"Lo stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".
(Antonio Gramsci, Ordine Nuovo, 1920)
"Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone".
(Fabrizio De Andrè, Il Testamento di Tito)
La siesta post-pranzo è salutare. Dopo quattro ore di imballaggio e la mensa, cosa c'è di meglio che rilassarsi un'oretta coi colleghi leggendo i giornali?
E succede che, tra commenti sul rigore di Ibra e le ruberie romaniste a Torino, la mia attenzione si sofferma su un articolo del Messaggero Abruzzo: "Politiche culturali a Teramo, secondo i "PerDavvero" è tutto da rifare".
Uhm...mi incuriosisco, continuo la lettura e capisco che la polemica con la giunta monta per il luogo scelto per il posizionamento della statua di Garibaldi: sembrerebbe che il valente eroe meritasse ben altro luogo ed il suo fiero sguardo dovesse essere rivolto verso Roma, e non verso Giulianova... Sinceramente sorrido, credo che forse Teramo abbia problemi piu' immediati, ad esempio la questione del Teatro Romano (se vogliamo rimanere in tema culturale), e tuttavia a parer mio il vero problema non è il posizionamento della statua, ma la presenza o meno della statua stessa.
Mentre proseguo la lettura,mi accorgo che la digestione si fa difficile, forse perchè appuro che per i "PerDavvero" (questo nome ti dà una sensazione di incompletezza, come una frase a cui manca una parte, mah!) tutto cio' è un affronto al buon senso, e per nulla domi, vorrebbero che la citta' si dotasse di altre statue celebrative del Risorgimento: Cavour ed il re Vittorio Emanuele III, addirittura a cavallo. Cavour....ed un re......occupante...
Sarà stato perchè non avevo nulla da fare, e la siesta era andata a farsi benedire, ma ho cominciato a riflettere, ed ho pensato che si, tutto cio' è davvero un affronto al buon senso, una pagliacciata negazionista che falsifica la storia e la trasforma in farsa.
Ho pensato che le statue di Garibaldi, di Cavour e del re siano provocazioni gravissime per una citta' che ha pagato un altissimo tributo di sangue per celebrare la liberta' sabauda, ho pensato ai 546 morti ammazzati, ai paesini dati alle fiamme, alle donne violentate ed ai bimbi assasinati, ai 147 morti a L'Aquila, alla ferocia del generale piemontese Cialdini, criminale di guerra.
La furiosa repressione dei colonialisti, la costruzione dei campi concentrazionari per i meridionali, una cultura cancellata, il Sud in miseria ed il dramma dell'emigrazione.
Ho pensato che tutto questo non si potra' mai chiamare Risorgimento, e che la terminologia spesso adottata serve a dirottarci dal vero significato dei fatti.
In questo paese non è mai avvenuta l'Unita' nazionale, perchè il processo politico unitario che si era pazientemente messo in moto venne paradossalmente e barbaramente stroncato dall'invasione piemontese, che ha strumentalizzato l'idealismo di Garibaldi per depredare il Regno delle Due Sicilie, il Banco di Napoli, i Cantieri, l'industria, per schiavizzare un popolo.
Paradosso ed ironia della sorte: il fresco stato "unitario" veniva regolato al Nord dallo Statuto albertino ed al sud dall'infame Legge Pica!!!
Mi sono detto che è proprio vero.....la storia è come un orologio, e le lancette fanno sempre lo stesso giro, e trovo interessante notare che mentre ieri, per motivi economici, si invase il Meridione, oggi per gli stessi motivi si vuole scaricare quella meta', buttarla via.
Ma non attraverso le buffonate leghiste, quelle servono a legittimare la vera scissione che a poco a poco si compie: si condannano le sparate leghiste ma intanto la cricca di potere bipartisan procede con delocalizzazioni, privatizzazioni, federalismi di ogni sorta ed in ogni ambito.....ed il distacco di fatto è già avvenuto.
Questo pensavo in preda ad una irreversibile gastrite, accingendomi a ricominciare il mio turno di lavoro.
Ed anche alla responsabilita' che un'associazione culturale ha nei confronti dei cittadini, per non lasciarli senza strumenti di comprensione. Per non lasciarli soli.
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23 novembre 2010
16 novembre 2010
"Le lotte rivendicativo-sindacali non rappresentano la garanzia di procedere in una direzione emancipativa" (a cura di Lurtz)
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UHZ
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Condiviso via Facebook a cura di M.C.S.
«Non c’è dubbio che, dal punto di vista della critica economico-sociale al capitalismo da parte delle classi popolari, operaie, salariate e proletarie, queste classi siano state almeno per un secolo (e forse per due) l’insediamento storico e sociale della sinistra. Non solo non lo nego, ma lo ammetto apertamente.
L’aspetto emancipatorio di questa critica è strettamente legato all’orizzonte del superamento del capitalismo. Parlando di superamento del capitalismo non entro qui nel merito della preferibilità della via pacifica o della via rivoluzionaria, del riformismo gradualistico o dell’insurrezione, eccetera. Do per scontato che questo presupponga sempre l’analisi della situazione concreta (Lenin) e non possa certo essere “dedotto” da dicotomie bipolari. Su questo punto “concretistico” Losurdo mi darà pienamente ragione.
