"Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo."
(Vladimir Ilič Ul'janov, Lenin, 1917)

17 ottobre 2010

"Le nefaste conseguenze dell'attuazione del federalismo fiscale".

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Articolo condiviso da "L'ernesto"

di Domenico Moro

«La questione fiscale è centrale negli Stati moderni, sia per la gestione del debito pubblico che per la costruzione del consenso. Lo sanno bene Lega e Forza Italia (ora PdL), che della riduzione della pressione fiscale hanno fatto uno slogan: “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”. Il centro-sinistra, e la sinistra soprattutto, hanno pagato duramente la sottovalutazione della questione fiscale alle elezioni del 2006 e del 2008. Nel 2006 l’ultimo confronto Tv tra Prodi e Berlusconi, in cui il primo fece capire che avrebbe aumentato le tasse ed il secondo dichiarò che avrebbe eliminato la tassa sulla prima casa, contribuì a ridurre il margine di vantaggio del centro-sinistra ad una inezia e a generare una vittoria monca. I soli 24mila voti di scarto a favore del Centro-sinistra determinarono una maggioranza esigua che favorì la rapida fine della legislatura. D’altro canto, anche l’aumento dell’Irpef sui redditi dei lavoratori da parte del governo Prodi ebbe qualche responsabilità, insieme ad altri fattori (legge elettorale, mancato ritiro della Legge 30, Afghanistan, ecc.), sul tracollo della sinistra alle elezioni del 2008. Tuttavia, non è vero che la destra diminuisca le tasse, è vero anzi il contrario. Durante il precedente governo Berlusconi si registrò un aumento delle tasse indirette, quelle sui consumi.



Queste appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta, sui redditi. E, soprattutto, pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa (l’Iva), pur avendo redditi, diciamo così, diversi. Il risultato è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale e anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 dice che le tasse devono essere progressive, cioè devono aumentare all’aumentare del reddito. Oggi, con il decreto attuativo sul federalismo fiscale approvato dal governo assistiamo al “capolavoro” della destra italiana che coglie tre e non i due classici “piccioni con una fava”. Vediamo quali sono: 
- Aumento delle tasse. Il governo prevede di aumentare ancora la tassazione diretta con l’innalzamento del tetto dell’addizionale regionale Irpef dall’1,4% al 3%; 
- Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. È da notare, inoltre, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che il primo governo Prodi nel 1997 incluse, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella indiretta, pagata in servizi pubblici. 
- Riduzione della progressività della tassazione. Il governo ha aumentato la tassazione indiretta, introducendo nuovi balzelli. Particolarmente iniquo quello sul passaggio sulle tangenziali e i raccordi urbani, che, sospeso dal Tar, è stato nuovamente decretato dal governo. Inoltre e soprattutto, col federalismo fiscale aumenterà il peso dell’Iva nel finanziamento delle regioni. 
Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno devastanti da almeno tre punti di vista: 
- Aumenterà il gap tra salari e profitti
- Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di servizi e di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale), rischia un ulteriore tracollo. 
- La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regole e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo ospedali e reparti, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Interi territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi. 
La destra ha messo le mani nelle tasche degli italiani. Va smascherata, anche se si arrampica sugli specchi per negarlo, parlando di macchinose “clausole di invarianza fiscale” e di fantomatiche “conferenze di coordinamento governo-regioni”. Ci sarà una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento delle tasse ai lavoratori. Inoltre, l’aumento della pressione fiscale sui lavoratori è tanto più intollerabile in quanto è sospinto dall’aumento del deficit e del debito pubblico, che in gran parte è causato dal sostegno ai profitti e alle rendite di imprese e banche. Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%. Il governo Berlusconi-Lega è il meno adatto a combattere l’evasione: i maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%), le regioni dove c’è la base elettorale di PdL e Lega. A sinistra, oltre ad aver sottovalutato la questione fiscale, ritenuta secondaria rispetto a quella salariale, si è finora affrontato il federalismo in modo poco deciso, pensando che fosse eminentemente questione di unità nazionale e non sociale e di classe. Si tratta di un errore, in primo luogo perché la questione fiscale rientra nella questione del salario complessivo, riguardando il salario indiretto. In secondo luogo, perché, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati finanziari a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse sarà sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.»
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15 ottobre 2010

"Quali aspettative sulla manifestazione del 16 ottobre?"

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Articolo condiviso tramite "La Rete dei Comunisti"

«La manifestazione nazionale del 16 ottobre convocata dalla Fiom-Cgil a difesa dei diritti costituzionali dei lavoratori, ha creato molte aspettative. Il problema è verificare se, quante e quali di esse saranno attese.
Sul piano politico i contenuti della manifestazione colgono un problema reale. L’attacco padronale ai diritti dei lavoratori, punta non solo a imporre il comando totale del capitale sul lavoro, ma destruttura in profondità quella parte dell’impianto costituzionale che almeno formalmente ha riconosciuto al lavoro e ai lavoratori un ruolo fondativo della democrazia e della repubblica.
Il mantenimento di questo ruolo fondativo ha reso possibile che la Fiat venisse ancora oggi condannata in due tribunali (Potenza e Torino) per i licenziamenti ingiustificati dei delegati sindacali. Qualora passasse il modello “costituzionale” di Marchionne e della Fiat, uno scenario del genere diventerebbe raro o impensabile.
Ma sul piano politico la manifestazione del 16 ottobre pone anche altri problemi, stavolta di natura diversa. In questa occasione la Fiom-Cgil sta svolgendo un ruolo di supplenza politica verso le difficoltà e il logoramento dei partiti della sinistra, andando ad assumere un ruolo che non è proprio delle organizzazioni sindacali. Questo non rappresenta una novità. Cofferati e la Cgil nel 2002 svolsero lo stesso ruolo. Gli esiti nefasti però li abbiamo verificati tutti su entrambi i soggetti.
La segreteria della Cgil, spinge infatti affinché la manifestazione del 16 ottobre abbia solo “un carattere sindacale” e non assuma su di sé aspettative generali, perché sul piano politico esiste sia il problema delle relazioni tra il PD con i sindacati di regime come Cisl e Uil, sia l’ambizione a far rientrare al più presto la Cgil dentro i tavoli del patto sociale neocorporativo con Confindustria e governo, agevolando l’interlocuzione con la nascita di un polo moderato in funzione antiberlusconiana. In questo senso la Fiom-Cgil (e soprattutto il sindacalismo di base anticoncertativo) vanno normalizzati con ogni mezzo necessario.
E’ su questa strettoia che lo spazio per la Fiom-Cgil diventa irto di insidie e contraddizioni.


Da un lato ci sono le aspettative di migliaia di lavoratori, delegati, attivisti sociali che in qualche modo intendono tenere aperto il conflitto sociale tra capitale e lavoro e rifiutano il patto sociale.
Dall’altra ci sono le compatibilità interne alla Cgil che non ammettono scostamenti e tendono a isolare il sindacato dei metalmeccanici anche dentro la Cgil stessa.
Prima il referendum su Pomigliano poi le polemiche sulle contestazioni alla Cisl, hanno visto un crescendo di minacce, sanzioni, richieste di dissociazione esplicitate in ripetute interviste e dichiarazioni dall’attuale segretario della Cgil Epifani.
E qui si apre l’ultima contraddizione. La Cgil ha imposto alla Fiom-Cgil che al comizio finale parli Epifani, il quale in questi mesi si è sistematicamente opposto alla Fiom.
Si palesa così un duplice rischio:
a) che Epifani venga sonoramente contestato alla manifestazione di una importante categoria della sua Cgil. Tale scenario vedrebbe una resa dei conti feroce dentro la Cgil contro la Fiom (vedi l’intervista di Epifani al Corriere della Sera di mercoledì)
b) Se Epifani non venisse contestato in piazza ma legittimato e riconosciuto come leadership dopo aver agito sistematicamente contro le decisioni della Fiom-Cgil, sarebbe una nuova vittoria dell’ipotesi concertativa e neocorporativa. Ogni aspettativa dei lavoratori, dei delegati o dei militanti della sinistra sull’autonomia della Fiom alimentata in questi mesi, verrebbe nuovamente frustrata, sancendo la normalizzazione invocata dai sostenitori del patto sociale.
Ci sembra dunque che la manifestazione del 16 ottobre rischi così di diventare come quella del 20 ottobre del 2007 (quando la sinistra era nel governo Prodi), cioè una iniziativa nata e cresciuta con molte aspettative e rivelatasi troppo al di sotto delle stesse sul piano politico e soprattutto sul piano sindacale. Su questo piano infatti va evidenziato un'altro aspetto contraddittorio che non emerge mai.
Se la Fiom-Cgil può svolgere una funzione obiettiva sui problemi della categoria e sulla battaglia politica - al di là delle specifiche valutazioni ognuno può fare - diviene però inutilizzabile rispetto all'organizzazione generale delle altre categorie di lavoratori che di fatto vengono lasciate in mano alla Confederazione CGIL. Questo è un ruolo che non risponde per niente alle esigenze del movimento dei lavoratori, il quale ha bisogno di una reale ricomposizione confederale per sostenere la pesantissima lotta di classe "dall'alto" che viene fatta dal padronato e dal governo.
E’ troppo debole, anzi assente ancora oggi, una discussione sul dopo 16 ottobre, sul carattere e le possibilità del conflitto sociale nel nostro paese, sull’indipendenza politica e sindacale di una opzione di classe e sulle forme di organizzazione adeguate a rappresentare in questo scenario gli interessi dei lavoratori, dei disoccupati, dei settori popolari e dei ceti sociali proletarizzati dalla crisi economica.
Non guardiamo affatto con ostilità o sufficienza alla manifestazione del 16 ottobre e molti compagne e compagni sabato saranno in piazza, ma riteniamo sbagliato non indicare chiaramente le contraddizioni che continuano a ripetersi intorno a scandenze-evento come quella del prossimo sabato. I giorni successivi forniranno a tutti i dati obiettivi per discuterne con lealtà e franchezza.
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9 ottobre 2010

