddizioni internazionali. Tanto più oggi, con il mondo minacciato dalla pretesa egemonica del capitalismo imperialista statunitense che aspira al dominio planetario unipolare, con il rischio di riuscire a "blindare" il capitalismo per chissà quanto tempo e a "soffocare" ogni contraddizione, impedendo così ai comunisti, ai lavoratori, alle masse popolari e ai popoli resistenti di inserirsi con le proprie lotte. Guardando nel frattempo, noi comunisti, al di là della propaganda totalitaria a noi ostile, innanzitutto all'unità dei comunisti e poi a una politica di alleanze, quando possibili, che vada dialetticamente al di là del recinto ideologico settario della sinistra, tanto più che essa, oggi e in Occidente, si rivela essere troppo spesso lo schieramento ideologicamente o addirittura fattivamente più allineato alle posizioni del capitalismo imperialista statunitense! Lenin invitava i comunisti a essere spregiudicati. I capitalisti hanno recepito la lezione leniniana. Noi no.
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10 ottobre 2011

"Che Guevara" (di Erman Dovis)

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Da: Marx21.it

Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato in Bolivia Ernesto Guevara, per istigazione dei governi boliviano e degli Stati Uniti d'America.

Quel gesto,che avrebbe dovuto mettere a tacere la domanda di giustizia e di rivolta del continente latinoamericano, paradossalmente amplificò' il profondo messaggio di uguaglianza sociale e di lotta antimperialista di cui il comandante argentino era portavoce.
Guevara prese coscienza delle miserabili condizioni di vita delle masse latinoamericane durante i suoi viaggi giovanili, individuando nello sfruttamento neocoloniale delle multinazionali statunitensi la contraddizione principale su cui far leva. Ebbe inoltre il pregio di comprendere, come Martì e Bolivar, che il Sudamerica si sarebbe potuto emancipare dal giogo imperialista esclusivamente con una lotta dal carattere unitario e continentale. Queste sue convinzioni si rafforzarono nel corso delle sue esperienze in Guatemala e Messico, paesi in cui approfondi' il suo approccio alle teorie marxiste. In Messico conobbe Fidel Castro, rimase affascinato dalla forte personalità del leader cubano,e decise di seguirlo in un'impresa che sembrava impossibile: sbarcare a Cuba, aprire un piccolo fronte di guerriglia sulla Sierra ed abbattere la dittatura di Batista. Cosa che realmente avvenne, il primo gennaio del 1959.
Guevara, che durante i tre anni di lotta aveva dato prova di grande coraggio ,abnegazione, ma soprattutto di lealtà e tenacia, condusse l'offensiva finale della colonna militare che liberò Santa Clara. Successivamente ottenne incarichi di responsabilità nel governo cubano: insediatosi alla Fortezza La Cabana, ebbe il compito di giudicare i crimini della dittatura batistiana, e successivamente svolse un ruolo rilevante nella promulgazione della legge di riforma agraria, fu a capo della delegazione cubana che, all'indomani del trionfo rivoluzionario, lo porterà' in vari paesi dell'Asia e del Medio Oriente. Un anno dopo,verso la fine del 1960, fu nuovamente alla testa di una delegazione in viaggio nell'Europa Orientale e l'estremo Oriente, al fine di ottenere sbocchi commerciali e crediti dal blocco sovietico, per sopperire in tal modo all'ostracismo economico statunitense. Nominato Ministro dell'Industria e Presidente della Banca Nazionale, le sue riflessioni in materia (il famoso "dibattito economico" del biennio 63-64) meritano di essere oggetto di attenzione e studio. Nuovamente rappresentante di Cuba alla conferenza del CIES (relazioni economiche interamericane) di Punta del Este del 1961, rimarca i risultati ottenuti in campo sociale dalla Rivoluzione Cubana e stigmatizza il ricatto degli aiuti economici nordamericani. Nel frattempo rende pubblica la sua strategia rivoluzionaria nel libro " Guerra di Guerriglia", ove teorizza il modello di vittoria cubano, sostenendo come un piccolo nucleo guerrigliero possa vincere facendo a meno dell'azione e del grande appoggio popolare. E' il cosiddetto "foco guerrigliero", teoria che nasce da una personale analisi della vittoria cubana. La messa in pratica di tale teoria porterà per molti anni alla sconfitta di tanti movimenti di liberazione e le guerriglie organizzate dal Che in quel periodo falliranno. In Guatemala, il movimento del suo amico Julio Roberto Caceres,"El Patojo" ,dopo esser stata pianificato a Cuba, verrà liquidato senza difficoltà. In Argentina, il tentativo di Guevara e del giornalista Jorge Masetti, fondatore di Prensa Latina, di aprire un fronte guerrigliero, abortirà ancora prima di diventare operativo. E tuttavia egli non demorderà'. La sua volontà di ferro, il suo pur lodevole idealismo, la ribellione che andava maturando verso le ambiguità della dirigenza sovietica kruscioviana lo portarono ad agire d'impeto e a non valutare nella giusta dimensione il peso di quelle sconfitte.
Il suo intervento all'Onu dell'11 dicembre del 1964 rimane forse una delle più alte espressioni della politica internazionale antimperialista sostenuta dal grande rivoluzionario argentino: con lucidità' Guevara rileva tutte le contraddizioni e i crimini dell'imperialismo, elencando le aggressioni, i bombardamenti, le pressioni a cui sono sottoposte nazioni come Vietnam, Panama, Puerto Rico, Cambogia. Denuncia l'intervento neocoloniale in Congo, il sistema di apartheid in Sudafrica, la provocazione della base militare di Guantanamo e l'embargo statunitense persino verso i medicinali, smascherando il presunto volto umanitario mediante il quale si pretendeva di coprire il carattere aggressivo del blocco. Nel corso del suo intervento, in risposta al rappresentante del Nicaragua, si dichiara patriota dell'intera America Latina, confermando la sua idea di liberazione continentale. Nel successivo viaggio in Africa deciderà di lasciare Cuba per riprendere l'attività guerrigliera, dirigendosi in Congo prima ed in Bolivia poi. Operazioni che purtroppo si dimostreranno male organizzate, e soprattutto viziate all'origine dalla sua teoria del "foco". In Bolivia gli imperialisti americani non si faranno sfuggire l'occasione,e dopo mesi di azioni ed inseguimenti,circonderanno il gruppo residuo del Che attorno ad un canalone, e in seguito ad un aspro scontro a fuoco, l'8 ottobre 1967, uccideranno e cattureranno il grosso del gruppo, Guevara compreso.
Trasferito nella piccola scuola de La Higuera, verrà assassinato insieme ai suoi compagni il giorno dopo, mentre i guerriglieri scampati all'imboscata (Pombo, Benigno, Urbano, Inti Peredo), dopo varie peripezie, riusciranno a tornare a Cuba.
L'assassinio brutale di questo nobile combattente della causa dei popoli ha contribuito ad ingigantire il messaggio del Che. Un messaggio di lotta all'ingiustizia, un messaggio di rettitudine morale e di egualitarismo intransigente.
In questi tempi tristi di feroci aggressioni imperialiste, le sue analisi sullo sfruttamento neocoloniale da parte delle potenze occidentali, denunciate a più riprese ed in ogni sede, acquistano un'attualità' ancora più stringente. Amante della letteratura, della poesia, insisteva sul ruolo emancipatore della cultura, sostenendo che un popolo illetterato è un popolo che si fa manipolare.
La sua figura, la sua opera sono stati usati opportunisticamente da molta sinistra occidentale che ha teso a contrapporle ad altre figure ed esperienze del movimento comunista e rivoluzionario internazionale. Ponendo l'accento sull'aspetto romanzesco della sua vita, si è spesso preferito presentarlo come una sorta di perdente Don Chisciotte, tradito da Castro e costretto alla inevitabile sconfitta nonostante la sua purezza rivoluzionaria. Sono letture fantasiose, che cercano di riscrivere “da sinistra” la giusta lotta di emancipazione dei popoli. A distanza di anni, questo strumentalismo pernicioso è stato sconfitto. L'esempio di Guevara e di Castro, unito a metodi di lotta adatti al contesto specifico, hanno portato il Continente latinoamericano sulla strada della reale indipendenza dall'imperialismo americano. Un processo progressista che avanza e che difficilmente potrà essere fermato, perché si tratta di un processo di partecipazione popolare reale. E come diceva il Comandante Giap "..non puoi pensare di sconfiggere un popolo intero".
Che il ricordo di Ernesto Che Guevara sia d'esempio a tutti i comunisti che ogni giorno, in ogni luogo, lottano con ogni mezzo per costruire una società più giusta.
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19 agosto 2011