La questione è un’altra. In breve, la sinistra continua ad avere una funzione emancipativa se abbandona completamente l’orizzonte anticapitalistico? A mio avviso la risposta è no. Decisamente no. Ma è appunto ciò che ha fatto la sinistra reale (non quella idealtipica) dell’ultimo ventennio - trentennio. E l’aspetto più sporco di questo abbandono sta nel fatto che questo abbandono è stato fatto in silenzio ed ipocritamente, coperto da urla massimalistiche, antiberlusconismo identitario, sostituzione della classe operaia con la magistratura, simulazioni di scontri a bastonate di centri sociali con gli eterni “fascisti” eccetera.
Le classi popolari, operaie, salariate e proletarie hanno continuato a “dare fiducia” a partiti che accettavano integralmente l’orizzonte capitalistico della società. Si tratta di un fatto storico, non ideal-tipico. Qui non ci si può rifugiare nel mondo incantato e virtuale delle dicotomie. Ed ora, arrivata la crisi, non si limitano a pagare i costi della crisi (che sono strutturali, e quindi né di destra, né di sinistra), ma devono continuare a soffiare nei fischietti, battere i tamburi e salire sui tetti e sulle ciminiere, invocando l’intervento salvifico dei cinesi, degli enti locali, del Berlusca, eccetera. Mi chiedo dove stia in questo l’elemento della Emancipazione (con la “E” maiuscola).
Non mi si fraintenda. Non intendo certamente criticare la classe operaia perché mostra la sua totale e pittoresca impotenza. Ma se io affermo di essere “idealmente” al suo fianco contro i capitalisti (e tral’altro lo sono completamente), tutto ciò non elimina il problema storico oggettivo di cui stiamo parlando, che non è rivendicativo - sindacale, ma è storico. E lo formulerò così: classi totalmente impotenti possono continuare a rivendicare un ruolo attivo nella lunga lotta storica dell’Emancipazione contro la De-Emancipazione? Nei seminari filosofici di Losurdo certamente sì. Nella storia reale c’è invece di che pacatamente dubitarne.
E tuttavia i rilievi del paragrafo precedente toccano solo il problema della insufficienza emancipativa della sinistra, ma non giungono fino al dubbio iperbolico ed alla bestemmia massima per cui sul piano culturale (egemonico, avrebbe detto Gramsci) la sinistra non solo non è un fattore emancipativo, ma è un fattore attivo ed operante di de-emancipazione. Il passaggio dal nobile Gramsci all’ignobile Luxuria non è solo il frutto contingente delle scelte di un narcisista distruttivo fuori controllo (all’anagrafe Fausto Bertinotti), ma è il logico precipitato di trent’anni di corruzione culturale generalizzata.»
(Costanzo Preve, Sempre su Sinistra e Destra. Rilievi fraterni alla risposta a Costanzo Preve di Domenico Losurdo)
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«Non c’è dubbio che, dal punto di vista della critica economico-sociale al capitalismo da parte delle classi popolari, operaie, salariate e proletarie, queste classi siano state almeno per un secolo (e forse per due) l’insediamento storico e sociale della sinistra. Non solo non lo nego, ma lo ammetto apertamente.
L’aspetto emancipatorio di questa critica è strettamente legato all’orizzonte del superamento del capitalismo. Parlando di superamento del capitalismo non entro qui nel merito della preferibilità della via pacifica o della via rivoluzionaria, del riformismo gradualistico o dell’insurrezione, eccetera. Do per scontato che questo presupponga sempre l’analisi della situazione concreta (Lenin) e non possa certo essere “dedotto” da dicotomie bipolari. Su questo punto “concretistico” Losurdo mi darà pienamente ragione.
La questione è un’altra. In breve, la sinistra continua ad avere una funzione emancipativa se abbandona completamente l’orizzonte anticapitalistico? A mio avviso la risposta è no. Decisamente no. Ma è appunto ciò che ha fatto la sinistra reale (non quella idealtipica) dell’ultimo ventennio - trentennio. E l’aspetto più sporco di questo abbandono sta nel fatto che questo abbandono è stato fatto in silenzio ed ipocritamente, coperto da urla massimalistiche, antiberlusconismo identitario, sostituzione della classe operaia con la magistratura, simulazioni di scontri a bastonate di centri sociali con gli eterni “fascisti” eccetera.
Le classi popolari, operaie, salariate e proletarie hanno continuato a “dare fiducia” a partiti che accettavano integralmente l’orizzonte capitalistico della società. Si tratta di un fatto storico, non ideal-tipico. Qui non ci si può rifugiare nel mondo incantato e virtuale delle dicotomie. Ed ora, arrivata la crisi, non si limitano a pagare i costi della crisi (che sono strutturali, e quindi né di destra, né di sinistra), ma devono continuare a soffiare nei fischietti, battere i tamburi e salire sui tetti e sulle ciminiere, invocando l’intervento salvifico dei cinesi, degli enti locali, del Berlusca, eccetera. Mi chiedo dove stia in questo l’elemento della Emancipazione (con la “E” maiuscola).
Non mi si fraintenda. Non intendo certamente criticare la classe operaia perché mostra la sua totale e pittoresca impotenza. Ma se io affermo di essere “idealmente” al suo fianco contro i capitalisti (e tral’altro lo sono completamente), tutto ciò non elimina il problema storico oggettivo di cui stiamo parlando, che non è rivendicativo - sindacale, ma è storico. E lo formulerò così: classi totalmente impotenti possono continuare a rivendicare un ruolo attivo nella lunga lotta storica dell’Emancipazione contro la De-Emancipazione? Nei seminari filosofici di Losurdo certamente sì. Nella storia reale c’è invece di che pacatamente dubitarne.