16 Ottobre. Perché sì ..... e perché no. (di Lurtz)

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Sono consapevole di apparire, alle volte, noioso perché ripeto le solite cose, ma ne sento la necessità. Sento la necessità di prendere posizione riguardo a determinati argomenti.
Da qualche tempo, che piaccia o meno, mi sono via via convinto circa la scarsissima utilità, al limite dell'inutilità, di alcuni eventi.
Sono sempre stato dell'idea che manifestazioni, scioperi e cortei, più che "diritti" democratici debbano essere interpretati come "doveri" della classe dei lavoratori all'interno di uno Stato borghese. Quello che invece mi ha convinto circa la loro scarsa utilità è il modo con cui si svolgono. Ed infatti non me ne sento coinvolto, se non molto distaccatamente.
Sia chiaro che questo non vuole essere un discorso da "duri e puri", da élitari, ma, al contrario, vuole invitare a rilevare proprio quella scadente utilità che rende velleitarie determinate iniziative.
Ma veniamo alla questione che nei prossimi giorni sarà principale, la manifestazione del 16 ottobre.
Sinceramente, ma senza volontà polemiche, non mi trovo affatto d'accordo con chi sostiene il "senza se e senza ma". Sarei piuttosto orientato verso il "d'accordo, ma con riserva".
Pur senza farsi prendere la mano da facili entusiasmi, ho l'impressione che in questo momento l'unico sindacato che offre una parvenza di volontà riguardo alla lotta di classe sia la Fiom, non tralasciando tuttavia la sua peculiarità di rappresentare "una" categoria di lavoratori. E tenendo presente il fatto che può rappresentare un utile "trampolino di lancio".

Quindi, se da un lato ritengo giusto sostenere questa iniziativa, perché comunque vi è la necessità di "dare" un segnale circa l'esistenza e la solidità di un controcanto, da un altro permangono perplessità. Perché non si può negare che esiste una certa modalità di rispetto del "centralismo democratico" nei confronti della Cgil e, nonostante io sia un sostenitore di questo metodo, sono dell'opinione che nel momento in cui si delinea, all'interno di un'organizzazione, una componente che in qualche modo, e pur con alcune perplessità più o meno condivisibili, rappresenta una sorta di "avanguardia", questa deve dimostrare fino in fondo il proprio carattere "rivoluzionario" e quindi operare anche scelte nette. E viste le recenti, e meno recenti, posizioni adottate dalla Confederazione non appare così difficile o fuori luogo.
Il secondo punto che mi permetto di contestare è la modalità di scelta dei tempi e dei luoghi.
Anche qui ritego si tratti di operare scelte drastiche.
Il bivio offre diverse alternative. La prima è quella del rispetto delle "regole democratiche", che in realtà democratiche non sono e impongono di scendere a patti occupando una posizione di netto sfavore. La seconda è quella del rifiuto delle regole di cui sopra, ma comporta l'accettazione di tutti i rischi del caso.
Infine, la terza è quella dell'imposizione di "nuove" regole di lotta. E, dato il periodo di particolare gravità, non penso si possa scandalizzarsi più di tanto al proposito.
In un momento in cui la "discussione" è stata violentemente soppiantata dall'imposizione, è folle pensare di rispondere ad uno schiaffo con un altro schiaffo? Oppure si vuole portare avanti pedissequamente l'assolutamente inattuale logica del "porgi l'altra guancia"?
Domandina sciocca: fa più "notizia" un corteo di cinque-seicentomila persone il sabato pomeriggio nella sola Capitale, oppure un corteo di dieci-quindici-ventimila persone al mercoledì mattina e contemporaneamente a Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze,Bari, Cagliari, Bologna, Palermo, Ancona, Perugia, Genova, Catanzaro, eccetera eccetera?
In conclusione, l'ultimo punto che ritengo dover contestare ossia il ruolo in tutto ciò della FdS.
E' troppo pretendere che determinate situazioni siano guidate da un partito comunista, in questo caso in sua vece dalla Federazione della Sinistra?
Il Segretario del Prc, Ferrero, in diverse occasioni ha lamentato l'assenza di visibilità a livello mediatico, e a tale proposito si potrebbe discutere. Ma, mi domando, invece di sottolineare la partecipazione a fianco del "popolo viola" (di cui, personalmente, credo si debba tutt'altro che vantarsi, da parte comunista) e comunque rivestire sempre un ruolo da "codisti", non sarebbe il caso di pensare seriamente a "prendere la guida" di queste (la manifestazione della Fiom, appunto) iniziative?
Per questa volta, oramai i giochi sono fatti. E non è mia volontà quella di fare del disfattismo.
Ma è arrivato il momento in cui i dirigenti della Federazione si pongano seriamente questioni del genere, perché a furia di seguire determinate logiche si finisce per abbandonare la propria natura e per lasciare sulla strada "cocci" che altri raccoglieranno e di cui se ne gioveranno.
Vogliamo ancora negare che molti lavoratori ed ex sostenitori della "Sinistra" siano stati attratti dalle sirene leghiste o di altra Destra estrema?
Si spera ancora che qualche Segretario, provinciale o nazionale che sia, provi a riflettere su certe questioni che, ed è un rischio concreto, se non svolte nella corretta maniera determineranno la svolta da progressiva a totale scomparsa dei comunisti nel nostro paese.
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8 ottobre 2010

Sul problema obesità.

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Uno dei problemi dell'Era Moderna, anzi forse il primario, è l'alimentazione.
Su "Avvenire" di domenica 3 ottobre, un articolo firmato da Chiara Zappa mette in luce una problematica direttamente connessa con l'alimentazione, ossia l'obesità.
Nonostante vengano prese in considerazione alcune cose, a mio parere di importanza basilare, a modo di vedere dell'articolista la questione è di natura culturale. Il fatto che secondo talune usanze "grasso è bello"; una visione determinata dal timore dell'aids, secondo cui per via del fatto che la malattia smagrisce si "gode" dell'essere grassi e perciò non contagiati; addirittura, e forse è questo il punto che più mi crea fastidio, una "scelta" data da nuove condizioni di benessere economico.