Mi permetto una sorta di analisi (Lurtz)

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"Al primo tentativo fascista deve seguire una rapida, secca spietata risposta degli operai e questa risposta deve essere tale che il ricordo ne sia tramandato fino ai pronipoti dei signori capitalisti"(A. Gramsci)


Premettendo che, pur rifiutando questa impostazione, non posso negare di aver subito un'influenza di tipo deterministico. In base a questo, ritengo che oggi i lavoratori abbiano qualcosa da perdere rispetto ai proletari nullatenenti di Marx e, perciò, non credo che siano tempi maturi per parlare di "rivoluzione".
Detto questo, se il compito dei comunisti si riducesse ad essere quello di attendere la "fine del mondo (capitalistico)", non avrebbe senso l'esistenza di partiti, di lotte, eccetera. Ed è qui che entra in gioco la dialettica, che, per me, sovrasta la visione deterministica.
Perchè la realtà è sì un qualcosa di oggettivo, ma non è mai un oggettivo eterno, cristallizzato, bensì in continuo movimento. Se fosse altrimenti, le condizioni di vita del proletariato sarebbero le stesse di cento anni fa. Invece la realtà ci mostra una situazione ben diversa.
Eviterò di descrivere la storia del movimento operaio, non mi pare ve ne sia la necessità. Se volessimo fare i puristi (scioccamente, aggiungerei), diremmo che il proletariato del Ventunesimo secolo è formato solo da immigrati extracomunitari. Ma invece, dato che siamo dialettici, diremo che oggi anche gli impiegati, o comunque la maggior parte di essi e, probabilmente, insieme a "partite iva" e micro bottegai, sono da considerarsi proletariato.
Bene, abbiamo visto che, in modo molto semplicistico, le situazioni mutano e conseguentemente dovranno mutare gli approcci alle questioni. Perché se determinate divisioni si assottigliano, anzi scompaiono, le rivendicazioni particolari mutano a loro volta. Ovvero, in parole povere, vi è la necessità di lottare su diversi fronti che però rimandano ad un preciso obiettivo generale: l'abbattimento della società capitalistica.
La proletizzazione dei ceti medi che si sta verificando in Europa è una necessità (ciclica) del sistema capitalistico, e la crisi in corso è il metodo per adempiere a tale scopo ("Crisi= soluzione", attenzione a non confondersi con "Crisi=Problema", in caso contrario perché continuare a sostenere un modello perdente?).
Questo dovrebbe far capire che la lotta contro il capitalismo non può essere che anzitutto contro l'imperialismo, statunitense in primo luogo e poi gli altri a seguire. Perché è laggiù che vengono stabilite le regole a cui sottostare, e perché il capitale finanziario americano si regge (anche) succhiando grandemente in Occidente.
Per via di una inesistente politica unitaria europea, i problemi si riversano inevitabilmente sui singoli stati. La conseguenza è la comparsa di manovre-soluzioni a dir poco folli.

A questo punto, viene da domandarsi: e adesso, cosa facciamo?
Molte proposte sono in corso di sviluppo, e tra queste, quella che pare stia prendendo più corpo, è quella di Rifondazione Comunista, ossia quella che si riferisce alla Patrimoniale (Cfr. dichiarazione Ferrero).
Indubbiamente un buon inizio, ,ma la mia impressione è che sia un demagogico tentativo di correzione. Insomma, per essere brutali, è, a mio parere, una proposta di tipo socialdemocratico. Come si può chiedere a un governo (e quando parlo di "governo" includo anche la cosiddetta "opposizione"), che mira a mantenere intatti i privilegi della grande borghesia, di tassare proprio quello che questi vogliono proteggere?
Io non ho soluzioni, mi faccio delle domande e spero di trovare risposte. In questa direzione, vedo che il partito comunista greco (KKE) fa una proposta che mi pare sia quella più utile: uscire dall'Unione Europea. Uscire, ovvero, dalla zona di sottomissione imperiale.
Ritengo, però, che la sola Grecia non sia in grado di accollarsi un onere simile. Penso anche che però, se tale volontà fosse avallata da tutti quegli stati denominati (insolentemente!) PIGS: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna. la cosa desterebbe, da un lato, forti preoccupazioni e, dall'altro, magari un ripensamento anche da parte di altri, come l'Italia ad esempio.
Cosa non semplice nemmeno questa, ma allora cosa fare?
Oggi come oggi, avere come obiettivo primario quello di rientrare in parlamento non può che essere definito velleitario, a meno di non stringere alleanze (con posizione di sfavore, ovviamente) con PD e similastri. Ossia con gli stessi soggetti che hanno cacciato i comunisti dal parlamento e, tra le altre varie oscenità, gli stessi che hanno "creato" e divulgato il precariato.
Alcuni fessacchiotti, addirittura evocano "rivoluzioni" (improbabili!), ma è evidente che o non sanno di cosa parlano o hanno una percezione della realtà completamente distorta.
L'unica soluzione a breve, a mio parere, sta nel riorganizzare le forze in campo.
Accantonare (momentaneamente) determinati annosi attriti e lavorare tutti insieme per manifestazioni di piazza serie, dure, massicce. Ricostituire un servizio d'ordine che impedisca l'infiltrazione di provocatori; cacciare a pedate gli "sfasciatori di vetrine"; portare nelle piazze i lavoratori (tutti!); fare in modo che si evitino "passerelle" di leaders; imporre ai governi, alle finte opposizioni e a tutti quelli che lavorano contro, il volere del popolo, se necessario anche con la forza ma mai col modo del teppista da stadio (cfr. "sfasciatori di vetrine"). Lasciare da parte per un momento le icone dei grandi marxisti, quando vengono "tirati fuori dal cilindro" solo per intralciare le collaborazioni. Arrivare a pensare seriamente alla formazione di un nucleo "misto" da portare in parlamento, così da non dover sottostare ai ricatti degli anticomunisti di sinistra.
Contemporaneamente, guidare e accompagnare le manifestazioni coi compagni greci, portoghesi, spagnoli, eccetera.
Perché una domanda aleggia: dove sono finiti i comunisti? Non se ne parla, esistono ancora?
Dobbiamo riappropriarci del nostro ruolo storico. 