E tuttavia i rilievi del paragrafo precedente toccano solo il problema della insufficienza emancipativa della sinistra, ma non giungono fino al dubbio iperbolico ed alla bestemmia massima per cui sul piano culturale (egemonico, avrebbe detto Gramsci) la sinistra non solo non è un fattore emancipativo, ma è un fattore attivo ed operante di de-emancipazione. Il passaggio dal nobile Gramsci all’ignobile Luxuria non è solo il frutto contingente delle scelte di un narcisista distruttivo fuori controllo (all’anagrafe Fausto Bertinotti), ma è il logico precipitato di trent’anni di corruzione culturale generalizzata.»
(Costanzo Preve, Sempre su Sinistra e Destra. Rilievi fraterni alla risposta a Costanzo Preve di Domenico Losurdo)
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13 novembre 2010
La storia dell'uguale più uguale dell'altro (di Lurtz)
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UHZ
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Questa volta un post "anomalo", ma solo perché lo spunto, da cui traggo alcune conclusioni, mi viene dalla seguente "letterina", letta nella rubrica "Per posta" di Michele Serra sull'ultimo numero de "Il Venerdì" di Repubblica.
Scrive la signora L.C.G. di Milano: «Premetto che sono una affezionata lettrice del vostro magazine che dà un'ampia panoramica su diversissime problematiche e situazioni. E' veramente un giornale intelligente ed occorrerebbero tanti altri aggettivi per dire ciò che rappresentate, ma che non sto ad elencare, in quanto penso che siate consapevoli della vostra bravura. Mi permetto di dirvi però che non avete rispettato la "differenza sessuale" descrivendo la fotografia di una bambina, l'attrice Shirley Temple, definendola "bambino prodigio". Non potevate mettere "bambina prodigio"? Non esiste dunque un prodigio al femminile? E' come quando si scrive o si dice il ministro tal dei tali e poi si scopre che è una Maria, Giuseppine o Teresa. Forse sarebbe il tempo di usare i titoli al femminile. Buon lavoro e buone vendite. Con i miei migliori saluti.»
Invito i lettori di questa "letterina" a trattenere le lacrime che avrà suscitato la risata, perché nonostante l'apparenza, la questione che la solerte (...ma, senza offesa, anche un po' fancazzista, digiamolo....) lettrice pone è attualissima e richiede attenzione (tra l'altro, quella che l'educato signor Serra non le riserva!)
(Mi scuso in anticipo per la brevità e la sommarietà con cui tratterò l'argomento, ma la maniera comunicativa internettiana non permette approfondimenti troppo lunghi.....)
Ritenendomi comunista, non posso che criticare e avversare questa branca, della religione laica del Ventesimo Secolo (la postmodernità), meglio nota come Differenzialismo.
Nell'ottica postmoderna, appunto, la questione della "differenza", sessuale soprattutto ma non solo, svolge una funzione di primo piano in quanto primo tratto distintivo dell'individuo della società iper-individualista.
L'insieme delle peculiarità proprie di ogni singolo individuo, ovvero le caratteristiche che determinano biologicamente e psicologicamente la singolarità appunto della persona all'interno del gruppo umano, nella concezione differenzialista assumono, ognuna, un'importanza propria rispetto ad ognuna delle altre, trasformando l'essere umano, la persona, da "involucro" dell'insieme a "contenitore" delle singole peculiarità.
Per meglio intenderci, un Mario Rossi non sarà più Mario Rossi, uomo, bruno, carnagione chiara, settentrionale, miope, eterosessuale, geometra, sposato, quarantenne. Ma diventerà Mario Rossi maschio, Mario Rossi bruno, Mario Rossi bianco, Mario Rossi lombardo, Mario Rossi cremonese, Mario Rossi settentrionale, Mario Rossi miope, Mario Rossi eterosessuale, eccetera eccetera all'infinito. E, in ogni sua singola caratteristica peculiare, rientrerà in una propria categoria d'appartenenza.
Tutto ciò, a mio parere, non ha nulla a che vedere con la, giusta, richiesta di individuazione, nella totalità, della singolarità dell'individuo.
Questo modo di procedere segue perfettamente i principi della società capitalistica, al cui interno esiste una forma di eguagliamento e una forma di differenziazione. Per cui si è, tutti, consumatori e produttori, ma si è anche produttori di merci specifiche e singole e quindi consumatori di merci specifiche e singole. Ognuno con richieste e necessità proprie e particolari.
In questo modo gli esseri umani stessi sono ridotti a merci e sentono quindi il bisogno di differenziarsi dalle altre merci umane.
Ma qui, come suggerisce il proverbio, casca l'asino.
Perché in una società che spinge verso la globalizzazione dei consumi, differenziarsi equivale a omologarsi. Read more...
Scrive la signora L.C.G. di Milano: «Premetto che sono una affezionata lettrice del vostro magazine che dà un'ampia panoramica su diversissime problematiche e situazioni. E' veramente un giornale intelligente ed occorrerebbero tanti altri aggettivi per dire ciò che rappresentate, ma che non sto ad elencare, in quanto penso che siate consapevoli della vostra bravura. Mi permetto di dirvi però che non avete rispettato la "differenza sessuale" descrivendo la fotografia di una bambina, l'attrice Shirley Temple, definendola "bambino prodigio". Non potevate mettere "bambina prodigio"? Non esiste dunque un prodigio al femminile? E' come quando si scrive o si dice il ministro tal dei tali e poi si scopre che è una Maria, Giuseppine o Teresa. Forse sarebbe il tempo di usare i titoli al femminile. Buon lavoro e buone vendite. Con i miei migliori saluti.»