Insomma, a mio parere, e con fin troppa semplicità, si vede il dito ma si ignora completamente la Luna. Tralasciando per un momento una questione di fondamentale importanza, ovvero il fatto che il continente africano è ancora oggi, e credo che ciò sia innegabile, considerato una sorta di magazzino per le scorte di schiavi e di materie prime, se allarghiamo la visuale al resto del mondo ci accorgiamo che il luogo dove l'obesità è un grave problema sono gli Stati Uniti, seguiti a ruota dal Sud America e dall'Europa.
Il problema dell'obesità va di pari passo con lo sviluppo della povertà relativa tipica dell'esplosione del modo di produzione capitalistico. L'industrializzazione sfrenata, l'erosione delle campagne da parte dei centri urbani, la mancanza di tempo sufficiente alla propria vita personale, e, ovviamente, i salari insufficienti al mantenimento di sè stessi e della propria famiglia, determinano l'aumento della percentuale di persone che soffrono l'obesità e le patologie ad essa legate.
Nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli ultra-sviluppati, si è passati dalla mancanza di cibo alla cattiva abitudine alimentare. Che però, contrariamente a quello che affermano alcuni, non è data dalle "usanze culturali". Ma bensì imposta dalle condizioni economiche.
Le materie prime, ovviamente nel nostro caso specifico gli alimenti di prima scelta, non sono concesse a tutti nella stessa maniera.
Per capirci meglio, faccio un esempio.
Quando vado dal salumiere e chiedo del prosciutto cotto, il bottegaio mi elenca una scelta di differenti qualità che richiedono prezzi diversi: la "prima" qualità ha un costo nettamente superiore al prodotto di scarsa qualità. E la differenza è data dai differenti ingredienti utilizzati per il suo confezionamento.
Pensare che, come nel nostro esempio, "il prosciutto, è prosciutto!" equivale ad ignorare un grave problema.
Allora, prima di fare discorsi che fanno fatica a reggersi in piedi, sarebbe utile scrollarsi di dosso determinati pregiudizi e guardare in faccia la realtà.
L'obesità non è che uno dei "frutti" di un problema ben più grave, ossia la tendenza alla povertà relativa generale.
Negli Usa, dove questo problema viene visto e affrontato con meno pregiudizi di ordine morale, non si cerca la soluzione, che comporterebbe un sostanzioso aumento dello "stato sociale", ma si è trovata un'escamotage per fare in modo che questi milioni di soggetti non trovino (o ne trovino meno) difficoltà nel rapportarsi alla comunità (perché non dimentichiamo che tra le patologie ad esse collegata ve ne sono di carattere psicologico). Ecco comparire quindi, carrelli da supermercato con seggiolino per facilitare la deambulazione, sedili per automobili e poltrone da cinema e da teatro appositi, eccetera eccetera.
Comodo, no?
Quasi ironicamente, si è trasferito un serio problema della popolazione in risorsa di genere economico.
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7 ottobre 2010

Ritorno al futuro...cosa ci ricorda tutto ciò?

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India» raccoglie una serie di corrispondenze scritte da Karl Marx direttamente in inglese da Londra tra il maggio 1853 e l'aprile 1859 e apparse sul quotidiano americano «New York Daily Tribune»"


"La rivolta indiana"
(Karl Marx; Londra, 4 settembre 1857. Uscito su "New York Daily Tribune" nr.5119, 16 settembre 1857)

«Le violenze commesse in India dai sepoys in rivolta sono veramente spaventose, orrende, indicibili, quali si pensa di poter vedere soltanto nelle guerre d'insurrezione, di nazionalità, di razze e soprattutto di religione; in una parola, come quelle che l'Inghilterra rispettabile soleva applaudire, quando erano perpetrate dai vandeani sui "bleus", dai guerriglieri spagnoli sui francesi miscredenti, dai serbi sui loro vicini tedeschi e ungheresi, dai croati sui ribelli viennesi, dalla Garde Mobile di Cavaignac o dai "décembristes" di Bonaparte sui figli e sulle figlie della Francia proletaria. Per quanto infame, la condotta dei sepoys non era che il riflesso, in forma concentrata, della condotta degli stessi inglesi in India, non solo durante il periodo della fondazione del loro impero orientale, ma anche durante l'ultimo decennio di una dominazione ormai consolidata.
Per caratterizzare questa dominazione, basti dire che la tortura rappresentava un'istituzione organica della loro politica finanziaria. C'è nella storia umana una sorta di nemesi; ed è una legge della nemesi storica che il suo strumento sia forgiato non da chi subisce il torto ma da colui stesso che lo compie.

Il primo colpo sferrato alla monarchia francese venne dalla nobiltà, non dai contadini. La rivolta indiana comincia non con i ryots, torturati, offesi, spogliati dai britannici, ma con i sepoys, che essi avevano vestiti, nutriti, coccolati, soddisfatti e favoriti. Per trovare un parallelo alle atrocità dei sepoys non serve, come fanno alcuni giornali londinesi, richiamarsi al medioevo, e neppure cercare al di là della storia dell'Inghilterra contemporanea. Basta studiare la prima guerra cinese, un evento, per così dire, di ieri. I soldati inglesi commisero allora degli orrori semplicemente per il gusto di commetterli, giacché non erano spinti nè da fanatismo religioso nè da un esasperato odio contro una razza arrogante e conquistatrice, nè erano provocati dall'ostinata resistenza di un eroico nemico.
Stupri, bambini impalati, interi villaggi messi a fuoco erano soltanto una forma mostruosa di svago, tutte cose riferite non dai mandarini ma dagli stessi ufficiali inglesi.
Anche nell'attuale catastrofe sarebbe un completo errore supporre che la crudeltà stia tutta dalla parte dei sepoys, e che la naturale gentilezza d'animo sia tutta da parte degli inglesi. Le lettere degli ufficiali britannici trasudano malignità.
Scrivendo da Peshawur un ufficiale descrive come il 10° cavalleria irregolare venne disarmato per aver trasgredito l'ordine di caricare il 55° fanteria indigena. Ed esulta perché quegli uomini erano stati non solo disarmati ma spogliati di vestiti e scarpe e, dopo avergli dato 12 pence a testa, fatti marciare fin sulla sponda dl fiume, e qui caricati su barche e spinti a valle dell'Indo, dove lo scrittore si rallegra al pensiero che tutti quanti senza eccezione sarebbero finti annegati nelle rapide. Un altro, in un'altra lettera, ci racconta che avendo alcuni abitanti di Peshawur fatto esplodere di notte piccole mine con polvere da sparo per festeggiare un matrimonio (un costume nazionale), la mattina dopo furono legati insieme e "ricevettero tante frustate che non se le dimenticheranno facilmente".
Arrivò da Pindee la notizia che tre capi indigeni stavano complottando. Sir John Lawrence rispose con un messaggio in cui si ordinava che una spia partecipasse alla riunione.
Dopo il rapporto della spia, Sir John mandò un secondo messaggio: "Impiccateli". E i capi furono impiccati.
Un funzionario dell'amministrazione civile scrive da Allahbad: "Abbiamo nelle mani i poteri di vita e di morte e vi assicuriamo che li useremo senza risparmio".
Un altro, dallo stesso posto: "Non passa giorno senza che ne appendiamo da dieci a quindici (non combattenti)".
Un ufficiale scrive esultando: "Holmes li impicca venti alla volta, come in blocco".
Un altro, alludendo all'impiccagione sommaria di parecchi nativi: "Allora sì che è cominciato lo spasso".
E un terzo: "Teniamo la corte marziale in sella e ogni negro che ci capita di vedere lo appendiamo o gli spariamo".
Da Benares ci informano che trenta samindari {Signori feudali che godono dei diritti di proprietari terrieri, NdR.} sono stati impiccati per il semplice sospetto di simpatizzare con i loro connazionali, e interi villaggi sono stati incendiati per la stessa accusa.
Un ufficiale la cui lettera è riprodotta in "The London Time" dice: "I soldati europei quando si trovano di fronte ai nativi diventano diavoli".
E non si deve dimenticare che, mentre delle crudeltà degli inglesi si parla come di atti di vigore marziale, e si raccontano semplicemente, con rapidità, senza soffermarsi su particolari disgustosi, le violenze dei nativi, certamente spaventose, vengono di proposito ulteriormente esagerate. Per esempio, da chi veniva il racconto circostanziato delle atrocità commesse a Delhi e a Meerut, apparso prima su "The Times", per poi fare il giro di tutta la stampa londinese? Da un parroco codardo residente a Bangalore, nel Mysore, più di mille miglia di distanza, in linea d'aria, dalla scena dell'azione. Il resoconto ufficiale trasmesso da Delhi dimostra che l'immaginazione di un parroco inglese può concepire orrori ben più grandi anche della fantasia sfrenata di un ribelle indù.
Per la sensibilità europea il taglio del naso, delle mammelle, ecc. in una parola le orribili mutilazioni praticate dai sepoys sono naturalmente più ripugnanti del lancio di proiettili roventi sulle casupole di Canton ordinato da un segretario della Peace Society di Manchester {John Bowring, NdR}, o del rogo degli arabi stipati in caverne per ordine di un maresciallo di Francia, o del gatto a sette code che scortica vivi i soldati britannici giudicati per direttissima da una corte marziale, o di qualsiasi altro filantropico strumento usato nelle colonie penali inglesi.
La crudeltà, come ogni altra cosa, ha le sue mode, che cambiano a seconda dei tempi e dei luoghi.
Cesare, il raffinato studioso, narra candidamente di aver ordinato che fosse tagliata la mano destra a molte migliaia di guerrieri galli. Napoleone si sarebbe vergognato di fare una cosa del genere.
Egli preferiva spedire i suoi reggimenti francesi, sospetti di repubblicanesimo, a Santo Domingo, a morire di peste e per mano dei negri.
Le infami mutilazioni praticate dai sepoys ricordano una delle tante in uso nel cristiano impero bizantino, o le pene previste dal codice penale di Carlo V, o le pene inglesi per i reati di alto tradimento così come ancora riferito dal giudice Blackstone.
Agli indù, esperti di torturare sè stessi, sembrano del tutto naturali queste torture inflitte ai nemici della loro razza e della loro fede, e tanto più devono sembrare tali agli inglesi, che, soltanto pochi anni fa, usavano ancora trarre profitti dalle cerimonie in onore di Jugannath, proteggendo e assistendo ai sanguinari riti di una religione crudele.
Le frenetiche urla del "dannato vecchio «Times»", come soleva chiamarlo Cobbett, il suo far la parte di quel personaggio violento di una delle opere di Mozart che si abbandona al canto più melodioso nella prospettiva prima di impiccare il suo nemico, poi di arrostirlo, poi di squartarlo, poi di infilzarlo e infine di scuoiarlo vivo; il suo far a pezzi e brandelli la passione della vendetta, tutto questo sembrerebbe soltanto stupido se dietro il pathos della tragedia non ci fossero ben percettibili i trucchi della commedia.
"The London Times" esagera la sua parte, e non per panico. Fornisce alla commedia un personaggio che persino Molière s'era lasciato sfuggire, il Tartufo della vendetta.
Quel che egli vuole è semplicemente giustificare gli stanziamenti pubblici e difendere il governo.
Poiché Delhi non è caduta, come le mura di Gerico, al primo soffio di vento, John Bull deve essere immerso fino alle orecchie in grida di vendetta sì da fargli dimenticare che il suo governo è il responsabile del disastro provocato e delle colossali dimensioni che ha finito per assumere»