Basta sentir parlare di NoTav, popolo Viola, Fiom. Ricominciamo a far parlare di comunisti che "guidano", non che si accodano a NoTav, Fiom, eccetera. Si lascino perdere le zuffe su chi è più e chi meno presente. Insomma, diciamocelo chiaro, si deve fare in modo che i lavoratori quando pensano al partito comunista o ai comunisti in generale non abbiamo come riferimento un Ferrero, un Ferrando, un Diliberto, un Rizzo, eccetera. Ai lavoratori non interessa cosa sia e a cosa serva il centralismo democratico, ad esempio; essi vogliono poter contare su un gruppo organizzato, e non aspettare l' "umore" del capo.
Oggi c'è bisogno di unità. Solo questo conta in questo momento, il resto è impedimento!
Non sottovalutiamo questo fatto, è l'unione che fa la forza. Gli interessi personali non ci appartengono, e chi li persegue deve essere cacciato a pedate.
Chi scrive non è nessuno, non conta nulla. La sua speranza è di invogliare alla riflessione sulla necessità di abbandonare il miraggio del cadreghino e concentrarsi sulla realtà, egli non ha preferenze per questo o per quello. Il suo unico interesse è vedere una forza comunista compatta che non si perda in fesserie e che risponda colpo su colpo al nemico di classe.
Mi si permetta la trivialità, ma i lavoratori si sono rotti i coglioni di sentir parlare di cose che non li riguardano, ed è perciò che si spostano sempre più a destra. L'occasione di riportarli sui "nostri" binari c'è, ma bisogna saperla cogliere.
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24 settembre 2010

"La transizione al socialismo" .

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"Questioni di metodo e di sostanza" (di Amedeo Curatoli)

In Unione Sovietica c’è mai stato il socialismo? Oppure - accantonata la parentesi romantica (e incruenta) della presa del Palazzo d’Inverno - nei mesi successivi all’Ottobre e negli anni seguenti al 1917 non è accaduto nulla di nuovo sotto il sole che illumina le vaste terre sovietiche? Insomma, lì in Urss si è realizzato un "socialismo" oppure un "capitalismo" (magari di Stato)?
La stessa domanda vale per la Cina: cosa sta accadendo in quel grande paese dell’Estremo Oriente: stanno tentando vie nuove, inedite, di edificazione "socialista", oppure è tutto un imbroglio, si tratta, anche lì, solo e sempre di "capitalismo" (magari ancora più feroce di quello a cui siamo abituati noi)?
Tralasciamo per ora la Cina e occupiamoci dell’Unione Sovietica. L’occasione ce la dà un da poco nato Centro Studi sulla Transizione (al socialismo nell’Urss) cui hanno dato il loro contributo molti compagni, fra i quali diversi professori universitari. Questo centro studi - si suppone - alla fine dovrà sciogliere l’enigma ed emettere un verdetto: SI, in Urss la "transizione" al socialismo c’è stata; oppure NO, "credevano" di fare qualcosa che somigliasse al socialismo, ma si è trattato di "altro" (vale a dire: capitalismo sotto mentite spoglie). Ora, prima di svolgere delle riflessioni su alcuni saggi scritti per l’occasione, potrebbe essere utile ripercorrere, fugacemente, la storia della grande polemica che si sviluppò in Urss dal 1924 al 1927, una polemica di carattere teorico di importanza cruciale, potremmo dire di portata storica, poiché l’esito di quella discussione avrebbe investito il destino stesso dell’Unione Sovietica. La divergenza verteva proprio sul punto specifico sul quale, a quanto pare, si dovrebbe esprimere il suddetto Centro Studi sulla Transizione: è (è stato) possibile costruire il socialismo in un solo paese in assenza dello scoppio della rivoluzione almeno in alcuni paesi avanzati dell’Occidente, oppure non è (non è stato) possibile?