Invito i lettori di questa "letterina" a trattenere le lacrime che avrà suscitato la risata, perché nonostante l'apparenza, la questione che la solerte (...ma, senza offesa, anche un po' fancazzista, digiamolo....) lettrice pone è attualissima e richiede attenzione (tra l'altro, quella che l'educato signor Serra non le riserva!)
(Mi scuso in anticipo per la brevità e la sommarietà con cui tratterò l'argomento, ma la maniera comunicativa internettiana non permette approfondimenti troppo lunghi.....)
Ritenendomi comunista, non posso che criticare e avversare questa branca, della religione laica del Ventesimo Secolo (la postmodernità), meglio nota come Differenzialismo.
Nell'ottica postmoderna, appunto, la questione della "differenza", sessuale soprattutto ma non solo, svolge una funzione di primo piano in quanto primo tratto distintivo dell'individuo della società iper-individualista.
L'insieme delle peculiarità proprie di ogni singolo individuo, ovvero le caratteristiche che determinano biologicamente e psicologicamente la singolarità appunto della persona all'interno del gruppo umano, nella concezione differenzialista assumono, ognuna, un'importanza propria rispetto ad ognuna delle altre, trasformando l'essere umano, la persona, da "involucro" dell'insieme a "contenitore" delle singole peculiarità.
Per meglio intenderci, un Mario Rossi non sarà più Mario Rossi, uomo, bruno, carnagione chiara, settentrionale, miope, eterosessuale, geometra, sposato, quarantenne. Ma diventerà Mario Rossi maschio, Mario Rossi bruno, Mario Rossi bianco, Mario Rossi lombardo, Mario Rossi cremonese, Mario Rossi settentrionale, Mario Rossi miope, Mario Rossi eterosessuale, eccetera eccetera all'infinito. E, in ogni sua singola caratteristica peculiare, rientrerà in una propria categoria d'appartenenza.
Tutto ciò, a mio parere, non ha nulla a che vedere con la, giusta, richiesta di individuazione, nella totalità, della singolarità dell'individuo.
Questo modo di procedere segue perfettamente i principi della società capitalistica, al cui interno esiste una forma di eguagliamento e una forma di differenziazione. Per cui si è, tutti, consumatori e produttori, ma si è anche produttori di merci specifiche e singole e quindi consumatori di merci specifiche e singole. Ognuno con richieste e necessità proprie e particolari.
In questo modo gli esseri umani stessi sono ridotti a merci e sentono quindi il bisogno di differenziarsi dalle altre merci umane.
Ma qui, come suggerisce il proverbio, casca l'asino.
Perché in una società che spinge verso la globalizzazione dei consumi, differenziarsi equivale a omologarsi. Read more...
4 novembre 2010
Tu ci metti solo il collo, alla corda e al sapone ci pensano loro. (di Lurtz)
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UHZ
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Discorrevo con una persona del più e del meno e questa ha posto un dilemma: "Gas, Luce, Telefono, Spazzatura, Affitto, poi si deve mangiare poi la benzina per la macchina.....quante spese. Ma come fa uno in cassintegrazione ad arrivare a fine mese?"; "...bhè...", rispondo, "...è semplice! Non ci arriva. Oppure si ingegna.
Non paga le bollette o non paga l'affitto. Oppure va a fare lavoretti supplementari, ovviamente in nero col rischio di essere licenziato se lo beccano. Oppure ancora, chiede un prestito".
"...Eh, si...però il prestito poi lo deve restituire...", incalza l'interlocutore; "No problem. Vorrà dire che chiederà un prestito per pagare il prestito, e così via fino a quando non muore di vecchiaia o si suicida perché non ha più nemmeno i reni da vendere!".
Troppo cinico? Troppo duro? Esageratamente catastrofico?
Non credo.
Perché ahìnoi questi "risultati finali" sono diventati l'ordine del giorno, ma la vera catastrofe è che siano considerati come "problemi marginali".
Però l'eccesso, quando diventa quotidianità, non può più essere considerato marginalmente.
Prima che cambiassi canale a causa del disgusto insopportabile che mi ha provocato, durante la puntata della scorsa settimana de "L'Infedele", il programma di approfondimento de La7 condotto da Gad Lerner, uno degli ospiti, Giuseppe Guzzetti presidente della Fondazione Cariplo, esaltava la funzione sociale necessaria che le organizzazioni come la sua rivestono nella moderna società.
In un mondo non ipocrita la definizione corretta sarebbe: strozzini. Nella nostra società, capitalista e in perenne concorrenza, invece tutto ciò è terreno legale di profitto.
E' un'opportunità.
Dal "loro" punto di vista.
Dall'altro punto di vista, invece, è l'anticamera della morte.
Salvo, ed è questa la via che ci obbligano a percorrere, arrendersi ad una vita di debiti.
Per chi volesse approfondire l'argomento:
«A proposito di strozzini», di Salvatore Cernigliaro
«Il debito in busta paga», di Marco Gallicani
«Banche, strozzini legalizzati», di Raffaele Bruno
Read more...