(tratto da: "India", Karl Marx; Editori Riuniti, Roma, 1993)
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24 settembre 2010

"La transizione al socialismo" .

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"Questioni di metodo e di sostanza" (di Amedeo Curatoli)

In Unione Sovietica c’è mai stato il socialismo? Oppure - accantonata la parentesi romantica (e incruenta) della presa del Palazzo d’Inverno - nei mesi successivi all’Ottobre e negli anni seguenti al 1917 non è accaduto nulla di nuovo sotto il sole che illumina le vaste terre sovietiche? Insomma, lì in Urss si è realizzato un "socialismo" oppure un "capitalismo" (magari di Stato)?
La stessa domanda vale per la Cina: cosa sta accadendo in quel grande paese dell’Estremo Oriente: stanno tentando vie nuove, inedite, di edificazione "socialista", oppure è tutto un imbroglio, si tratta, anche lì, solo e sempre di "capitalismo" (magari ancora più feroce di quello a cui siamo abituati noi)?
Tralasciamo per ora la Cina e occupiamoci dell’Unione Sovietica. L’occasione ce la dà un da poco nato Centro Studi sulla Transizione (al socialismo nell’Urss) cui hanno dato il loro contributo molti compagni, fra i quali diversi professori universitari. Questo centro studi - si suppone - alla fine dovrà sciogliere l’enigma ed emettere un verdetto: SI, in Urss la "transizione" al socialismo c’è stata; oppure NO, "credevano" di fare qualcosa che somigliasse al socialismo, ma si è trattato di "altro" (vale a dire: capitalismo sotto mentite spoglie). Ora, prima di svolgere delle riflessioni su alcuni saggi scritti per l’occasione, potrebbe essere utile ripercorrere, fugacemente, la storia della grande polemica che si sviluppò in Urss dal 1924 al 1927, una polemica di carattere teorico di importanza cruciale, potremmo dire di portata storica, poiché l’esito di quella discussione avrebbe investito il destino stesso dell’Unione Sovietica. La divergenza verteva proprio sul punto specifico sul quale, a quanto pare, si dovrebbe esprimere il suddetto Centro Studi sulla Transizione: è (è stato) possibile costruire il socialismo in un solo paese in assenza dello scoppio della rivoluzione almeno in alcuni paesi avanzati dell’Occidente, oppure non è (non è stato) possibile?