Dicevamo che il contrasto divampò nell’arco di tempo di 4 anni, dal ‘24 al ‘27, ma esso ebbe i suoi prodromi in anni precedenti, e protagonisti e fautori delle due posizioni teoriche contrapposte furono Trotski da una parte e Lenin dall’altra. Dire che fu Stalin ad "inventarsi" il socialismo in un solo paese è un falso storico di Trotskij e dei suoi discepoli. Maitan, che è un autorevole esponente del trotskismo italiano, dice: "Questa teoria del socialismo in un solo paese , come è noto (??) era stata enunciata per la prima volta da Stalin, ispirato da Bucharin, nell’autunno del 1924 e Trotskij vi si era immediatamente opposto" (L.Maitan: "Destino di Trotski" - Rizzoli pag.73). Ma come andarono effettivamente le cose?
Nel 1906, nel saggio "La nostra rivoluzione", Trotski, che si occupò della questione ben 18 anni prima di quando afferma Maitan, scrisse: "Senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere, la classe operaia della Russia non potrà né mantenersi al potere né trasformare il suo dominio provvisorio in una dittatura socialista durevole. Non si può dubitare nemmeno un istante" (cit. da Stalin, Opere complete, edizioni Rinascita, vol. 7° pag. 131). E bisogna dire che per tutta la sua vita, effettivamente, "nemmeno per un istante" Trotskij ebbe dubbi o ripensamenti su quest’idea. Alcuni anni dopo, in un articolo che dimostrava l’erroneità della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (sostenuta da Trotskij) Lenin spiegò che avanzare una simile prospettiva "potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese". Più avanti aggiunse: "L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente". (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 556). Nella sua polemica risposta, Trotskij ammetteva sì che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo avrebbe potuto produrre provvisoriamente la comparsa di una sola rivoluzione sociale vittoriosa, tuttavia aggiungeva: "Considerare le prospettive della rivoluzione sociale nel quadro nazionale significherebbe diventare vittime di quella stessa grettezza nazionale che costituisce l’essenza del socialpatriottismo". Qui Trotskij taccia Lenin implicitamente di "grettezza nazionale" e "social-patriottismo" proprio perché Lenin (e non Stalin) enunciò a chiare lettere la tesi della possibilità del socialismo in un solo paese. Siamo nel 1915, mancavano 2 anni alla rivoluzione, la divergenza su questo argomento era soltanto occasionale, e, necessariamente, di carattere puramente teorico. Né Trotskij (che entrò nel partito bolscevico pochi mesi prima dell’Ottobre), osò riproporla, apertamente, come suo cavallo di battaglia, all’indomani della conquista del potere. La mole di decisioni da prendere era davvero gigantesca, e il carattere delle scelte politiche, in quei primi anni terribili ma anche esaltanti, era emergenziale: l’emergenza assolutamente primaria consisteva nel salvare, a qualunque costo, la giovane repubblica dei Soviet dagli imperialisti e dalle Guardie bianche. Tuttavia ancora in altre tre occasioni, nel 1921, 1922 e 1923 la polemica Trotskij-Lenin, sotterranea e non ancora dirompente (acquisterà questo carattere solo nel confronto con Stalin) ebbe per oggetto, di nuovo, la questione della possibilità di edificazione del socialismo. Nel 1921, dopo la vittoria nella guerra civile contro i generali bianchi, quando all’ordine del giorno vennero posti i problemi della edificazione, Lenin definì la Nuova politica economica (Nep) come via che conduceva alla vittoriosa edificazione del socialismo, e qualche mese dopo Trotskij, nella prefazione all’opuscolo "Il 1905" enuncia una tesi opposta dichiarando che "le contraddizioni nella situazione del governo operaio, in un paese arretrato, con una maggioranza schiacciante di popolazione contadina, potranno trovare la loro soluzione soltanto su scala internazionale, sull’arena della rivoluzione mondiale del proletariato" (Cit. da: Stalin, vol. 7° pag. 232). Un anno dopo, alla dichiarazione di Lenin fatta ad un plenum del Soviet di Mosca secondo cui "Dalla Russia della Nep nascerà la Russia socialista", Trotskij rispose, nel poscritto al "Programma di pace": "Un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa" (Ibid. pag. 232). Infine, siamo nel 1923, poco prima di morire, nell’articolo "Sulla cooperazione" Lenin ribadì, inequivocabilmente, che nell’Unione Sovietica esisteva "tutto ciò che è necessario per costruire una società socialista integrale" (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 1798). E’ opportuno anche ricordare (ma solo di sfuggita, se no rischiamo di andare fuori tema) che Trotskij, in questo stesso arco di tempo, anche su altre questioni di grande portata ebbe contrasti con Lenin, e cioè sia sulla firma della pace di Brest-Litovsk sia sulla valutazione della Nep. Sulla prima questione egli assunse un atteggiamento classicamente ultrasinistro poiché, in contrasto con le decisioni prese dal Comitato centrale di firmare immediatamente la pace, con la sua linea temporeggiatrice "né pace né guerra", egli che era il negoziatore a Brest, fu responsabile di immense perdite territoriali, nel senso che diede tempo, di fatto, alla Germania, di conquistare Lettonia, Estonia e di far staccare dalla neonata Repubblica sovietica l’Ucraina divenuta "protettorato tedesco" cioè uno stato vassallo della Germania. Fu questa la più grave divergenza scoppiata nel partito bolscevico ma - per onorare la verità della storia - il portabandiera dell’opposizione irriducibile alla firma di pace fu Bucharin, e Trotskij si mise "dietro" quella bandiera. Sulla seconda questione (la valutazione della Nep), Trotski mostrò l’altro lato della sua personalità, opposto e simmetrico all’estremismo: egli che non aveva alcuna fiducia nelle possibilità di edificazione socialista, dopo la svolta che metteva fine al "comunismo di guerra" ed inaugurava la Nep, propugnava grandi concessioni al capitale privato sotto forma di società miste per azioni.
La malattia e la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, diedero un’accelerazione, per così dire, all’iniziativa di Trotskij. Anche in questa occasione egli non si smentì: senza valutare i rapporti di forza interni, e definendo la maggioranza del partito "la frazione capeggiata da Stalin" andò ad una guerra decisa e determinata, volta a conquistare di slancio (poiché riteneva presumibilmente del tutto maturi i tempi) la leadership del partito bolscevico. Fu quest’errore di valutazione che lo spinse a rendere irrimediabilmente antagonistici i suoi rapporti con il partito di Lenin: egli usò un linguaggio talmente violento, e lanciò delle accuse così gravi, da distruggere ogni possibilità di ritorno indietro. Fu una lotta all’ultimo sangue, senza spazi di mediazione. Trotskij non solo accusò Stalin di essere l’artefice di un Termidoro (cioè di una controrivoluzione), ma, coerentemente con questa analisi affermò pure che, in caso di attacco all’Urss, anche se il nemico era a 80 chilometri da Mosca, anzi proprio per questo, dovere dei veri rivoluzionari (cioè di coloro che condividevano le sue idee) consisteva nello "spazzare via il pattume" "nell’interesse della vittoria dello stato operaio". Il ‘pattume’ era, ovviamente, la maggioranza del partito. Espose questa tesi in una lettera inviata ad un membro (che non era neanche di parte trotskista!) della Commissione centrale di controllo (citata in: Stalin, op. complete, vol. 10° pag. 62). In questa lettera egli paragonava la futura azione dei "veri rivoluzionari" al comportamento che, all’inizio della Prima guerra mondiale, ebbe Clemenceau, un energico uomo politico francese, che, con i tedeschi a 80 chilometri da Parigi, estromise dal potere i membri del precedente governo. Il fatto che Trotskij con la sua famosa ‘tesi Clemenceau’ - così passerà alla storia - parlasse apertamente di un possibile colpo di Stato in caso di attacco all’Urss, rivela non solo il clima rovente e - ripetiamo - irrimediabilmente antagonista che egli impresse alla polemica, ma anche il suo incredibile soggettivismo che lo indusse a ritenere se stesso, a dispetto dell’andamento concreto della lotta in seno al partito e all’Internazionale comunista (in cui era in assoluta minoranza), il salvatore delle sorti della Rivoluzione proletaria.
Non fu, quello, uno scontro basato semplicemente su scambi di accuse roventi come vuol far credere non solo la storiografia trotskista ma anche quella socialdemocratica o borghese, le quali ultime, nella quasi totalità, danno credito a Trotskij perché sono schierate (per la convenienza strumentale che alimenta la lotta di classe anche nel campo della storiografia) dalla parte di Trotski. Non si trattò di una lite, ma di un grandioso dibattito, fu una battaglia politica e ideologica che si dispiegò in campo aperto, su posizioni teoriche contrapposte ma chiaramente enunciate, non dissimulate dal politichese e dal ‘fair play’ che è nel nostro stile di comunisti occidentali. La lotta si svolse sul terreno della "Rivoluzione permanente" da una parte, e del leninismo dall’altra: lo scontro passò al vaglio di ben 3 Congressi (13°,14°, 15°) e due Conferenze nazionali di partito. Questa polemica investì il movimento comunista mondiale: in quegli anni si svolsero anche diverse riunioni del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nei quali si riverberò il contrasto di linee che si svolgeva nel partito sovietico. Nel 1925, quando in Italia c’era già la dittatura fascista, nelle cellule clandestine del Pcd’I si studiava un opuscolo dal titolo "Materiale per il congresso N. 3" (congresso che si svolgerà a Lione l’anno successivo). Questa pubblicazione conteneva, per intero, "Le lezioni dell’Ottobre" di Trotski (scritto in polemica soprattutto contro Zinoviev e Kamenev) nonché una sua lettera a Olminski "sulle sue divergenze di vedute con il Partito bolscevico"; vi era poi una breve "postilla" di Kamenev a questa lettera e un articolo della Pravda dal titolo: "Come non si deve scrivere la storia della Rivoluzione di Ottobre" (Reprint Feltrinelli, 51 pagine). Dunque, i partiti comunisti erano perfettamente informati dei termini dello scontro in corso. I militanti comunisti di ogni paese, lungi dall’essere marionette plagiate e orientate dalla longa manus di un deus ex-machina (Stalin), versione tanto stupida (e offensiva della intelligenza dei comunisti) quanto ridicolmente infantile, scelsero "da che parte stare" sulla base di un confronto di documenti originari. Kamenev, che insieme a Zinoviev era la punta di lancia della critica (meglio sarebbe dire della controffensiva) nei riguardi di Trotskij, scrisse, nella suddetta postilla: "La pretesa di Trotskij di trasformare il leninismo per atteggiarsi a creatore della sola teoria rivoluzionaria giusta si manifesta nettamente in questa lettera; essa è così ridicola, ha un carattere sì apertamente personale che non vale neanche più di discuterne. La lettera di Trotskij ha confermato definitivamente le peggiori supposizioni" (Op.cit. pag. 41). Giova anche ricordare che Kamenev e Zinoviev, i quali avevano un largo seguito nel Comitato provinciale di Leningrado, nel 1924 proposero di espellere dal partito Trotskij. Il Comitato centrale vi si oppose, ma qualche tempo dopo Kamenev ne chiese, questa volta, l’esclusione dall’Ufficio politico. Anche allora il Comitato centrale respinse la proposta. Al 14° Congresso del partito (1925), nel ricordare questi episodi, Stalin disse: "Non fummo d’accordo con Zinoviev e Kamenev, perché sapevamo che la politica dell’amputazione comportava gravi pericoli per il partito, che il metodo dell’amputazione, il metodo del salasso - ed essi chiedevano sangue - era pericoloso, contagioso" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 430).