Non paga le bollette o non paga l'affitto. Oppure va a fare lavoretti supplementari, ovviamente in nero col rischio di essere licenziato se lo beccano. Oppure ancora, chiede un prestito".
"...Eh, si...però il prestito poi lo deve restituire...", incalza l'interlocutore; "No problem. Vorrà dire che chiederà un prestito per pagare il prestito, e così via fino a quando non muore di vecchiaia o si suicida perché non ha più nemmeno i reni da vendere!".
Troppo cinico? Troppo duro? Esageratamente catastrofico?
Non credo.
Perché ahìnoi questi "risultati finali" sono diventati l'ordine del giorno, ma la vera catastrofe è che siano considerati come "problemi marginali".
Però l'eccesso, quando diventa quotidianità, non può più essere considerato marginalmente.
Prima che cambiassi canale a causa del disgusto insopportabile che mi ha provocato, durante la puntata della scorsa settimana de "L'Infedele", il programma di approfondimento de La7 condotto da Gad Lerner, uno degli ospiti, Giuseppe Guzzetti presidente della Fondazione Cariplo, esaltava la funzione sociale necessaria che le organizzazioni come la sua rivestono nella moderna società.
In un mondo non ipocrita la definizione corretta sarebbe: strozzini. Nella nostra società, capitalista e in perenne concorrenza, invece tutto ciò è terreno legale di profitto.
E' un'opportunità.
Dal "loro" punto di vista.
Dall'altro punto di vista, invece, è l'anticamera della morte.
Salvo, ed è questa la via che ci obbligano a percorrere, arrendersi ad una vita di debiti.
Per chi volesse approfondire l'argomento:
«A proposito di strozzini», di Salvatore Cernigliaro
«Il debito in busta paga», di Marco Gallicani
«Banche, strozzini legalizzati», di Raffaele Bruno
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29 ottobre 2010
"Israele, operai palestinesi esposti al bromuro di metile non ricevono neanche salario minimo"
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UHZ
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Articolo condiviso da: Nena News.
(segnalato via Facebook da G.R.)
Continua l’agitazione dei lavoratori della fabbrica Sol-Or, sulla «Linea verde» tra Israele e Cisgiordania, esposti al gas vietato dal Protocollo di Montreal, che ricevono meno di 600 euro al mese.
Gerusalemme, 25-10-10
– Novanta shekel (18 euro) per otto ore di lavoro a contatto con il bromuro di metile. E’ questa la retribuzione da fame accordata sino ad oggi ai 70 operai palestinesi della Sol-Or, una fabbrica israeliana situata nella zona industriale di Shalom Nitzanei, sulla «Linea Verde», tra Oz Nitzanei e la città palestinese di Tulkarem. I lavoratori hanno detto basta allo sfruttamento che subiscono da anni e chiedono l’applicazione di una sentenza del 2008 con la quale l’Alta Corte di Giustizia ha affermato che anche le aziende israeliane situate sulla «Linea Verde» o all’interno della Cisgiordania devono corrispondere ai propri dipendenti palestinesi il salario minimo previsto per i cittadini israeliani.
La vertenza si trascina dal 2007, quando i lavoratori presentarono le stesse richieste alla proprietà senza ottenere alcun risultato .
«Ho lavorato in quella fabbrica per 10 anni ricevendo solo 90 shekel al giorno», ha detto un operaio, Fahri, al quotidiano Jerusalem Post,«ho sempre avuto buoni rapporti con gli amministratori ma non rinuncio al salario minimo». Fahri ha aggiunto che la direzione ha offerto di raggiungere compromessi con i lavoratori, ma solo su base individuale.
La protesta ha origine anche nel tipo di attività della Sol-Or che presenta seri rischi per la salute. I lavoratori devono verificare che i contenitori di bromuro di metile siano puliti, esponendosi al gas altamente tossico. Molti di loro lamentano danni alla vista e all’apparato respiratorio. Prima di essere bandito dal Protocollo di Montreal, il bromuro di metile è stato largamente impiegato come fumigante per la geodisinfestazione, soprattutto nelle colture protette, nel vivaismo e nella produzione di sementi.
L’avvocato del lavoro Ahmad Najib ha riferito che molti degli operai hanno lavorato in fabbrica 15 anni, in condizioni rischiose, senza avere percepito almeno il salario minimo. La proprietà da parte sua non affronta il problema e si limita ad accusare un gruppo di dipendenti che, a suo dire, avrebbe esercitato forti pressioni sugli altri lavoratori per bloccare le attività produttive.
Le zone industriali sorte lungo la «Linea Verde» sono oggetto da lungo tempo di critiche poiché a non pochi proprietari di aziende e fabbriche israeliane appare lecito non rispettare i diritti dei lavoratori previsti dalla legge nei riguardi di operai e manovali palestinesi. Diversi imprenditori giustificano i salari più bassi con il costo della vita meno elevato in Cisgiordania rispetto a Israele e arrivano al punto da non garantire neppure il salario minino ai lavoratori palestinesi. Read more...
(segnalato via Facebook da G.R.)
Continua l’agitazione dei lavoratori della fabbrica Sol-Or, sulla «Linea verde» tra Israele e Cisgiordania, esposti al gas vietato dal Protocollo di Montreal, che ricevono meno di 600 euro al mese.