Dicevamo che il contrasto divampò nell’arco di tempo di 4 anni, dal ‘24 al ‘27, ma esso ebbe i suoi prodromi in anni precedenti, e protagonisti e fautori delle due posizioni teoriche contrapposte furono Trotski da una parte e Lenin dall’altra. Dire che fu Stalin ad "inventarsi" il socialismo in un solo paese è un falso storico di Trotskij e dei suoi discepoli. Maitan, che è un autorevole esponente del trotskismo italiano, dice: "Questa teoria del socialismo in un solo paese , come è noto (??) era stata enunciata per la prima volta da Stalin, ispirato da Bucharin, nell’autunno del 1924 e Trotskij vi si era immediatamente opposto" (L.Maitan: "Destino di Trotski" - Rizzoli pag.73). Ma come andarono effettivamente le cose?
Nel 1906, nel saggio "La nostra rivoluzione", Trotski, che si occupò della questione ben 18 anni prima di quando afferma Maitan, scrisse: "Senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere, la classe operaia della Russia non potrà né mantenersi al potere né trasformare il suo dominio provvisorio in una dittatura socialista durevole. Non si può dubitare nemmeno un istante" (cit. da Stalin, Opere complete, edizioni Rinascita, vol. 7° pag. 131). E bisogna dire che per tutta la sua vita, effettivamente, "nemmeno per un istante" Trotskij ebbe dubbi o ripensamenti su quest’idea. Alcuni anni dopo, in un articolo che dimostrava l’erroneità della parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (sostenuta da Trotskij) Lenin spiegò che avanzare una simile prospettiva "potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese". Più avanti aggiunse: "L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente". (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 556). Nella sua polemica risposta, Trotskij ammetteva sì che la legge dello sviluppo ineguale del capitalismo avrebbe potuto produrre provvisoriamente la comparsa di una sola rivoluzione sociale vittoriosa, tuttavia aggiungeva: "Considerare le prospettive della rivoluzione sociale nel quadro nazionale significherebbe diventare vittime di quella stessa grettezza nazionale che costituisce l’essenza del socialpatriottismo". Qui Trotskij taccia Lenin implicitamente di "grettezza nazionale" e "social-patriottismo" proprio perché Lenin (e non Stalin) enunciò a chiare lettere la tesi della possibilità del socialismo in un solo paese. Siamo nel 1915, mancavano 2 anni alla rivoluzione, la divergenza su questo argomento era soltanto occasionale, e, necessariamente, di carattere puramente teorico. Né Trotskij (che entrò nel partito bolscevico pochi mesi prima dell’Ottobre), osò riproporla, apertamente, come suo cavallo di battaglia, all’indomani della conquista del potere. La mole di decisioni da prendere era davvero gigantesca, e il carattere delle scelte politiche, in quei primi anni terribili ma anche esaltanti, era emergenziale: l’emergenza assolutamente primaria consisteva nel salvare, a qualunque costo, la giovane repubblica dei Soviet dagli imperialisti e dalle Guardie bianche. Tuttavia ancora in altre tre occasioni, nel 1921, 1922 e 1923 la polemica Trotskij-Lenin, sotterranea e non ancora dirompente (acquisterà questo carattere solo nel confronto con Stalin) ebbe per oggetto, di nuovo, la questione della possibilità di edificazione del socialismo. Nel 1921, dopo la vittoria nella guerra civile contro i generali bianchi, quando all’ordine del giorno vennero posti i problemi della edificazione, Lenin definì la Nuova politica economica (Nep) come via che conduceva alla vittoriosa edificazione del socialismo, e qualche mese dopo Trotskij, nella prefazione all’opuscolo "Il 1905" enuncia una tesi opposta dichiarando che "le contraddizioni nella situazione del governo operaio, in un paese arretrato, con una maggioranza schiacciante di popolazione contadina, potranno trovare la loro soluzione soltanto su scala internazionale, sull’arena della rivoluzione mondiale del proletariato" (Cit. da: Stalin, vol. 7° pag. 232). Un anno dopo, alla dichiarazione di Lenin fatta ad un plenum del Soviet di Mosca secondo cui "Dalla Russia della Nep nascerà la Russia socialista", Trotskij rispose, nel poscritto al "Programma di pace": "Un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa" (Ibid. pag. 232). Infine, siamo nel 1923, poco prima di morire, nell’articolo "Sulla cooperazione" Lenin ribadì, inequivocabilmente, che nell’Unione Sovietica esisteva "tutto ciò che è necessario per costruire una società socialista integrale" (Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, pag. 1798). E’ opportuno anche ricordare (ma solo di sfuggita, se no rischiamo di andare fuori tema) che Trotskij, in questo stesso arco di tempo, anche su altre questioni di grande portata ebbe contrasti con Lenin, e cioè sia sulla firma della pace di Brest-Litovsk sia sulla valutazione della Nep. Sulla prima questione egli assunse un atteggiamento classicamente ultrasinistro poiché, in contrasto con le decisioni prese dal Comitato centrale di firmare immediatamente la pace, con la sua linea temporeggiatrice "né pace né guerra", egli che era il negoziatore a Brest, fu responsabile di immense perdite territoriali, nel senso che diede tempo, di fatto, alla Germania, di conquistare Lettonia, Estonia e di far staccare dalla neonata Repubblica sovietica l’Ucraina divenuta "protettorato tedesco" cioè uno stato vassallo della Germania. Fu questa la più grave divergenza scoppiata nel partito bolscevico ma - per onorare la verità della storia - il portabandiera dell’opposizione irriducibile alla firma di pace fu Bucharin, e Trotskij si mise "dietro" quella bandiera. Sulla seconda questione (la valutazione della Nep), Trotski mostrò l’altro lato della sua personalità, opposto e simmetrico all’estremismo: egli che non aveva alcuna fiducia nelle possibilità di edificazione socialista, dopo la svolta che metteva fine al "comunismo di guerra" ed inaugurava la Nep, propugnava grandi concessioni al capitale privato sotto forma di società miste per azioni.
La malattia e la morte di Lenin, avvenuta il 21 gennaio del 1924, diedero un’accelerazione, per così dire, all’iniziativa di Trotskij. Anche in questa occasione egli non si smentì: senza valutare i rapporti di forza interni, e definendo la maggioranza del partito "la frazione capeggiata da Stalin" andò ad una guerra decisa e determinata, volta a conquistare di slancio (poiché riteneva presumibilmente del tutto maturi i tempi) la leadership del partito bolscevico. Fu quest’errore di valutazione che lo spinse a rendere irrimediabilmente antagonistici i suoi rapporti con il partito di Lenin: egli usò un linguaggio talmente violento, e lanciò delle accuse così gravi, da distruggere ogni possibilità di ritorno indietro. Fu una lotta all’ultimo sangue, senza spazi di mediazione. Trotskij non solo accusò Stalin di essere l’artefice di un Termidoro (cioè di una controrivoluzione), ma, coerentemente con questa analisi affermò pure che, in caso di attacco all’Urss, anche se il nemico era a 80 chilometri da Mosca, anzi proprio per questo, dovere dei veri rivoluzionari (cioè di coloro che condividevano le sue idee) consisteva nello "spazzare via il pattume" "nell’interesse della vittoria dello stato operaio". Il ‘pattume’ era, ovviamente, la maggioranza del partito. Espose questa tesi in una lettera inviata ad un membro (che non era neanche di parte trotskista!) della Commissione centrale di controllo (citata in: Stalin, op. complete, vol. 10° pag. 62). In questa lettera egli paragonava la futura azione dei "veri rivoluzionari" al comportamento che, all’inizio della Prima guerra mondiale, ebbe Clemenceau, un energico uomo politico francese, che, con i tedeschi a 80 chilometri da Parigi, estromise dal potere i membri del precedente governo. Il fatto che Trotskij con la sua famosa ‘tesi Clemenceau’ - così passerà alla storia - parlasse apertamente di un possibile colpo di Stato in caso di attacco all’Urss, rivela non solo il clima rovente e - ripetiamo - irrimediabilmente antagonista che egli impresse alla polemica, ma anche il suo incredibile soggettivismo che lo indusse a ritenere se stesso, a dispetto dell’andamento concreto della lotta in seno al partito e all’Internazionale comunista (in cui era in assoluta minoranza), il salvatore delle sorti della Rivoluzione proletaria.
Non fu, quello, uno scontro basato semplicemente su scambi di accuse roventi come vuol far credere non solo la storiografia trotskista ma anche quella socialdemocratica o borghese, le quali ultime, nella quasi totalità, danno credito a Trotskij perché sono schierate (per la convenienza strumentale che alimenta la lotta di classe anche nel campo della storiografia) dalla parte di Trotski. Non si trattò di una lite, ma di un grandioso dibattito, fu una battaglia politica e ideologica che si dispiegò in campo aperto, su posizioni teoriche contrapposte ma chiaramente enunciate, non dissimulate dal politichese e dal ‘fair play’ che è nel nostro stile di comunisti occidentali. La lotta si svolse sul terreno della "Rivoluzione permanente" da una parte, e del leninismo dall’altra: lo scontro passò al vaglio di ben 3 Congressi (13°,14°, 15°) e due Conferenze nazionali di partito. Questa polemica investì il movimento comunista mondiale: in quegli anni si svolsero anche diverse riunioni del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nei quali si riverberò il contrasto di linee che si svolgeva nel partito sovietico. Nel 1925, quando in Italia c’era già la dittatura fascista, nelle cellule clandestine del Pcd’I si studiava un opuscolo dal titolo "Materiale per il congresso N. 3" (congresso che si svolgerà a Lione l’anno successivo). Questa pubblicazione conteneva, per intero, "Le lezioni dell’Ottobre" di Trotski (scritto in polemica soprattutto contro Zinoviev e Kamenev) nonché una sua lettera a Olminski "sulle sue divergenze di vedute con il Partito bolscevico"; vi era poi una breve "postilla" di Kamenev a questa lettera e un articolo della Pravda dal titolo: "Come non si deve scrivere la storia della Rivoluzione di Ottobre" (Reprint Feltrinelli, 51 pagine). Dunque, i partiti comunisti erano perfettamente informati dei termini dello scontro in corso. I militanti comunisti di ogni paese, lungi dall’essere marionette plagiate e orientate dalla longa manus di un deus ex-machina (Stalin), versione tanto stupida (e offensiva della intelligenza dei comunisti) quanto ridicolmente infantile, scelsero "da che parte stare" sulla base di un confronto di documenti originari. Kamenev, che insieme a Zinoviev era la punta di lancia della critica (meglio sarebbe dire della controffensiva) nei riguardi di Trotskij, scrisse, nella suddetta postilla: "La pretesa di Trotskij di trasformare il leninismo per atteggiarsi a creatore della sola teoria rivoluzionaria giusta si manifesta nettamente in questa lettera; essa è così ridicola, ha un carattere sì apertamente personale che non vale neanche più di discuterne. La lettera di Trotskij ha confermato definitivamente le peggiori supposizioni" (Op.cit. pag. 41). Giova anche ricordare che Kamenev e Zinoviev, i quali avevano un largo seguito nel Comitato provinciale di Leningrado, nel 1924 proposero di espellere dal partito Trotskij. Il Comitato centrale vi si oppose, ma qualche tempo dopo Kamenev ne chiese, questa volta, l’esclusione dall’Ufficio politico. Anche allora il Comitato centrale respinse la proposta. Al 14° Congresso del partito (1925), nel ricordare questi episodi, Stalin disse: "Non fummo d’accordo con Zinoviev e Kamenev, perché sapevamo che la politica dell’amputazione comportava gravi pericoli per il partito, che il metodo dell’amputazione, il metodo del salasso - ed essi chiedevano sangue - era pericoloso, contagioso" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 430).
Inaspettatamente, da che erano i più decisi oppositori di Trotskij ("chiedevano sangue") Zinoviev e Kamenev con una scandalosa operazione che oggi definiremmo "politicista" si convertirono, di lì a poco, al trotskismo, al punto che, al 14° Congresso, si assunsero l’onere di difendere e rilanciare le tesi trotskiste in una controrelazione di Zinoviev (pubblicata dagli Editori Riuniti a cura di Lisa Foa). Ma come poté accadere? Evidentemente, anche loro, considerate insormontabili le difficoltà di andare avanti nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico, persero la fiducia nella possibilità di costruire il socialismo, e, inevitabilmente, forzatamente, si allearono con l’avversario di ieri, con colui che prima di loro e meglio di loro si era battuto da sempre per dimostrare la tesi dell’impossibilità di edificare il socialismo in Urss senza il soccorso di altre rivoluzioni vittoriose. Ma perché quest’operazione di "trasloco" verso le posizioni trotskiste potesse passare senza suscitare troppo sconcerto, Trotski perdonò Zinoviev e Kamenev per le critiche che costoro gli mossero in passato, e questi ultimi, a loro volta, perdonarono Trotskij per gli attacchi che egli fece loro. Infatti, nel luglio 1926 Zinoviev dichiarò: "Noi diciamo che oggi non vi può essere più alcun dubbio che il nucleo fondamentale dell’opposizione del 1923 (allude alle "Lezioni dell’Ottobre" di Trotskij) come ha dimostrato l’evoluzione della linea direttiva della frazione (vale a dire della maggioranza del Comitato Centrale) ha messo giustamente in guardia contro i pericoli di uno spostamento dalla linea proletaria e contro il minaccioso sviluppo del regime di burocrazia di partito". Nello stesso mese, Trotskij dichiarò: "Non v’è dubbio che nelle ‘Lezioni dell’Ottobre’ ho legato gli spostamenti opportunistici della politica ai nomi di Zinoviev e Kamenev. Come testimonia l’esperienza della lotta ideologica in seno al Comitato Centrale, questo è stato un errore grossolano. La spiegazione di questo errore consiste nel fatto che io non avevo la possibilità di seguire la lotta ideologica in seno al gruppo dirigente dei sette e di accertare con tempestività che gli spostamenti opportunistici erano provocati dal gruppo capeggiato dal compagno Stalin, contro i compagni Zinoviev e Kamenev" (Cit. in Stalin, Opere complete, vol. 8° pag. 290-291). Il commento di Stalin fu che Trotskij rinnegò apertamente le sue ‘Lezioni dell’Ottobre’ accordando "un’amnistia" a Zinoviev e Kamenev in cambio dell’ "amnistia" accordata a Trotskij da Kamenev e Zinoviev. Definì tutta questa operazione un "mercato diretto e aperto, senza princìpi".
La teoria dell’impossibilità del socialismo in un solo paese che fu contrastata dalla maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, e in prima persona da Stalin, si andò arricchendo, nel corso degli anni, di nuovi elementi. Questa teoria, che la stessa pratica quotidiana del potere sovietico smentiva sistematicamente, aveva bisogno di essere puntellata con sempre nuovi argomenti.
Kamenev, per esempio, nel 1926, affermò che Lenin (nell’articolo del 1915 che più su abbiamo ricordato contro la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa), quando scrisse che era possibile il socialismo in un solo paese, alludeva non alla Russia ma ad altri paesi capitalistici! Si trattava di un’evidente falsificazione del pensiero di Lenin, era il misconoscimento della passione, della determinazione, dell’audacia di guardare in avanti, del disprezzo delle idee dogmatiche e libresche che caratterizzarono la "prassi" di questo grande rivoluzionario. Egli mostrò di avere queste doti massimamente quando agì da statista, quando diede prova di saper legare il marxismo al socialismo (i cui destini sono intimamente connessi). Non sopportava lo scolasticismo, i richiami dogmatici al socialismo preconizzato da Marx, ma valutava sempre con grandiosa lucidità le condizioni storiche determinate, concrete in cui si svolgeva la vicenda della lotta di classe interna e internazionale (i meriti del Lenin statista saranno riconosciuti anche da storici non marxisti, come Carr). Dunque, l’affermazione di Kamenev che Lenin a tutto pensava tranne che alla Russia (quando enunciò la teoria del socialismo in un solo paese) rivela che l’opposizione trotskista, pur di avvalorare la propria tesi, non si sarebbe fermata di fronte a nulla.
In quello stesso periodo, cioè dopo nove anni di esistenza e "buona salute" dell’Urss, Trotskij, avvertendo evidentemente il peso della smentita delle sue catastrofiche previsioni, tentò di cavarsela con un nuovo argomento. Sì, è vero, egli affermò, dissi in passato che il potere sovietico non avrebbe potuto far fronte ad un’Europa conservatrice, ma l’Europa di oggi non è più conservatrice ma liberale (come a dire: ieri avevo ragione, ma oggi la "fase" è mutata)! "E quale importanza può avere - rispose polemicamente Stalin - per l’integrità e la sicurezza della nostra repubblica questa ‘sottile’ e ridicola distinzione fra un’Europa conservatrice e un’Europa ‘liberale’? Forse la Francia repubblicana e l’America democratica non sono ugualmente intervenute contro il nostro paese nel periodo di Kolciak e Denikin, non meno dell’Inghilterra monarchica e conservatrice?" (Stalin, cit. pag. 417).
Trotskij arrivò finanche ad abbandonare il suo originario argomento forte che poggiava sulle contraddizioni interne, sulle contraddizioni fra il proletariato e i contadini ritenute insuperabili e quindi foriere di un sicuro fallimento della possibilità del socialismo in Urss. Rinunciò a questa tesi sostituendola con un’altra: sottolineò le contraddizioni esterne, quelle che opponevano l’economia dell’Urss da una parte, all’economia mondiale capitalistica dall’altra, anch’esse ritenute insuperabili data la (presunta da Trotskij) onnipotenza del capitalismo mondiale.
Questo grande dibattito investì, come dicevamo all’inizio, il destino dell’Urss. Trotskij era un uomo d’azione, uno che intendeva tradurre in linea politica concreta i suoi convincimenti teorici e politici: quando disse che la rivoluzione russa "getterà sul piatto della bilancia della lotta di tutto il mondo la sua colossale forza statale e politica" (cit. da Stalin vol. 8° pag.347) in queste parole vi sono le premesse di una possibile politica avventurista che avrebbe potuto tramutarsi in una catastrofe. Trotskij non scherzava, se fosse prevalsa la sua linea, a giudicare dalla visione della rivoluzione proletaria che egli aveva, e di cui era portatore convinto e determinato, non avrebbe proposto ai bolscevichi di abbandonare il potere. Cosa che invece fu detta in una risoluzione del Comitato di Mosca, redatta da "autentici comunisti" che recitava testualmente: "Noi crediamo sia conforme agli interessi della rivoluzione internazionale ammettere la perdita eventuale del potere dei Soviet che sta diventando ormai puramente formale" e che Lenin bollò come "cosa strana e mostruosa" (Lenin, Opere scelte, editori Riuniti, pag.1053). Che Trotskij fosse un uomo d’azione e non semplicemente il teorico della Rivoluzione permanente, lo dimostrò inequivocabilmente quando divenne il capo indiscusso e carismatico della rete cospirativa segreta che egli dirigeva da Città del Messico, nella quale confluirono le opposizioni interne, fossero esse di "destra" o di "sinistra" ma che erano tutte accomunate dall’assoluta mancanza di fiducia nella possibilità di costruire il socialismo in un solo paese. Anche Bucharin, nel corso della lotta al trotskismo, perse questa fiducia, ed egli, come precedentemente accadde a Zinoviev e Kamenev, fu inevitabilmente sospinto, data la logica ferrea della lotta frazionistica che si svolgeva in quelle condizioni storiche, a mettersi sotto la direzione di Trotskij nell’impresa cospirativa. Immersi ormai in un ignobile lavoro clandestino antisovietico di sabotaggio e terrorismo politico a tutti i livelli, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Tukacevskij (degli alti gradi dell’Armata Rossa), Yagoda (vice capo dei Servizi segreti) - per citare gli esponenti più in vista - divennero uomini a doppia faccia, persone che nei loro cupi conciliaboli, giudicavano i succesi delle realizzazioni sovietiche alla stregua di loro sconfitte personali, salvo poi a magnificarle ipocritamente in riunioni ufficiali. Al primo processo di Mosca (che fu, come gli altri due successivi, un processo pubblico seguito dalla stampa mondiale presente in aula) contro il centro clandestino Trotskij-Zinoviev, quest’ultimo confessò: "Nella seconda metà dell’anno 1932 noi abbiamo capito che i nostri calcoli sulla possibilità di veder aumentare le difficoltà nel paese fallivano. Cominciammo a comprendere che il Partito e il suo Comitato centrale vincevano progressivamente queste difficoltà. Ma durante l’anno 1932, noi bruciavamo d’odio contro il Comitato Centrale del Partito e contro Stalin". A sua volta, Kamenev dichiarò: "Non ci rimanevano che due vie possibili: o liquidare la nostra lotta…oppure continuarla, ma senza poter più contare su un qualsiasi sostegno delle masse, senza l’appoggio di una piattaforma politica, senza possedere una bandiera, ossia ricorrendo solo al terrore politico. E questa seconda strada è quella che noi abbiamo scelto. Questa decisione ci è stata suggerita dal rancore illimitato che noi sentivamo nei riguardi della direzione del Partito e del paese e della nostra avidità di potere, che noi abbiamo altre volte avvicinato fin quasi averlo a portata di mano, e dal quale siamo stati rigettati indietro dall’evoluzione della storia" (Cit. in: Dimitrov, Ercoli, Krupskaia, Fischer, Ponomarev: "Il complotto contro la rivoluzione russa", edizioni EAR, 1945, pagg. 101-102). Bucharin, la cui partecipazione alla cospirazione fu scoperta due anni dopo, disse ipocritamente in questa occasione (era direttore delle Isvestia): "Sono contento che tutta questa storia sia stata scoperta prima della guerra e che i nostri organi siano in condizione di scoprire tutto questo putridume prima della guerra in modo che noi possiamo uscirne vittoriosamente, perché se questo non l’avessimo scoperto prima, ma solo durante la guerra, ciò avrebbe portato a sconfitte del tutto straordinarie e durissime per tutta la causa del socialismo" (cit. in: Silvio Pons: "Stalin e la guerra inevitabile", Einaudi 1995, pag. 137).
A dispetto della sfiducia e del pessimismo che portò alla rovina questi "bolscevichi della prima ora", la giovane repubblica dei Soviet stava compiendo un’impresa di portata storica mondiale, mai vista prima di allora, nelle difficili condizioni e dell’accerchiamento capitalistico ma che godeva però anche dell’appoggio dei proletari di tutto il mondo e dei popoli oppressi delle colonie. Fu un’esperienza irta di pericoli ma anche di prospettive luminose. L’Urss non era il Montenegro. Chi ebbe un’illimitata fiducia nella potenza della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta in un paese grande un sesto delle terre emerse fu Lenin. Chi ereditò quella fiducia e la determinazione ad andare avanti fu un partito, fu un gruppo dirigente (non erano soltanto Zinoviev, Kamenev e Bucharin i bolscevichi della prima ora) che serrarono le fila sotto la direzione di Stalin e provarono al mondo che l’Urss, a dispetto del dogma di Trotskij, Kamenev, Zinoviev e Bucharin riuscì a vincere la sua scommessa con la storia. Nel 1925, quando la Russia cominciava a risollevarsi dallo sfacelo di due anni di guerra civile, quando cioè sia nel settore industriale che in quello agricolo a stento si raggiungevano i livelli produttivi d’anteguerra dell’epoca zarista, Stalin affermò che "nel suo insieme il nostro è un regime di transizione dal capitalismo al socialismo" (Stalin, op. cit. vol. 7° pag. 350). L’obiettivo primario - perché quella transizione potesse realizzarsi - fu di mettersi sulla via dell’industrializzazione fondata sui Piani quinquennali. Già Lenin, nel 1921, aveva avvertito che "se non si salverà, se non si riorganizzerà l’industria pesante, non potremo costruire nessuna industria, e senza industria noi periremo, in generale, come paese socialista" (Lenin, "L’Internazionale comunista", ediz. Rinascita, pag.377). Disse anche: "Noi esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale principalmente con la nostra politica economica" (cit. in Stalin, vol 7° pag. 152). 