Inaspettatamente, da che erano i più decisi oppositori di Trotskij ("chiedevano sangue") Zinoviev e Kamenev con una scandalosa operazione che oggi definiremmo "politicista" si convertirono, di lì a poco, al trotskismo, al punto che, al 14° Congresso, si assunsero l’onere di difendere e rilanciare le tesi trotskiste in una controrelazione di Zinoviev (pubblicata dagli Editori Riuniti a cura di Lisa Foa). Ma come poté accadere? Evidentemente, anche loro, considerate insormontabili le difficoltà di andare avanti nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, persero la fiducia nella possibilità di costruire il socialismo, e, inevitabilmente, forzatamente, si allearono con l’avversario di ieri, con colui che prima di loro e meglio di loro si era battuto da sempre per dimostrare la tesi dell’impossibilità di edificare il socialismo in Urss senza il soccorso di altre rivoluzioni vittoriose. Ma perché quest’operazione di "trasloco" verso le posizioni trotskiste potesse passare senza suscitare troppo sconcerto, Trotski perdonò Zinoviev e Kamenev per le critiche che costoro gli mossero in passato, e questi ultimi, a loro volta, perdonarono Trotskij per gli attacchi che egli fece loro. Infatti, nel luglio 1926 Zinoviev dichiarò: "Noi diciamo che oggi non vi può essere più alcun dubbio che il nucleo fondamentale dell’opposizione del 1923 (allude alle "Lezioni dell’Ottobre" di Trotskij) come ha dimostrato l’evoluzione della linea direttiva della frazione (vale a dire della maggioranza del Comitato Centrale) ha messo giustamente in guardia contro i pericoli di uno spostamento dalla linea proletaria e contro il minaccioso sviluppo del regime di burocrazia di partito". Nello stesso mese, Trotskij dichiarò: "Non v’è dubbio che nelle ‘Lezioni dell’Ottobre’ ho legato gli spostamenti opportunistici della politica ai nomi di Zinoviev e Kamenev. Come testimonia l’esperienza della lotta ideologica in seno al Comitato Centrale, questo è stato un errore grossolano. La spiegazione di questo errore consiste nel fatto che io non avevo la possibilità di seguire la lotta ideologica in seno al gruppo dirigente dei sette e di accertare con tempestività che gli spostamenti opportunistici erano provocati dal gruppo capeggiato dal compagno Stalin, contro i compagni Zinoviev e Kamenev" (Cit. in Stalin, Opere complete, vol. 8° pag. 290-291). Il commento di Stalin fu che Trotskij rinnegò apertamente le sue ‘Lezioni dell’Ottobre’ accordando "un’amnistia" a Zinoviev e Kamenev in cambio dell’ "amnistia" accordata a Trotskij da Kamenev e Zinoviev. Definì tutta questa operazione un "mercato diretto e aperto, senza princìpi".
La teoria dell’impossibilità del socialismo in un solo paese che fu contrastata dalla maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, e in prima persona da Stalin, si andò arricchendo, nel corso degli anni, di nuovi elementi. Questa teoria, che la stessa pratica quotidiana del potere sovietico smentiva sistematicamente, aveva bisogno di essere puntellata con sempre nuovi argomenti.
Kamenev, per esempio, nel 1926, affermò che Lenin (nell’articolo del 1915 che più su abbiamo ricordato contro la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa), quando scrisse che era possibile il socialismo in un solo paese, alludeva non alla Russia ma ad altri paesi capitalistici! Si trattava di un’evidente falsificazione del pensiero di Lenin, era il misconoscimento della passione, della determinazione, dell’audacia di guardare in avanti, del disprezzo delle idee dogmatiche e libresche che caratterizzarono la "prassi" di questo grande rivoluzionario. Egli mostrò di avere queste doti massimamente quando agì da statista, quando diede prova di saper legare il marxismo al socialismo (i cui destini sono intimamente connessi). Non sopportava lo scolasticismo, i richiami dogmatici al socialismo preconizzato da Marx, ma valutava sempre con grandiosa lucidità le condizioni storiche determinate, concrete in cui si svolgeva la vicenda della lotta di classe interna e internazionale (i meriti del Lenin statista saranno riconosciuti anche da storici non marxisti, come Carr). Dunque, l’affermazione di Kamenev che Lenin a tutto pensava tranne che alla Russia (quando enunciò la teoria del socialismo in un solo paese) rivela che l’opposizione trotskista, pur di avvalorare la propria tesi, non si sarebbe fermata di fronte a nulla.
In quello stesso periodo, cioè dopo nove anni di esistenza e "buona salute" dell’Urss, Trotskij, avvertendo evidentemente il peso della smentita delle sue catastrofiche previsioni, tentò di cavarsela con un nuovo argomento. Sì, è vero, egli affermò, dissi in passato che il potere sovietico non avrebbe potuto far fronte ad un’Europa conservatrice, ma l’Europa di oggi non è più conservatrice ma liberale (come a dire: ieri avevo ragione, ma oggi la "fase" è mutata)! "E quale importanza può avere - rispose polemicamente Stalin - per l’integrità e la sicurezza della nostra repubblica questa ‘sottile’ e ridicola distinzione fra un’Europa conservatrice e un’Europa ‘liberale’? Forse la Francia repubblicana e l’America democratica non sono ugualmente intervenute contro il nostro paese nel periodo di Kolciak e Denikin, non meno dell’Inghilterra monarchica e conservatrice?" (Stalin, cit. pag. 417).
Trotskij arrivò finanche ad abbandonare il suo originario argomento forte che poggiava sulle contraddizioni interne, sulle contraddizioni fra il proletariato e i contadini ritenute insuperabili e quindi foriere di un sicuro fallimento della possibilità del socialismo in Urss. Rinunciò a questa tesi sostituendola con un’altra: sottolineò le contraddizioni esterne, quelle che opponevano l’economia dell’Urss da una parte, all’economia mondiale capitalistica dall’altra, anch’esse ritenute insuperabili data la (presunta da Trotskij) onnipotenza del capitalismo mondiale.
Questo grande dibattito investì, come dicevamo all’inizio, il destino dell’Urss. Trotskij era un uomo d’azione, uno che intendeva tradurre in linea politica concreta i suoi convincimenti teorici e politici: quando disse che la rivoluzione russa "getterà sul piatto della bilancia della lotta di tutto il mondo la sua colossale forza statale e politica" (cit. da Stalin vol. 8° pag.347) in queste parole vi sono le premesse di una possibile politica avventurista che avrebbe potuto tramutarsi in una catastrofe. Trotskij non scherzava, se fosse prevalsa la sua linea, a giudicare dalla visione della rivoluzione proletaria che egli aveva, e di cui era portatore convinto e determinato, non avrebbe proposto ai bolscevichi di abbandonare il potere. Cosa che invece fu detta in una risoluzione del Comitato di Mosca, redatta da "autentici comunisti" che recitava testualmente: "Noi crediamo sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet che sta diventando ormai puramente formale" e che Lenin bollò come "cosa strana e mostruosa" (Lenin, Opere scelte, editori Riuniti, pag.1053). Che Trotskij fosse un uomo d’azione e non semplicemente il teorico della Rivoluzione permanente, lo dimostrò inequivocabilmente quando divenne il capo indiscusso e carismatico della rete cospirativa segreta che egli dirigeva da Città del Messico, nella quale confluirono le opposizioni interne, fossero esse di "destra" o di "sinistra" ma che erano tutte accomunate dall’assoluta mancanza di fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Anche Bucharin, nel corso della lotta al trotskismo, perse questa fiducia, ed egli, come precedentemente accadde a Zinoviev e Kamenev, fu inevitabilmente sospinto, data la logica ferrea della lotta frazionistica che si svolgeva in quelle condizioni storiche, a mettersi sotto la direzione di Trotskij nell’impresa cospirativa. Immersi ormai in un ignobile lavoro clandestino antisovietico di sabotaggio e terrorismo politico a tutti i livelli, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Tukacevskij (degli alti gradi dell’Armata Rossa), Yagoda (vice capo dei Servizi segreti) - per citare gli esponenti più in vista - divennero uomini a doppia faccia, persone che nei loro cupi conciliaboli, giudicavano i succesi delle realizzazioni sovietiche alla stregua di loro sconfitte personali, salvo poi a magnificarle ipocritamente in riunioni ufficiali. Al primo processo di Mosca (che fu, come gli altri due successivi, un processo pubblico seguito dalla stampa mondiale presente in aula) contro il centro clandestino Trotskij-Zinoviev, quest’ultimo confessò: "Nella seconda metà dell’anno 1932 noi abbiamo capito che i nostri calcoli sulla possibilità di veder aumentare le difficoltà nel paese fallivano. Cominciammo a comprendere che il Partito e il suo Comitato centrale vincevano progressivamente queste difficoltà. Ma durante l’anno 1932, noi bruciavamo d’odio contro il Comitato Centrale del Partito e contro Stalin". A sua volta, Kamenev dichiarò: "Non ci rimanevano che due vie possibili: o liquidare la nostra lotta…oppure continuarla, ma senza poter più contare su un qualsiasi sostegno delle masse, senza l’appoggio di una piattaforma politica, senza possedere una bandiera, ossia ricorrendo solo al terrore politico. E questa seconda strada è quella che noi abbiamo scelto. Questa decisione ci è stata suggerita dal rancore illimitato che noi sentivamo nei riguardi della direzione del Partito e del paese e della nostra avidità di potere, che noi abbiamo altre volte avvicinato fin quasi averlo a portata di mano, e dal quale siamo stati rigettati indietro dall’evoluzione della storia" (Cit. in: Dimitrov, Ercoli, Krupskaia, Fischer, Ponomarev: "Il complotto contro la rivoluzione russa", edizioni EAR, 1945, pagg. 101-102). Bucharin, la cui partecipazione alla cospirazione fu scoperta due anni dopo, disse ipocritamente in questa occasione (era direttore delle Isvestia): "Sono contento che tutta questa storia sia stata scoperta prima della guerra e che i nostri organi siano in condizione di scoprire tutto questo putridume prima della guerra in modo che noi possiamo uscirne vittoriosamente, perché se questo non l’avessimo scoperto prima, ma solo durante la guerra, ciò avrebbe portato a sconfitte del tutto straordinarie e durissime per tutta la causa del socialismo" (cit. in: Silvio Pons: "Stalin e la guerra inevitabile", Einaudi 1995, pag. 137).
A dispetto della sfiducia e del pessimismo che portò alla rovina questi "bolscevichi della prima ora", la giovane repubblica dei Soviet stava compiendo un’impresa di portata storica mondiale, mai vista prima di allora, nelle difficili condizioni e dell’accerchiamento capitalistico ma che godeva però anche dell’appoggio dei proletari di tutto il mondo e dei popoli oppressi delle colonie. Fu un’esperienza irta di pericoli ma anche di prospettive luminose. L’Urss non era il Montenegro. Chi ebbe un’illimitata fiducia nella potenza della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta in un paese grande un sesto delle terre emerse fu Lenin. Chi ereditò quella fiducia e la determinazione ad andare avanti fu un partito, fu un gruppo dirigente (non erano soltanto Zinoviev, Kamenev e Bucharin i bolscevichi della prima ora) che serrarono le fila sotto la direzione di Stalin e provarono al mondo che l’Urss, a dispetto del dogma di Trotskij, Kamenev, Zinoviev e Bucharin riuscì a vincere la sua scommessa con la storia. Nel 1925, quando la Russia cominciava a risollevarsi dallo sfacelo di due anni di guerra civile, quando cioè sia nel settore industriale che in quello agricolo a stento si raggiungevano i livelli produttivi d’anteguerra dell’epoca zarista, Stalin affermò che "nel suo insieme il nostro è un regime di transizione dal capitalismo al socialismo" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 350). L’obiettivo primario - perché quella transizione potesse realizzarsi - fu di mettersi sulla via dell’industrializzazione fondata sui Piani quinquennali. Già Lenin, nel 1921, aveva avvertito che "se non si salverà, se non si riorganizzerà l’industria pesante, non potremo costruire nessuna industria, e senza industria noi periremo, in generale, come paese socialista" (Lenin, "L’Internazionale comunista", ediz. Rinascita, pag.377). Disse anche: "Noi esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale principalmente con la nostra politica economica" (cit. in Stalin, vol 7° pag. 152). 