Gerusalemme, 25-10-10
– Novanta shekel (18 euro) per otto ore di lavoro a contatto con il bromuro di metile. E’ questa la retribuzione da fame accordata sino ad oggi ai 70 operai palestinesi della Sol-Or, una fabbrica israeliana situata nella zona industriale di Shalom Nitzanei, sulla «Linea Verde», tra Oz Nitzanei e la città palestinese di Tulkarem. I lavoratori hanno detto basta allo sfruttamento che subiscono da anni e chiedono l’applicazione di una sentenza del 2008 con la quale l’Alta Corte di Giustizia ha affermato che anche le aziende israeliane situate sulla «Linea Verde» o all’interno della Cisgiordania devono corrispondere ai propri dipendenti palestinesi il salario minimo previsto per i cittadini israeliani.
La vertenza si trascina dal 2007, quando i lavoratori presentarono le stesse richieste alla proprietà senza ottenere alcun risultato .
«Ho lavorato in quella fabbrica per 10 anni ricevendo solo 90 shekel al giorno», ha detto un operaio, Fahri, al quotidiano Jerusalem Post,«ho sempre avuto buoni rapporti con gli amministratori ma non rinuncio al salario minimo». Fahri ha aggiunto che la direzione ha offerto di raggiungere compromessi con i lavoratori, ma solo su base individuale.
La protesta ha origine anche nel tipo di attività della Sol-Or che presenta seri rischi per la salute. I lavoratori devono verificare che i contenitori di bromuro di metile siano puliti, esponendosi al gas altamente tossico. Molti di loro lamentano danni alla vista e all’apparato respiratorio. Prima di essere bandito dal Protocollo di Montreal, il bromuro di metile è stato largamente impiegato come fumigante per la geodisinfestazione, soprattutto nelle colture protette, nel vivaismo e nella produzione di sementi.
L’avvocato del lavoro Ahmad Najib ha riferito che molti degli operai hanno lavorato in fabbrica 15 anni, in condizioni rischiose, senza avere percepito almeno il salario minimo. La proprietà da parte sua non affronta il problema e si limita ad accusare un gruppo di dipendenti che, a suo dire, avrebbe esercitato forti pressioni sugli altri lavoratori per bloccare le attività produttive.
Le zone industriali sorte lungo la «Linea Verde» sono oggetto da lungo tempo di critiche poiché a non pochi proprietari di aziende e fabbriche israeliane appare lecito non rispettare i diritti dei lavoratori previsti dalla legge nei riguardi di operai e manovali palestinesi. Diversi imprenditori giustificano i salari più bassi con il costo della vita meno elevato in Cisgiordania rispetto a Israele e arrivano al punto da non garantire neppure il salario minino ai lavoratori palestinesi. Read more...
28 ottobre 2010
Salendo la scala del pollaio (di Lurtz)
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Mamma mia che impeto!
Non si son ancora completamente spenti i fuochi della manifestazione Fiom del 16 ottobre, che incalza con veemenza la prossima manifestazione Cgil.
Il 27 novembre. Sabato, 27 novembre.
Non so se i lavoratori italiani sono mentalmente e fisicamente pronti ad affrontare tutte queste prove, tutta questa tensione sindacale.
Di sciopero generale se ne parla a malapena, ma è meglio così. Esagerare sarebbe controproducente.
Aldilà dello scherzo e dell'ironia, mi si permetta la trivialità: non c'è proprio un cazzo da ridere!
Il sindacato, vista la "ferocia" dei metodi, potrebbe compilare con largo anticipo l'agenda delle proteste anche per il 2011.
Ai partiti, invece, tutto ciò pare interessare a corrente alternata perché, pare, abbiano questioni ben più importanti a cui pensare. Ad esempio come programmare le possibili alleanze nel caso si vada al voto in primavera.
Prima o poi mi stancherò di ripetere che non sono questi i motivi per cui gli elettori si sentono attratti e decidono di votare "comunista". E quel che è peggio, è che sono certo che chi di dovere lo sa benissimo, ma semplicemente, se ne fotte! Read more...
Non si son ancora completamente spenti i fuochi della manifestazione Fiom del 16 ottobre, che incalza con veemenza la prossima manifestazione Cgil.
Il 27 novembre. Sabato, 27 novembre.
Non so se i lavoratori italiani sono mentalmente e fisicamente pronti ad affrontare tutte queste prove, tutta questa tensione sindacale.
Di sciopero generale se ne parla a malapena, ma è meglio così. Esagerare sarebbe controproducente.
Aldilà dello scherzo e dell'ironia, mi si permetta la trivialità: non c'è proprio un cazzo da ridere!
Il sindacato, vista la "ferocia" dei metodi, potrebbe compilare con largo anticipo l'agenda delle proteste anche per il 2011.
Ai partiti, invece, tutto ciò pare interessare a corrente alternata perché, pare, abbiano questioni ben più importanti a cui pensare. Ad esempio come programmare le possibili alleanze nel caso si vada al voto in primavera.
Prima o poi mi stancherò di ripetere che non sono questi i motivi per cui gli elettori si sentono attratti e decidono di votare "comunista". E quel che è peggio, è che sono certo che chi di dovere lo sa benissimo, ma semplicemente, se ne fotte! Read more...
26 ottobre 2010
I lavoratori del comparto "servitù" (di Lurtz)
Postato da:
UHZ
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Personalmente non sento di avere difetti di dignità nel fare il lavoro che faccio, però che fatica.