E infatti, la grande impresa dell’industrializzazione, lungi dall’avere soltanto un’importanza interna, avrebbe rivestito anche un significato ed un carattere internazionale. Non si deve dimenticare che lo sviluppo economico generale dell’Urss avvenne in concomitanza con la grande crisi di sovrapproduzione che a partire dal 1929 scosse il mondo capitalistico. La repubblica dei Soviet dimostrò che l’economia di un paese socialista, dove i mezzi di produzione e il commercio estero sono nazionalizzati, non subisce più il contraccolpo delle fluttuazioni cicliche del mercato mondiale ma si sviluppa conformemente alle proprie leggi. Se il paese dei Soviet non fosse stato unito, e il partito che lo governava non avesse riscosso la stima e l’appoggio dei popoli delle varie nazionalità, esso non avrebbe mai potuto reggere l’aggressione delle armate hitleriane che costò a quei popoli un olocausto di oltre venti milioni di morti. Se non ci fosse stato l’appoggio dei popoli sovietici al governo, l’Urss sarebbe stata piegata militarmente e conquistata, come accadde ai paesi dell’Europa occidentale. Se l’Esercito Rosso non fosse stato motivato, disciplinato e bene armato, in nessun modo avrebbe potuto essere l’artefice, dopo Stalingrado, di quella grande controffensiva che lo portò fin nel cuore di Berlino dove fu issata la bandiera rossa sulle macerie del Terzo Reich. Questa può sembrare retorica, e certamente come tale sarà fastidiosamente respinta dagli insaziabili e fiscali comunisti critici d’oggigiorno, i quali, nei riguardi dell’Urss di quell’epoca, si comportano come spietati ed esigenti professori universitari pronti a bocciare al minimo errore. Ecco con quali parole "boccia" quella storia un quotidiano che si definisce comunista: "Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato dalla storia grande e terribile dei tentativi di costruire una società comunista. Forse fin dall’inizio, del pensiero di Marx si è teso a privilegiare il fondamentale concetto di uguaglianza. Quando questo concetto si è inverato in esperienze statuali ha reso muti ed inerti i soggetti che si sono battuti per realizzarlo" (Liberazione del 3 febbraio 2004). E la guerra civile contro Kolciak e Denikin, l’industrializzazione, i piani quinquennali, lo stakanovismo, il movimento colcosiano, la guerra antinazista? Non è forse un falso storico ‘sorvolare’ su queste imprese, far finta che non siano esistite o, peggio ancora, rappresentare i soggetti che quelle imprese realizzarono (poeticamente definite inveramento in esperienze statuali) come "muti" e "inerti"? Non è ridicolo oltre che falso? Il compito dei comunisti è di ribadire alcune verità seppellite sotto un cumulo di falsificazioni. Essi hanno il dovere di difendere la storia e le tradizioni del comunismo perché la difesa, critica sì ma intransigente, di quella vera rivoluzione socialista vittoriosa consentirà un’indagine approfondita volta a capire perché in Urss, negli anni ’20, ’30 e ’40 non vi è stata non la transizione al socialismo, ma la mancata realizzazione del comunismo. I comunisti devono studiare e dibattere come mai sia stata possibile la svolta devastante del 20° Congresso, e come mai, alla fine di una parabola discendente, si sia verificato il crollo completo. A tale proposito, c’è una chiave di lettura intelligente, proposta da Losurdo, dei limiti storici e teorici dell’epoca della direzione staliniana. Quest’analisi è incentrata sul contrasto irrisolvibile (e irrisolto) fra la diffusa utopia dell’estinzione dello Stato, e lo stato d’eccezione perenne in cui procedé quell’esperienza, per cui, nel mentre si continuava ad attendere messianicamente che si tramutasse in realtà l’affascinante previsione di Marx (fatta propria da Lenin e dai bolscevichi), lo Stato socialista, lungi dall’estinguersi, andava sempre più caratterizzandosi come soffocante apparato repressivo che non lasciava scampo a nessun tipo di dissenso, ma che, anzi, lo criminalizzava. Fu questo circolo vizioso, originato da una situazione di accerchiamento capitalistico (uno storico marxista non dovrebbe mai dimenticarlo) a determinare una dialettica negativa che rese drammaticamente irraggiungibile la democratizzazione della società sovietica. L’analisi proposta da Losurdo mette a confronto una determinata situazione storica, e i limiti teorici derivanti da un’idea dogmatica (l’estinzione dello Stato) che rendono impossibile quel processo di apprendimento (che consiste nell’adeguare con una certa tempestività un determinato bagaglio teorico alla pratica concreta di una determinata situazione storica). Un tale approccio, che non è per nulla giustificazionista, ancora non è divenuto oggetto di dibattito (anche polemico, naturalmente).
Ritornando al Centro Studi sulla Transizione di cui si parlava all’inizio, bisogna dire che non una sola delle relazioni presentate da svariati autori (che aveva come oggetto specifico la transizione al socialismo in Urss) ha parlato, non diciamo diffusamente, ma neanche accennato di sfuggita, al dibattito che in quel paese si svolse proprio sul problema centrale della "transizione": se cioè era possibile o non possibile transitare verso il socialismo in un solo paese. In una di queste relazioni (autore: G. Pala), corredata da un’accurata (e strumentale) raccolta di citazioni, sembrerebbe quasi che Lenin si fosse pentito amaramente di aver preso il potere. Si, è vero, non manca un omaggio di maniera all’importanza storica della Rivoluzione d’Ottobre, però…ritorna sempre la vecchia tesi dell’impossibilità di costruire il socialismo se non su scala mondiale. Dice infatti l’autore: "Soltanto allorché nel mercato mondiale possa diventare dominante, esercitando la propria egemonia, il modo di produzione…socialista, quest’ultimo potrà sbarazzarsi in un sol colpo del nemico di classe". E’ questa la mirabile prospettiva che sta dinanzi a noi: attendiamo che nel mercato mondiale si compia il miracolo che l’egemonia socialista soppianti quella capitalista piuttosto che star lì ad attardarci ancora a sognare "la costruzione del socialismo qua e là". Quindi: socialismo in tutto il mondo, non socialismo qua e là. Quanto tempo occorrerà perché si compia il miracolo? L’autore in questione cita la battuta di un suo amico, che egli giudica "largamente condivisibile": per il comunismo c’è tempo - dice il suo amico - occorre aspettare un millennio dopo la riforma luterana, occorre aspettare il 2517. E, nell’estenuante attesa, mentre maturano, da qui al 2517 le "condizioni materiali per la transizione", "l’unico problema all’ordine del giorno non può che essere l’accumulazione delle forze del proletariato mondiale". E su che base il "proletariato mondiale" dovrebbe "accumulare le sue forze" se gli predichiamo che il socialismo non c’è mai stato, che il socialismo è una chimera? (Abbiamo forse dimenticato che dopo l’Ottobre il "proletariato mondiale" diceva "facciamo come la Russia!" poi divenuto successivamente qui da noi in Italia "ha da venì…!" ?). Contro coloro che si dilungano a cercare di dimostrare invece che il socialismo ha fatto la sua apparizione sul globo terrestre, l’autore scaglia i suoi strali, dice di loro che "non sanno neppure dove sta di casa il dr. Ramboz" (che sarebbe Marx), che sono portatori "di miti topici, sotto la specie di dogmi", che il crollo del socialismo (che lui chiama realsocialismo riferendolo all’Urss -di socialismo in Cina neanche a parlarne) era "inevitabile" perché si trattava di un "coccio stretto tra i vasi di ferro del capitale", eccetera. Anche Bertinotti, prima di scoprire il pacifismo, la non violenza, l’inutilità di lottare per la conquista del potere, quando ancora non aveva deciso di "rinnegare il leninismo" parlava di "rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale". "Lo dico e lo penso da più di 25 anni" - leggiamo sul Manifesto del 4 febbraio di quest’anno- "la violenza politica non ha prodotto, alla lunga, nessun superamento del capitalismo, da nessuna parte (anche perché non si può superarlo se non in tutto il mondo)".
In un altro "contributo" dato al Centro studi per la transizione (relatore R. Giacomini), si dice che le vecchie divergenze fra Stalin e Trotskij "si fecero scontro aperto e frontale negli anni trenta dopo l’avvento di Hitler in Germania". E’ un’affermazione totalmente falsa: lo scontro con Trotskij sulle prospettive della rivoluzione (quello sì - come abbiamo tentato di dimostrare - fu uno scontro aperto e frontale!) si risolse nel 1927. 