E infatti, la grande impresa dell’industrializzazione, lungi dall’avere soltanto un’importanza interna, avrebbe rivestito anche un significato ed un carattere internazionale. Non si deve dimenticare che lo sviluppo economico generale dell’Urss avvenne in concomitanza con la grande crisi di sovrapproduzione che a partire dal 1929 scosse il mondo capitalistico. La repubblica dei Soviet dimostrò che l’economia di un paese socialista, dove i mezzi di produzione e il commercio estero sono nazionalizzati, non subisce più il contraccolpo delle fluttuazioni cicliche del mercato mondiale ma si sviluppa conformemente alle proprie leggi. Se il paese dei Soviet non fosse stato unito, e il partito che lo governava non avesse riscosso la stima e l’appoggio dei popoli delle varie nazionalità, esso non avrebbe mai potuto reggere l’aggressione delle armate hitleriane che costò a quei popoli un olocausto di oltre venti milioni di morti. Se non ci fosse stato l’appoggio dei popoli sovietici al governo, l’Urss sarebbe stata piegata militarmente e conquistata, come accadde ai paesi dell’Europa occidentale. Se l’Esercito Rosso non fosse stato motivato, disciplinato e bene armato, in nessun modo avrebbe potuto essere l’artefice, dopo Stalingrado, di quella grande controffensiva che lo portò fin nel cuore di Berlino dove fu issata la bandiera rossa sulle macerie del Terzo Reich. Questa può sembrare retorica, e certamente come tale sarà fastidiosamente respinta dagli insaziabili e fiscali comunisti critici d’oggigiorno, i quali, nei riguardi dell’Urss di quell’epoca, si comportano come spietati ed esigenti professori universitari pronti a bocciare al minimo errore. Ecco con quali parole "boccia" quella storia un quotidiano che si definisce comunista: "Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato dalla storia grande e terribile dei tentativi di costruire una società comunista. Forse fin dall’inizio, del pensiero di Marx si è teso a privilegiare il fondamentale concetto di uguaglianza. Quando questo concetto si è inverato in esperienze statuali ha reso muti ed inerti i soggetti che si sono battuti per realizzarlo" (Liberazione del 3 febbraio 2004). E la guerra civile contro Kolciak e Denikin, l’industrializzazione, i piani quinquennali, lo stakanovismo, il movimento colcosiano, la guerra antinazista? Non è forse un falso storico ‘sorvolare’ su queste imprese, far finta che non siano esistite o, peggio ancora, rappresentare i soggetti che quelle imprese realizzarono (poeticamente definite inveramento in esperienze statuali) come "muti" e "inerti"? Non è ridicolo oltre che falso? Il compito dei comunisti è di ribadire alcune verità seppellite sotto un cumulo di falsificazioni. Essi hanno il dovere di difendere la storia e le tradizioni del comunismo perché la difesa, critica sì ma intransigente, di quella vera rivoluzione socialista vittoriosa consentirà un’indagine approfondita volta a capire perché in Urss, negli anni ’20, ’30 e ’40 non vi è stata non la transizione al socialismo, ma la mancata realizzazione del comunismo. I comunisti devono studiare e dibattere come mai sia stata possibile la svolta devastante del 20° Congresso, e come mai, alla fine di una parabola discendente, si sia verificato il crollo completo. A tale proposito, c’è una chiave di lettura intelligente, proposta da Losurdo, dei limiti storici e teorici dell’epoca della direzione staliniana. Quest’analisi è incentrata sul contrasto irrisolvibile (e irrisolto) fra la diffusa utopia dell’estinzione dello Stato, e lo stato d’eccezione perenne in cui procedé quell’esperienza, per cui, nel mentre si continuava ad attendere messianicamente che si tramutasse in realtà l’affascinante previsione di Marx (fatta propria da Lenin e dai bolscevichi), lo Stato socialista, lungi dall’estinguersi, andava sempre più caratterizzandosi come soffocante apparato repressivo che non lasciava scampo a nessun tipo di dissenso, ma che, anzi, lo criminalizzava. Fu questo circolo vizioso, originato da una situazione di accerchiamento capitalistico (uno storico marxista non dovrebbe mai dimenticarlo) a determinare una dialettica negativa che rese drammaticamente irraggiungibile la democratizzazione della società sovietica. L’analisi proposta da Losurdo mette a confronto una determinata situazione storica, e i limiti teorici derivanti da un’idea dogmatica (l’estinzione dello Stato) che rendono impossibile quel processo di apprendimento (che consiste nell’adeguare con una certa tempestività un determinato bagaglio teorico alla pratica concreta di una determinata situazione storica). Un tale approccio, che non è per nulla giustificazionista, ancora non è divenuto oggetto di dibattito (anche polemico, naturalmente).
Ritornando al Centro Studi sulla Transizione di cui si parlava all’inizio, bisogna dire che non una sola delle relazioni presentate da svariati autori (che aveva come oggetto specifico la transizione al socialismo in Urss) ha parlato, non diciamo diffusamente, ma neanche accennato di sfuggita, al dibattito che in quel paese si svolse proprio sul problema centrale della "transizione": se cioè era possibile o non possibile transitare verso il socialismo in un solo paese. In una di queste relazioni (autore: G. Pala), corredata da un’accurata (e strumentale) raccolta di citazioni, sembrerebbe quasi che Lenin si fosse pentito amaramente di aver preso il potere. Si, è vero, non manca un omaggio di maniera all’importanza storica della Rivoluzione d’Ottobre, però…ritorna sempre la vecchia tesi dell’impossibilità di costruire il socialismo se non su scala mondiale. Dice infatti l’autore: "Soltanto allorché nel mercato mondiale possa diventare dominante, esercitando la propria egemonia, il modo di produzione…socialista, quest’ultimo potrà sbarazzarsi in un sol colpo del nemico di classe". E’ questa la mirabile prospettiva che sta dinanzi a noi: attendiamo che nel mercato mondiale si compia il miracolo che l’egemonia socialista soppianti quella capitalista piuttosto che star lì ad attardarci ancora a sognare "la costruzione del socialismo qua e là". Quindi: socialismo in tutto il mondo, non socialismo qua e là. Quanto tempo occorrerà perché si compia il miracolo? L’autore in questione cita la battuta di un suo amico, che egli giudica "largamente condivisibile": per il comunismo c’è tempo - dice il suo amico - occorre aspettare un millennio dopo la riforma luterana, occorre aspettare il 2517. E, nell’estenuante attesa, mentre maturano, da qui al 2517 le "condizioni materiali per la transizione", "l’unico problema all’ordine del giorno non può che essere l’accumulazione delle forze del proletariato mondiale". E su che base il "proletariato mondiale" dovrebbe "accumulare le sue forze" se gli predichiamo che il socialismo non c’è mai stato, che il socialismo è una chimera? (Abbiamo forse dimenticato che dopo l’Ottobre il "proletariato mondiale" diceva "facciamo come la Russia!" poi divenuto successivamente qui da noi in Italia "ha da venì…!" ?). Contro coloro che si dilungano a cercare di dimostrare invece che il socialismo ha fatto la sua apparizione sul globo terrestre, l’autore scaglia i suoi strali, dice di loro che "non sanno neppure dove sta di casa il dr. Ramboz" (che sarebbe Marx), che sono portatori "di miti topici, sotto la specie di dogmi", che il crollo del socialismo (che lui chiama realsocialismo riferendolo all’Urss -di socialismo in Cina neanche a parlarne) era "inevitabile" perché si trattava di un "coccio stretto tra i vasi di ferro del capitale", eccetera. Anche Bertinotti, prima di scoprire il pacifismo, la non violenza, l’inutilità di lottare per la conquista del potere, quando ancora non aveva deciso di "rinnegare il leninismo" parlava di "rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale". "Lo dico e lo penso da più di 25 anni" - leggiamo sul Manifesto del 4 febbraio di quest’anno- "la violenza politica non ha prodotto, alla lunga, nessun superamento del capitalismo, da nessuna parte (anche perché non si può superarlo se non in tutto il mondo)".
In un altro "contributo" dato al Centro studi per la transizione (relatore R. Giacomini), si dice che le vecchie divergenze fra Stalin e Trotskij "si fecero scontro aperto e frontale negli anni trenta dopo l’avvento di Hitler in Germania". E’ un’affermazione totalmente falsa: lo scontro con Trotskij sulle prospettive della rivoluzione (quello sì - come abbiamo tentato di dimostrare - fu uno scontro aperto e frontale!) si risolse nel 1927. 