Non fisica, a quella in qualche modo ci si abitua, ma mentale. E credo che sia così per tutti quelli che, appunto come me, svolgono quel genere di lavoro che io definisco "di servitù": colf, baristi, camerieri, commessi, custodi di stabile, eccetera. Si badi, non chi ha "semplicemente" a che fare col pubblico, ma chi lo "serve" il pubblico (e il privato, ovviamente).
Perché non importa "chi" sei, ma solo "cosa" fai.
Come dicevo, non ritengo che chi pulisce un cesso o porge un piatto o rimette ordine una casa (altrui) sia un essere inferiore. E chi lo fa non deve sentirsi tale.
Si può benissimo possedere una o più lauree o non avere nemmeno terminato il corso obbligatorio di studi, non per questo si dovrebbero patire vessazioni di alcun tipo se si svolge un lavoro cosiddetto "umile". Eppure la realtà è diversa.
Infatti, nell'immaginario collettivo, chi "serve" è "servo" e, in quanto tale, deve essere comandato a bacchetta e/o trattato da sub-umano.
E tutto ciò aldilà del trattamento riservato da parte del padrone.
Mi riferisco infatti, in primo luogo, al comportamento di chi usufruisce del servizio e di chi "vede" la situazione da fuori.
La prima umiliazione che si tenta di fare ingoiare si espleta quando si parla con altre persone. Ad esempio, mi è capitato di sentirmi dire: "Perché fai questo lavoro? Una persona come te potrebbe ambire a ben altro che lavare i pavimenti". Oppure genitori che dicono ai figli: "Potresti fare il cameriere, in attesa di un lavoro come si deve".
Non casualmente, questi lavori vengono svolti in maggior percentuale da stranieri, al punto che il sottoscritto a causa del cognome di origine sarda si sia sentito domandare: "Ma lei è italiano?".
Poi c'è la questione del rapporto col padrone.
Chi svolge questi lavori, nella maggior parte dei casi, rientra nella categoria di dipendente di "aziende con meno di 15 dipendenti". E qui si ride, amaramente.
Queste categorie non beneficiano degli ammortizzatori sociali; sono meno tutelate in caso di licenziamento (art. 18, questo sconosciuto...); e altro punto dolente è la questione contrattuale, nel senso che, se non si lavora in nero, il contratto è un miraggio.
L'erba del vicino è sempre più verde, e infatti capita di sentirsi dire: "Ah, beato te che fai il barista. Sempre a contatto con bella gente. Un lavoro creativo che da soddisfazioni", peccato però che la vita reale non sia propriamente quella che si vede nei film. L'entusiasmo scema via via davanti al fatto che servire caffè e cappuccini tutti i giorni alla stessa ora e sempre alle stesse persone non è poi così differente dall'assemblare pezzi in un'officina metalmeccanica, con la differenza che, nel caso dei baristi, si è costretti a indossare scomodi papillon, avere un sorriso stampato in faccia anche se hai appena ricevuto l'ingiunzione di sfratto e che se ti scappa di dover pisciare può anche capitare di doverla trattenere per intere mattinate.
Mi auguro che non si fraintenda il fatto che qui non si sta sostenendo che lavorare in fabbrica sia meglio o più bello, ma semplicemente che ogni impiego ha i suoi pro e i suoi contro.
Una grossa differenza, sempre all'interno di determinate categorie, sta nel fatto che l'orario di lavoro non è quasi mai rispettato.
Per esempio, e parlo per esperienza personale, a chi svolge la mansione di "custode di stabile"solo per il fatto che, nella maggior parte dei casi, abita nello stesso luogo dove lavora viene "velatamente" imposto che la disponibilità sia valida 24 ore su 24: spesso durante la pausa pranzo capita di dover ritirare pacchi consegnati da corrieri oppure, meno spesso ma comunque da non sottovalutare, capita che la sera dopo cena qualche inquilino abbia scordato le chiavi di casa, e altre "cosucce" del genere. "Cosucce", fino ad un certo punto dato che non se tiene conto nella retribuzione.
Oppure, un altro esempio può essere quello riferito alle "donne di servizio", le colf, le quali, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono "affittate" in nero per poche ore alla settimana e magari si trovano costrette a lavorare a un tenore di cottimo per svolgere tutte le "faccende" entro l'orario stabilito.
Oltre che per la necessità di esternare una situazione di disagio personale, ho voluto parlare di tutto ciò perché troppo spesso ci si dimentica che nella categoria generica dei lavoratori rientrano molte sottocategorie a cui non si fa quasi mai riferimento.
Si sente spesso parlare di "contratti collettivi nazionali", di "lavoratori della pubblica amministrazione", di "metalmeccanici", di "dipendenti della scuola", eccetera, ma quando si parla di tutti gli altri ci si riferisce ad una generale categoria di "lavoratori".
Questi non partecipano a scioperi e manifestazioni per diversi motivi, tra cui il fatto che non si sentono realmente tutelati dai sindacati, che non si sentono realmente rappresentati nelle proteste e perché rischiano realmente il licenziamento nel caso di sciopero.
Ma sono anch'essi lavoratori, nè più nè meno di tutti gli altri.
Anche questa è, a mio parere, una ragione per sottolineare l'esigenza di formazione di un vero sindacato di classe.
Un organismo, insomma, che non distingua le categorie privilegiandone alcune nelle lotte. Read more...