Negli anni trenta Trotskij non contava più nulla: nell’isolamento della sua protetta casa messicana poteva scrivere ciò che voleva, con tutta la virulenza del suo livore contro l’Urss di Stalin (e ne vomitò di veleno, altro che!), ma era ormai un uomo sconfitto, che con rinnovato accanimento sognava soltanto - dando direttive pazzesche ai congiurati interni che pagarono quasi tutti con la vita - di accedere al potere con metodi terroristici, e per questo egli faceva affidamento sulla sconfitta militare dell’Urss. Dalle parole (che abbiamo citato) del relatore, qualcuno che non conosce la nostra storia, potrebbe farsi l’idea che di fronte al movimento comunista mondiale raccolto attorno all’Internazionale (la vera), seguita da centinaia di milioni di proletari, si sia eretta in tutta la sua potenza, frutto della sovrumana energia di Trotskij, un’altra Internazionale (la falsa) attorno a cui si riunì un infimo numero di intellettuali radicali e comunisti critici rissosi che con gran fatica Trotskij riusciva a tenere insieme. Più avanti il relatore scrive: "Non meno radicale è l’antagonismo Trotskij-Stalin sulla guerra. Stalin in quanto ha paura della guerra e cerca di evitarla e starne fuori è un conservatore, un difensore dello statu quo, un nemico della rivoluzione. Viceversa la guerra è la grande occasione della IV Internazionale, che è già bell’e pronta e più forte di quanto fossero i bolscevichi alla vigilia della prima guerra imperialista". Tante parole, altrettante falsità. E’ vero, la cosiddetta quarta Internazionale era già bell’e pronta quando scoppiò la guerra, era bell’e pronta, confidando sulla vittoria dei nazisti, ad andare al potere dopo la sconfitta e l’asservimento dell’Urss. Accreditare poi l’idea che la IV Internazionale fosse più forte dei bolscevichi alla vigilia della Prima guerra è mostruoso, è revisionismo storico.
I comunisti non hanno bisogno di un siffatto Centro Studi sulla Transizione, già siamo immersi in una cultura, attualmente maggioritaria, di negazione e denigrazione della storia del socialismo "novecentesco". E’ inutile che ci mettiamo a dare una mano al Manifesto e a Liberazione. Che razza di Centro Studi sarebbe se partissimo da posizioni trotskiste? 