Negli anni trenta Trotskij non contava più nulla: nell’isolamento della sua protetta casa messicana poteva scrivere ciò che voleva, con tutta la virulenza del suo livore contro l’Urss di Stalin (e ne vomitò di veleno, altro che!), ma era ormai un uomo sconfitto, che con rinnovato accanimento sognava soltanto - dando direttive pazzesche ai congiurati interni che pagarono quasi tutti con la vita - di accedere al potere con metodi terroristici, e per questo egli faceva affidamento sulla sconfitta militare dell’Urss. Dalle parole (che abbiamo citato) del relatore, qualcuno che non conosce la nostra storia, potrebbe farsi l’idea che di fronte al movimento comunista mondiale raccolto attorno all’Internazionale (la vera), seguita da centinaia di milioni di proletari, si sia eretta in tutta la sua potenza, frutto della sovrumana energia di Trotskij, un’altra Internazionale (la falsa) attorno a cui si riunì un infimo numero di intellettuali radicali e comunisti critici rissosi che con gran fatica Trotskij riusciva a tenere insieme. Più avanti il relatore scrive: "Non meno radicale è l’antagonismo Trotskij-Stalin sulla guerra. Stalin in quanto ha paura della guerra e cerca di evitarla e starne fuori è un conservatore, un difensore dello statu quo, un nemico della rivoluzione. Viceversa la guerra è la grande occasione della IV Internazionale, che è già bell’e pronta e più forte di quanto fossero i bolscevichi alla vigilia della prima guerra imperialista". Tante parole, altrettante falsità. E’ vero, la cosiddetta quarta Internazionale era già bell’e pronta quando scoppiò la guerra, era bell’e pronta, confidando sulla vittoria dei nazisti, ad andare al potere dopo la sconfitta e l’asservimento dell’Urss. Accreditare poi l’idea che la IV Internazionale fosse più forte dei bolscevichi alla vigilia della Prima guerra è mostruoso, è revisionismo storico.
I comunisti non hanno bisogno di un siffatto Centro Studi sulla Transizione, già siamo immersi in una cultura, attualmente maggioritaria, di negazione e denigrazione della storia del socialismo "novecentesco". E’ inutile che ci mettiamo a dare una mano al Manifesto e a Liberazione. Che razza di Centro Studi sarebbe se partissimo da posizioni trotskiste? 