Non fisica, a quella in qualche modo ci si abitua, ma mentale. E credo che sia così per tutti quelli che, appunto come me, svolgono quel genere di lavoro che io definisco "di servitù": colf, baristi, camerieri, commessi, custodi di stabile, eccetera. Si badi, non chi ha "semplicemente" a che fare col pubblico, ma chi lo "serve" il pubblico (e il privato, ovviamente).
Perché non importa "chi" sei, ma solo "cosa" fai.
Come dicevo, non ritengo che chi pulisce un cesso o porge un piatto o rimette ordine una casa (altrui) sia un essere inferiore. E chi lo fa non deve sentirsi tale.
Si può benissimo possedere una o più lauree o non avere nemmeno terminato il corso obbligatorio di studi, non per questo si dovrebbero patire vessazioni di alcun tipo se si svolge un lavoro cosiddetto "umile". Eppure la realtà è diversa.
Infatti, nell'immaginario collettivo, chi "serve" è "servo" e, in quanto tale, deve essere comandato a bacchetta e/o trattato da sub-umano.
E tutto ciò aldilà del trattamento riservato da parte del padrone.
Mi riferisco infatti, in primo luogo, al comportamento di chi usufruisce del servizio e di chi "vede" la situazione da fuori.
La prima umiliazione che si tenta di fare ingoiare si espleta quando si parla con altre persone. Ad esempio, mi è capitato di sentirmi dire: "Perché fai questo lavoro? Una persona come te potrebbe ambire a ben altro che lavare i pavimenti". Oppure genitori che dicono ai figli: "Potresti fare il cameriere, in attesa di un lavoro come si deve".
Non casualmente, questi lavori vengono svolti in maggior percentuale da stranieri, al punto che il sottoscritto a causa del cognome di origine sarda si sia sentito domandare: "Ma lei è italiano?".
Poi c'è la questione del rapporto col padrone.
Chi svolge questi lavori, nella maggior parte dei casi, rientra nella categoria di dipendente di "aziende con meno di 15 dipendenti". E qui si ride, amaramente.
Queste categorie non beneficiano degli ammortizzatori sociali; sono meno tutelate in caso di licenziamento (art. 18, questo sconosciuto...); e altro punto dolente è la questione contrattuale, nel senso che, se non si lavora in nero, il contratto è un miraggio.
L'erba del vicino è sempre più verde, e infatti capita di sentirsi dire: "Ah, beato te che fai il barista. Sempre a contatto con bella gente. Un lavoro creativo che da soddisfazioni", peccato però che la vita reale non sia propriamente quella che si vede nei film. L'entusiasmo scema via via davanti al fatto che servire caffè e cappuccini tutti i giorni alla stessa ora e sempre alle stesse persone non è poi così differente dall'assemblare pezzi in un'officina metalmeccanica, con la differenza che, nel caso dei baristi, si è costretti a indossare scomodi papillon, avere un sorriso stampato in faccia anche se hai appena ricevuto l'ingiunzione di sfratto e che se ti scappa di dover pisciare può anche capitare di doverla trattenere per intere mattinate.
Mi auguro che non si fraintenda il fatto che qui non si sta sostenendo che lavorare in fabbrica sia meglio o più bello, ma semplicemente che ogni impiego ha i suoi pro e i suoi contro.
Una grossa differenza, sempre all'interno di determinate categorie, sta nel fatto che l'orario di lavoro non è quasi mai rispettato.
Per esempio, e parlo per esperienza personale, a chi svolge la mansione di "custode di stabile"solo per il fatto che, nella maggior parte dei casi, abita nello stesso luogo dove lavora viene "velatamente" imposto che la disponibilità sia valida 24 ore su 24: spesso durante la pausa pranzo capita di dover ritirare pacchi consegnati da corrieri oppure, meno spesso ma comunque da non sottovalutare, capita che la sera dopo cena qualche inquilino abbia scordato le chiavi di casa, e altre "cosucce" del genere. "Cosucce", fino ad un certo punto dato che non se tiene conto nella retribuzione.
Oppure, un altro esempio può essere quello riferito alle "donne di servizio", le colf, le quali, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono "affittate" in nero per poche ore alla settimana e magari si trovano costrette a lavorare a un tenore di cottimo per svolgere tutte le "faccende" entro l'orario stabilito.
Oltre che per la necessità di esternare una situazione di disagio personale, ho voluto parlare di tutto ciò perché troppo spesso ci si dimentica che nella categoria generica dei lavoratori rientrano molte sottocategorie a cui non si fa quasi mai riferimento.
Si sente spesso parlare di "contratti collettivi nazionali", di "lavoratori della pubblica amministrazione", di "metalmeccanici", di "dipendenti della scuola", eccetera, ma quando si parla di tutti gli altri ci si riferisce ad una generale categoria di "lavoratori".
Questi non partecipano a scioperi e manifestazioni per diversi motivi, tra cui il fatto che non si sentono realmente tutelati dai sindacati, che non si sentono realmente rappresentati nelle proteste e perché rischiano realmente il licenziamento nel caso di sciopero.
Ma sono anch'essi lavoratori, nè più nè meno di tutti gli altri.
Anche questa è, a mio parere, una ragione per sottolineare l'esigenza di formazione di un vero sindacato di classe.
Un organismo, insomma, che non distingua le categorie privilegiandone alcune nelle lotte. Read more...
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