Di trotskismo (inteso in senso lato, nel senso dell’ultrasinistrismo radicale che produce l’insopportabile figura del comunista critico alla Ingrao) ce n’è già in abbondanza. Dovendo fare una battaglia controcorrente, è bene che noi, a questa battaglia, ci andiamo, magari in pochi, ma a ranghi serrati, per motivi di ordine pratico: per non ritornare sempre al punto di partenza, come al Gioco dell’oca. Soltanto la figura sociale del comunista critico - ammesso che sia in buona fede e creda davvero in quello che dice, cosa di cui è lecito sospettare - può alimentare la catastrofica illusione di sempre, la catastrofica illusione di tutti i riformismi, secondo la quale "un altro mondo è possibile" senza scardinare prima - non certo con i piagnistei e gli appelli alla ragione - il marcio mondo borghese capitalistico che ci circonda.E questo è il resto. Read more...

3 settembre 2010

Riguardo alla "nazione" padana

3 commenti


«Utilizzo il termine "nazionalismo" nel senso definito da Ernest Gellner: "Il nazionalismo è fondamentalmente un principio il quale esige che unità politica e unità nazionale si identifichino" (Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo). Aggiungerei che questo principio implica anche che il dovere politico dei ruritaniani verso lo stato che ingloba e rappresenta la nazione ruritaniana predomina su tutti gli altri obblighi pubblici, e nei casi estremi (come le guerre) su ogni altro obbligo di qualunque natura esso sia. Questo elemento distingue il nazionalismo moderno da tutte le altre forme, meno esigenti, di identificazione nazionale o di identificazione con un qualsivoglia altro gruppo.
Come la maggior parte della gente seria che ha studiato il problema, non considero la "nazione" come un'entità sociale fondamentale né immutabile. Riguarda esclusivamente un periodo particolare, e storicamente recente. E' un'entità sociale in quanto legata a un certo tipo di stato territoriale moderno, lo "stato-nazione", e parlare di nazione o di nazionalità senza collegare i due concetti a questa realtà storica non ha senso. Inoltre, come Gellner, insisto sul peso dell'artefatto, dell'invenzione e della deliberata creazione applicata al sociale nella genesi delle nazioni. "Le nazioni considerate come il mezzo naturale, dato da Dio, di classificare gli uomini, le nazioni che rappresentano un destino politico...immanente, sono un mito; il nazionalismo, che a volte prende culture preesistenti e le trasforma in nazioni, altre volte le inventa, e spesso cancella le culture preesistenti, questo, invece, è una realtà". In sintesi, per le necessità dell'analisi, il nazionalismo viene prima delle nazioni. Non sono le nazioni che creano stati e nazionalismo; è il contrario. (...)

E' un fenomeno doppio: costruito essenzialmente dall'alto, deve essere analizzato anche dal basso, cioè a partire da ipotesi, speranze, bisogni, nostalgie e interessi - non necessariamente nazionali, e ancor meno nazionalistici - della gente comune. (...) Tre cose sono chiare. Primo, le ideologie ufficiali di stati e movimenti non consentono di capire ciò che passa per la testa dei cittadini, perfino dei più sinceri loro sostenitori.
Secondo, e più precisamente, non possiamo affermare che per la maggior parte della gente l'identificazione nazionale - quando esiste - escluda, o sia sempre superiore, ad altre identificazioni possibili che costituiscono l'essere sociale di una persona. Di fatto, essa è sempre associata ad identificazioni di altro tipo, anche quando si considera superiore a queste. Terzo, l'identificazione nazionale, con tutto ciò che comporta, può cambiare e modificarsi col tempo, anche nel corso di periodi relativamente brevi.»

(Eric Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780)
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