Di trotskismo (inteso in senso lato, nel senso dell’ultrasinistrismo radicale che produce l’insopportabile figura del comunista critico alla Ingrao) ce n’è già in abbondanza. Dovendo fare una battaglia controcorrente, è bene che noi, a questa battaglia, ci andiamo, magari in pochi, ma a ranghi serrati, per motivi di ordine pratico: per non ritornare sempre al punto di partenza, come al Gioco dell’oca. Soltanto la figura sociale del comunista critico - ammesso che sia in buona fede e creda davvero in quello che dice, cosa di cui è lecito sospettare - può alimentare la catastrofica illusione di sempre, la catastrofica illusione di tutti i riformismi, secondo la quale "un altro mondo è possibile" senza scardinare prima - non certo con i piagnistei e gli appelli alla ragione - il marcio mondo borghese capitalistico che ci circonda.E questo è il resto. Read more...

24 luglio 2010

Il nuovo fronte antimperialista e le amnesie dei radical chic. (di Erman)

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"Dobbiamo sostenere tutto ciò contro cui il nemico combatte, e combattere tutto ciò che il nemico difende"(Mao Tse-Tung)

La recente ricomparsa pubblica di Fidel Castro è stata accolta con gioia dai settori dell'estrema sinistra e dagli ambienti culturalmente piu avanzati.
L'artefice del cambiamento sociale a Cuba, motore di una Rivoluzione sempre viva, è apparso sereno e lucido, ed ha sostenuto, tra le altre cose, l'incondizionato appoggio ai governi di Iran e Corea del Nord, vittime delle attenzioni predatorie dello squalo americano. E su questo punto son cominciati i mal di denti di una buona parte di sinistra legata a Cuba per puro folklore, ma distante dal capire il vero snodo dell'attuale fronte antimperialista: il Medio e l'Estremo Oriente.
E' una estrema sinistra fasulla, molto chic e poco radical, incapace di analisi, pronta ad appoggiare indirettamente il colonialismo attraverso le varie rivoluzioni "colorate", attraverso l'appoggio all'UCK ed al Tibet, millantando un richiamo vago all'autodeterminazione dei popoli (sigh!) e fuor di ogni contesto geopolitico.

La linea del fronte alla barbarie comincia in Palestina, dove l'eroica resistenza del popolo e di Hamas alla pulizia etnica isaraeliana è ambiguamente osservata da chi sostiene che Hamas sia un'organizzazione fondamentalista: sosteniamo che non ci interessa rispondere a questo pleonastico quesito, perchè al momento la contraddizione principale è tra Hamas e Israele, e l'opposizione al sionismo è di per sè un'azione rivoluzionaria ed in quanto tale deve essere INCONDIZIONATAMENTE appoggiata da ogni comunista conseguente, cosi come deve essere sostenuto il Movimento di Hezbollah, movimento che ha inflitto la più cocente delle sconfitte al barbaro aggressore sionista.
Umiliato, Israele ha chiamato a raccolta Usa, Europa, Onu, eccetera, pretendendo di ottenere la condanna, per i guerriglieri sciiti, come gruppo terrorista.....pretesa poi ottenuta ovviamente!
Ma è l'Iran il nervo scoperto della sinistra radical chic, è l'Iran che misura l'ipocrisia di chi si dichiara comunista ed appoggia la "rivoluzione verde" della CIA, del Mossad e dei cani da guardia dell'imperialismo.
E' fin troppo evidente che gli yankees si sono infiltrati a Teheran per destabilizzare un paese che desidera solo sviluppare in maniera autonoma la propria tecnologia.
Prima la demonizzazione e la manipolazione mediatica, poi la "sollevazione" popolare colorata di verde (condita ovviamente da un dramma sapientemente toccante e preparato in stile hollywoodiano con tutte le menzogne del caso), a quando l'aggressione vera e propria?
Intanto, dopo che il Congresso americano ha ratificato il rafforzamento delle sanzioni all'Iran, una flotta della marina americana è in viaggio verso il golfo Persico, equipaggiata da quasi 400 "bunkers busters", ovvero ordigni nucleari a penetrazione profonda.....dunque chi minaccia chi??
La posta in gioco è altissima, e non possiamo cadere nelle trappole delle rivoluzioni colorate, come del resto ha sostenuto Castro senza esitazione.
L'Iran e l'Afghanistan sono la linea piu avanzata del fronte, ed al momento l'imperialismo non puo' perdere l'Afghanistan, da utilizzare tra l'altro come testa di ponte anche in un probabile "scambio di vedute" con la Cina.
Vorrei infine soffermarmi sul Nepal: in questo piccolo paese ignorato da molti, una guerriglia guidata dal Partito Comunista Maoista del Compagno Prachanda ha abbattuto una monarchia feudale e secolare, che ricordava il Tibet pre-cinese.
Esistono forti contraddizioni in Nepal, al momento l'assemblea costituente è in fase di stallo, i negoziati tra maoisti e rappresentanti di altre fazioni sono imballati, ma è davvero strano che ci si scordi e si nasconda un avvenimento di una portata storica cosi rilevante.
Forse il Nepal non fa tendenza tra i vari "compagni" radical?
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8 maggio 2010

Sul "mito" della democrazia

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«Il dialettico Engels nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. Marx ed io, egli dice, avevamo per il partito un nome eccellente, scientificamente esatto, ma allora non c'era un vero partito, cioè un partito proletario di massa. Ora esiste un vero partito, ma la sua denominazione è scientificamente inesatta. Non importa, essa "può andare" purchè il partito si sviluppi, purchè l'inesattezza scientifica del suo nome non gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi in una giusta direzione!
Qualche burlone potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla maniera di Engels: noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore dei modi: dunque il nome assurdo e barbaro di "bolscevico", che non esprime assolutamente nulla se non il fatto puramente accidentale che al Congresso di Bruxelles-Londra del 1905 avemmo la maggioranza, può anch'esso "andare"..... Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito da parte dei repubblicani e della democrazia piccolo-borghese "rivoluzionaria" nel luglio-agosto 1917, hanno reso così popolare, così onorevole il titolo di bolscevico e hanno inoltre confermato l'immenso progresso storico del nostro partito nel corso del suo sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in aprile, di cambiare il nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un "compromesso": chiamarci Partito Comunista, conservando, fra parentesi, la parola "bolscevico".»

«Ma la questione del nome del partito è infinitamente meno importante di quella dell'atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso lo Stato.
Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell'errore contro il quale Engels mette qui in guardia e che noi abbiamo già prima segnalato di sfuggita: si dimentica cioè che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che l'estinzione dello Stato è l'estinzione della democrazia.
A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui non verrebbe osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza; perchè in definitiva che cos'è la democrazia se non il riconoscimento di questo principio?
No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l'organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un'altra, da una parte della popolazione contro l'altra.
Noi ci assegnamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non auspichiamo l'avvento di un ordinamento sociale in cui venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della popolazione a un'altra, perchè gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione.»

(Vladimir Il'ič Ul'janov, Lenin: Stato e rivoluzione, 1917. Editori Riuniti, Roma 1966, pagg.154-156)
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